martedì 22 luglio 2014

Contratto Per Uccidere (The Killers, 1964) di Don Siegel

Remake di uno dei grandi classici del cinema noir degli anni '40, "I gangsters" (The Killers, 1946) di Robert Siodmak, a sua volta tratto da una breve novella di Ernest Hemingway, inserita nella famosa raccolta "I 49 racconti". Sceneggiato dal poco noto Gene L. Coon, "Contratto per uccidere" è un film fondamentale per gli sviluppi del cinema noir: questo genere, nato negli anni '40 e contrassegnato da toni cupi e disperati, da ombre inquietanti, da paesaggi urbani notturni e da personaggi equivoci, sembrava legato agli stilemi del bianco e nero ed inesorabilmente avviato al tramonto alla fine degli anni '50, con il prevalere dei film a colori. Infatti il periodo classico (e aureo) del genere viene fatto convenzionalmente iniziare nel 1941 con "Il mistero del falco" di Huston e terminare con "L'Infernale Quinlan" di Welles nel 1958. Questo film di Siegel ebbe il merito, probabilmente involontario (ma i grandi registi riescono ad essere creativi anche nelle condizioni più improbe e nelle circostanze più imprevedibili) di inventare un nuovo modello di noir a colori, affrancando il genere dalle convenzioni che l'avevano caratterizzato e che ora rischiavano di imbalsamarlo. Stilisticamente il film è meno ricercato di quelli classici, ma dimostra la possibilità di utilizzare ambienti luminosi e colori vivaci per una storia di delitti e violenza, accentuandone anzi, per contrasto, l'impatto emotivo. Interessante, in tal senso, il confronto tra le scene di apertura dei due film: quello di Siodmak ha tutte le caratteristiche del noir classico, ambientazione notturna, giochi di ombre e luci, forte risalto espressionistico della fotografia in bianco e nero, movimenti della macchina da presa e angolazioni delle riprese tese da aumentare un clima di angoscia soffocante. Nel remake tutto avviene alla luce del giorno, i colori sono netti e precisi, solo gli improvvisi scoppi di violenza dei killers (e di ciò è debitore Tarantino) e qualche ripresa appena sbilenca comunicano la minaccia incombente. Rispetto al film di Siodmak, poi, quello di Siegel elimina i personaggi positivi dell'investigatore assicurativo e del poliziotto, eleggendo i killers del titolo originale a protagonisti assoluti di una vicenda dominata dalla violenza e dall'avidità. Raro caso di remake all'altezza dell'originale, il film si segnala anche come modello di "rifacimento", nel rispettare lo spirito della pellicola d'origine, operando però cambiamenti tali da essere opera autonoma e perfino innovativa (e, in un'epoca di remakes forsennati e dissennati come l'attuale, forse a Hollywood farebbero bene a riguardarsela). Spietato e pragmatico, come i due assassini nerovestiti e con gli occhiali scuri (il look delle "iene" di Tarantino non viene solo dai "blues brothers" ma soprattutto da questo film), "Contratto per uccidere" ha sequenze di violenza che hanno fatto scuola ed è un modello di concisione e di ritmo (notevole anche il commento musicale). Tra i protagonisti, formidabile Marvin (che, come Siegel, fu in qualche modo "lanciato" da questo film), ma da ricordare anche Cassavetes (regista importante ed elitario, che faceva l'attore per finanziare i propri film) e soprattutto Ronald Reagan, alla sua ultima interpretazione nella parte di infido e subdolo capogangster (quando poi diventò presidente USA molti ricordavano tale ruolo, divertendosi con abbinamenti satirici).

Voto:
voto: 4/5

L'inquilino del terzo piano (Le Locataire, 1976) di Roman Polanski

Trelkovski (Polanski) è un timido e modesto impiegato di origini polacche, che vive in Francia ed è alla ricerca di una casa a Parigi. Finisce per affittare un appartamento in uno stabile cupo ed inquietante, abitato da loschi e sinistri inquilini e dove ha precedentemente vissuto una donna, Simone Choule, che ha appena tentato di togliersi la vita buttandosi dalla finestra del palazzo. Trelkovski cerca di saperne di più sull'appartamento e si reca in ospedale a trovare la donna, ma sarà per lui l'inizio di un incubo ad occhi aperti, sempre più oscuro ed angosciante. Roman Polanski adatta il romanzo "Le locataire chimerique" di Roland Topor, per questo splendido incubo gotico, denso di suggestioni kafkiane e di elementi surreali, che fonde insieme thriller, horror, commedia nera e registro del grottesco. Questo film contiene tutte le ossessioni del grande regista franco-polacco e va a completare, insieme ai precedenti "Repulsion" (1965) e "Rosemary's Baby" (1968), un'ideale trilogia sul tema degli appartamenti inquietanti, ovvero dell'orrore indicibile che, a volte, si nasconde dietro la banalità del quotidiano (i vicini di casa o le persone che ci circondano). Grazie anche al superbo lavoro di fotografia di Sven Nykvist (tipico collaboratore di Bergman) il film ci regala atmosfere da incubo, splendide suggestioni orrorifiche in chiaro scuro e momenti di assoluta tensione difficili da dimenticare. Dal punto di vista tecnico la pellicola è di portata sontuosa: impossibile non citare, ad esempio, il grande lavoro fatto nelle inquadrature aeree ed i frequenti cambi di prospettiva con l'uso della Louma (una macchina da presa montata su un braccio meccanico telescopico), metodo che sarà poi imitato anche dal nostro Dario Argento in "Opera" (1987). In bilico perenne tra horror e black comedy, il film è un perfetto esempio di estrosa capacità nella fusione dei generi e di costruzione della tensione psicologica. Come un sogno, o meglio un delirio, sempre più tetro e stravagante, ci immerge nella mente di Trelkovski attraverso un viaggio denso di simboli e di metafore, dove tutto è suggerito e quasi nulla viene spiegato. Il labile confine sogno-realtà, follia-razionalità su cui si muove questo horror psicologico, conducono lo spettatore in un percorso straniante molto simile ad un labirinto fatto di specchi. I temi cardine, qui espressi con fertile ambiguità, sono la paura del "diverso", la moderna incapacità di comunicare e la solitudine che spesso ci accompagna pur vivendo tutti in promiscuità. Un altro tema, tipicamente polanskiano, è quello di come le apparenze, vedi il modo di vestire o di parlare, finiscano, spesso, per caratterizzare una persona o meglio il modo con cui "gli altri" ci vedono: come se finissimo per diventare "quello che sembriamo" piuttosto che "quello che siamo". I tanti simbolismi di natura psicoanalitica supportano degnamente le tematiche predette: il palazzo alveare che disgrega la psiche, i geroglifici sulle mura del bagno, il macabro orrore nascosto nelle pareti, le figure immobili dietro ai vetri, la metamorfosi finale, fino alla personalità multipla. Da segnalare pure una sensualissima Isabelle Adjani e l'eccellente lavoro fatto anche dal Polanski attore protagonista, che si doppia da sè anche nella versione italiana del film. Consigliato agli amanti degli horror psicologici non convenzionali.


Voto:
voto: 4/5

Il buono, il brutto, il cattivo (1966) di Sergio Leone

Capolavoro assoluto del genere "spaghetti western", conclude, nel 1966, la così detta "trilogia del dollaro" di Sergio Leone, e consacra definitivamente il grande regista romano sulla ribalta internazionale. E' uno dei cinque migliori western di tutti i tempi ed una delle vette indiscusse del cinema italiano. Amplifica al massimo quanto di ottimo già visto nei due precedenti film (Per un pugno di dollari e Per qualche dollaro in più), superandoli nettamente per concezione d'insieme, enfasi estetica, ampiezza di respiro, suggestioni visive, trovate geniali, dialoghi leggendari, personaggi iconici ed innalzamento definitivo dei toni verso un livello così grandiosamente epico da sfociare nell'iper-realismo mitologico agognato dal regista. Leone alza decisamente il tiro e fa tutto in grande: i protagonisti sono addirittura tre, c'è sempre Eastwood nei panni del pistolero senza nome (qui chiamato il "biondo") ma viene decisamente surclassato dagli altri due: il grande Eli Wallach, nell'indimenticabile ruolo di Tuco, bandito "sozzo" e ciarliero, autentica anima del film, ed un sinistro Lee Van Cleef, nei panni dello spietato mercenario detto "Sentenza". L'introduzione dello scenario storico, costituito dalla Guerra di Secessione tra Nord e Sud, dona al film un guizzo decisivo, ed impreziosisce l'intera vicenda con sapienti tocchi drammatici, caustica ironia nera e graffi politici di matrice iconoclasta nei confronti del mito americano. Il cinismo tipico dell'autore e la sua naturale sfiducia nel genere umano trovano qui la totale apoteosi con la rappresentazione di un mondo brutale e spietato, evidentemente popolato da figure archetipe, che sfocia nel manierismo più solenne, la cui dimensione barocca è seconda solo all'innegabile estro visivo che qui si sublima nel genio assoluto. Non è esagerato dire che questo film è, in tutto il suo corpo d'insieme, un unico momento cult di 180 minuti, nel quale è difficile scegliere una sequenza piuttosto che un'altra da consegnare alla storia. La perfetta adesione tra le musiche (ispiratissime come sempre) del fido Morricone e le immagini, in continua alternanza tra primi piani strettissimi e campi lunghi "infiniti", raggiunge qui vette di autentica perfezione, che possono essere degnamente rappresentate dalla leggendaria sequenza del "triello" finale che costituisce, probabilmente, l'apice del cinema di Leone ed una nuova frontiera dell'iconografia western. E se Peckinpah è stato, senza dubbio, il vate del nuovo western d'avanguardia anti-fordiano, allora Leone ne fu il partigiano più bellicoso.

La frase: "Vedi, il mondo si divide in due categorie: chi ha la pistola carica e chi scava. Tu scavi."

Voto:
voto: 5/5

Fuga di Mezzanotte (Midnight Express, 1978) di Alan Parker

Ispirato alla vera storia di Billy Hayes (personaggio reale tuttora vivente) e liberamente tratto dalla sua biografia, Fuga di mezzanotte è uno scioccante dramma carcerario che per forza espressiva, vigore drammaturgico ed intensità tematica si pone senza alcun dubbio tra le vette del genere. Sceneggiato da Oliver Stone (premiato con l'Oscar), diretto da Alan Parker, forte di un cast in stato di grazia e dell'indimenticabile colonna sonora del nostro Giorgio Moroder (anche lui premiato con l'Oscar), il film si impose all’attenzione internazionale per la drammaticità e la violenza dei fatti narrati, oltre che per il suo stile cupo ed angosciante, che fa letteralmente precipitare lo spettatore nel medesimo incubo del protagonista, rendendo il tutto un'esperienza impossibile da dimenticare. Impossibile non citare l'interpretazione "bigger than life" del protagonista Brad Davis, giovane brillante attore americano prematuramente scomparso nel 1991, nei panni di Billy Hayes. Ma anche i caratteristi come Paul Smith nel ruolo dello spietato aguzzino Hamidou, capo delle guardie carcerarie, o il nostro Paolo Bonacelli, che interpreta il viscido Rifki, offrono una performance difficile da dimenticare. Interamente costruito come opera "a tesi" filo occidentale contro le istituzioni ed il sistema carcerario turco, che ovviamente non gradì e protestò duramente all'uscita del film, la pellicola ha però i suoi indubbi meriti cinematografici che si evidenziano in un montaggio straordinario che trova la sua apoteosi nel memorabile incipit: l’intera sequenza dell’aeroporto è da antologia del cinema, con le perquisizioni, le guardie che parlano in lingua madre senza sottotitoli, il volto sudato di Billy nascosto dietro gli occhiali da sole e l’incessante battito del suo cuore che fa da metronomo allo svolgersi degli eventi, fino al momento della sua cattura proprio ad un passo dalla scaletta dell’aereo che lo avrebbe riportato in America. Un perfetto meccanismo di tensione allo stato puro, che ti inchioda alla poltrona fin dalle prime battute. La caduta nell’incubo avviene in modo graduale ma quasi inevitabile, con il processo farsa , l’untuoso avvocato d'ufficio e la ferocia della Corte che, per possesso di hashish, prima condanna Billy a 4 anni e 2 mesi e poi addirittura a 30 anni, in nome di una legge primitiva e disumana. Ugualmente memorabili i titoli di coda, con le fotografie che svelano la fine dell'incubo sulle incisive note di Moroder. Tra violenza, indignazione e commozione è una  fortissima esperienza di grande cinema dalla quale si esce stremati. Alan Parker riesce a coniugare le esigenze di impegno civile e riflessione sociale con un solido senso del dramma e dello spettacolo, malgrado qualche eccesso "spettacolare" fin troppo manicheo. Il film ebbe 6 nomination agli Oscar 1979 (tra cui miglior film) e ma dovette cedere i premi più prestigiosi al  formidabile Il cacciatore di Michael Cimino.

Voto:
voto: 4,5/5

I diabolici (Les diaboliques, 1955) di Henri-Georges Clouzot

Capolavoro di Henri-Georges Clouzot, uno dei padri del thriller moderno, che fu un enorme successo popolare e che portò definitivamente il genere verso uno stile più cupo e scioccante, sia nelle immagini che nei contenuti. E', senza ombra di dubbio, il miglior psico-thriller mai girato, insieme all'insuperabile masterpiece Psycho (1960) di Alfred Hitchcock. Clouzot, all'epoca giustamente definito, l'Hitchcock francese, è passato alla storia per il suo cinema "perfido" e "crudele", pur non raggiungendo mai la grande popolarità dell'illustre collega britannico. I diabolici è la sua opera più famosa ed uno dei suoi capolavori, e con esso ha influenzato enormemente tutta la cinematografia thriller successiva, dando vita ad un indiscusso modello poi da tanti imitato. Tratto dal racconto "Celle qui n'était plus" di Pierre Boileau e Thomas Narcejac, del 1952, il film ne esaspera magistralmente i contenuti morbosi, creando un'escalation di tensione, con alcune suggestioni che sfociano nel macabro e nell'horror, che ha pochi uguali nella storia del cinema. Parafrasando l'avvertimento inserito alla fine del film stesso, bisogna dire che questa è una di quelle pellicole di cui meno si parla della trama e meglio è: infatti uno dei suoi punti di forza risiede nel finale a sorpresa e nei colpi di scena che costellano l'avvincente narrazione. Ad un certo livello, il film è un "diabolico" apologo sui lati più oscuri dell'animo umano, che Clouzot è bravissimo a tratteggiare con il solito tagliente cinismo e la sua proverbiale misantropia. E' infatti quasi naturale leggere il film, non solo come un superbo thriller "a tinte forti", ma anche come un'amara riflessione sulla doppiezza della natura umana e sul male che spesso si cela sotto una facciata borghese e perbenista. Tutta la prima parte è descrivibile in tal senso, con una minuziosa presentazione dei tre personaggi principali, coinvolti nello scandaloso gioco a tre, che ne scandaglia perfettamente la psicologia, pur dando, a tratti, la sensazione di qualcosa di ineffabile che striscia sotto le apparenze. Anche i momenti di humour nero sono perfettamente integrati nel dipanarsi della vicenda e consentono di tirare un po' il fiato, in vista dell'allucinante crescendo finale, denso di sequenze shock memorabili, rimaste indelebili nella storia del cinema horror. Tra i personaggi protagonisti, tutti mirabilmente interpretati, resta indelebile l'immensa Simone Signoret (Nicole, l'amante) che dà vita ad una dark lady indimenticabile, ambigua ed erotica, che contrasta abilmente con la tenera ed indifesa Vera Clouzot (Christina, la moglie), succube delle angherie del perverso marito. Il regista è bravissimo nel riprendere le due donne con un gioco di sovrapposizione di immagini, come a rappresentare le opposte facce della stessa medaglia. In certi momenti sembra addirittura trasparire una labile tensione sessuale tra le due complici, ed anche questo elemento farà scuola nel cinema a venire, specialmente nei truculenti "spaghetti thriller" nostrani. Elemento cardine della pellicola è l'acqua, un tipico elemento di vita che qui diventa portatore di morte. Clouzot, in un ricercato gioco di dettagli e di allusioni, ce la presenta a più riprese: la pozzanghera che appare in apertura, la brina, la condensa, la goccia che cade, fino alla piscina ed alla vasca da bagno che resterà nell'immaginario collettivo.

Voto:
voto: 5/5

Pandora (Pandora and the Flying Dutchman, 1951) di Albert Lewin

La bellissima Pandora Reynolds, inquieta e sensuale, si prende gioco dei suoi numerosi spasimanti, finchè incontra un misterioso navigatore, di cui si innamora perdutamente. L'uomo però ha un tragico segreto e un destino fatale: egli è l'Olandese volante, condannato da Dio (per avere ucciso la moglie e peccato di blasfemia) a vagare sui mari, finchè non troverà l'amore di una donna disposta a morire per lui. Pandora è un melodramma appassionato e "fiammeggiante" (esteticamente esaltato dal technicolor d’epoca), che riesce a unire al rispetto dei canoni del genere, una notevole quantità di ulteriori motivi di interesse. Anzitutto la componente fantastica, con la leggenda dell'Olandese volante, e le conseguenti accensioni visionarie (che si potenziano con quelle propriamente passionali della vicenda). Poi il richiamo alla mitologia greca, fin dal nome della protagonista che è lo stesso della donna che, secondo la leggenda, scatenò sulla terra tutte le sciagure, contravvenendo agli ordini ed aprendo il vaso proibito in cui erano contenute. Ed anche le conseguenti implicazioni psicanalitiche, di natura subdolamente misogina, sul potere del fascino femminile, sull'attrazione della trasgressività e sulla natura "scandalosa" ed "eccessiva" della passione. Quindi il tema surrealista della forza dell'amore, capace di superare i confini della vita per acquisire risonanze ultraterrene (e da ciò derivano ulteriori suggestioni visionarie), che trova i suoi precedenti cinematografici in Sogno di prigioniero (1935) di Hathaway e Ritratto di Jennie (1949) di Dieterle. Altri elementi notevoli dell'opere sono i riferimenti pittorici alla tradizione fiamminga seicentesca e l'esuberanza barocca delle scenografie, lo straordinario uso del technicolor per "incendiare" lo schermo, in accordo con la trascinante forza delle immagini e il potenziamento della "retorica" del melò. E non va taciuta la consonanza tra il ritratto del personaggio femminile del film e la personalità della protagonista Ava Gardner, all'epoca donna bellissima, sensuale e spregiudicata, i cui amori tempestosi (da Sinatra a Walter Chiari) riempivano le cronache mondane dei rotocalchi anni '50. Insomma ce n'è d'avanzo per considerare questo film suggestivo, complesso, eccessivo e ammaliante, quindi un "unicum" cinematografico, un'opera insolita e perturbante, carica di richiami segreti e doppi fondi da esplorare, nella quale molti potrebbero vedere rispecchiati sogni, desideri e pulsioni nascoste (la componente onirica non è secondaria nella sottile capacità di seduzione del film). E' una delle massime espressioni del melodramma cinematografico.

Voto:
voto: 4,5/5

Rapporto Confidenziale (Mr. Arkadin, 1955) di Orson Welles

Rapporto Confidenziale è un film del periodo europeo di Welles, girato nel 1954 in luoghi diversi del "vecchio" continente e con moltissime traversie nella realizzazione (cosa, tra l’altro, usuale per il geniale regista americano). I consueti problemi di budget costrinsero Welles ad una serie di compromessi e di approssimazioni (molte delle quali bene evidenti nella visione del film), soprattutto per quanto riguarda i costumi, le scenografie ed il trucco di scena. Tratto da uno script dello stesso Welles, il film non fu compreso alla sua uscita, e lo stesso regista lo ha sempre definito come la sua opera meno riuscita e da lui meno amata. Invero Welles ha sempre incolpato di questo fatto i numerosi tagli di montaggio, avvenuti in post produzione, che avrebbero (a suo dire) stravolto le sue intenzioni iniziali ed il senso stesso dell’opera. Ciononostante, e malgrado tutti i suoi limiti, il film resta un autentico gioiello nella straordinaria carriera di uno dei massimi geni della Storia del Cinema. Pur non possedendone né la perfezione stilistico narrativa né la grandiosa innovazione tecnica, questa pellicola costituisce un'evidente reinterpretazione, in chiave noir, del colossale Quarto Potere (Citizen Kane, 1941). Oltre alla similare stuttura narrativa, ingegnosamente tortuosa, sono infatti palesi le analogie tra il personaggio di Kane e quello di Arkadin. Entrambi sono uomini ricchi ed enigmatici, dalla personalità titanica e dall’ego smisurato. In entrambi i casi, tra l’altro, abbiamo due memorabili interpretazioni attoriali dello stesso Welles, nel tratteggiare due formidabili "villain", divenuti icone cinematografiche. Entrambi vivono in un volontario isolamento ed hanno un passato misterioso alle spalle, nonché più di un segreto nascosto. In entrambi i casi assistiamo ad un'indagine che vuol riportare alla luce gli eventi passati della vita del protagonista, per ricostruirne le dinamiche e decodificarne la personalità. Ma qui sta anche la principale differenza tra i due,  in quanto l’inchiesta giornalistica su Kane avviene alla sua morte, mentre quella su Arkadin è voluta da lui stesso ed ha scopi che, ovviamente, mi guarderò bene dallo svelare qui. Gregory Arkadin è un altro titanico cattivo da aggiungere alla grande galleria delle interpretazioni di Orson Welles, come Charles Foster Kane, Harry Lime o Hank Quinlan. Un faccendiere dall’aspetto diabolico e dalla personalità straripante, che vive recluso in un grande castello insieme alla figlia Raina (Paola Mori, futura moglie del regista), la sola persona verso cui sembra provare sentimenti sinceri. Egli trascorre il suo tempo organizzando feste in costume, durante le quali ama intrattenere i suoi ospiti con aneddoti ed aforismi dai toni istrionici. Memorabile, in tal senso, la parabola della rana e dello scorpione (divenuta poi retaggio di cultura popolare) come emblema dell’immutabilità del carattere e della natura più intima di ogni essere vivente, anche a costo di estreme e tragiche conseguenze. Qui le tematiche wellesiane sulla negatività del potere e sul suo fascino oscuro sono portate all’estremo, attraverso suggestioni kafkiane, opulenti barocchismi ed atmosfere Faustiane di matrice espressionista. E gli stilemi del noir e del melodramma vengono sapientemente stravolti in un'affascinante ed insolita commistione. Le atmosfere angoscianti incalzano lo spettatore, a mano a mano che viene svelata la personalità di Arkadin, attraverso il "rapporto confidenziale" dell’ingenuo Van Stratten, che dà il titolo italiano alla pellicola. Tra le tante sequenze mirabili va segnalata quella del ballo, con le maschere ispirate ai quadri di Goya. E' da non perdere come tutte le opere del regista.

Voto:
voto: 4,5/5

La conversazione (The Conversation, 1974) di Francis Ford Coppola

Negli anni '70 Francis Ford Coppola ha dato vita ad un ciclo straordinario ed irripetibile con quattro capolavori, quattro film memorabili che hanno segnato la Storia del Cinema in modo definitivo. Tra questi La conversazione è sicuramente il meno famoso, opera di nicchia che contrappone al gigantismo "barocco" delle altre tre un incisivo minimalismo che insinua nello spettatore uno strisciante senso d'angoscia per la tematica trattata: la paura di essere spiati. Sull'onda emotiva dello scandalo Watergate che aveva scosso l'America dalle fondamenta, vagamente ispirato al Blow-Up di Antonioni ed a Il lupo della steppa di Hesse, il film parla del misterioso ed impalpabile mondo delle intercettazioni audiofoniche. Il protagonista, Harry Caul (un formidabile Gene Hackman), è un esperto del settore: uomo solitario, introverso, misantropo e maniacale, che vive unicamente per il suo lavoro e che si concede, come unica evasione, il sassofono. Un giorno registra, su commissione, una conversazione tra un uomo e una donna in una piazza affollata ma, ascoltandone il contenuto, le sue presunte certezze e la sua stessa vita saranno messe in crisi. Thriller claustrofobico, potente e bellissimo, che gioca abilmente con il voyeurismo dello spettatore, da sempre connesso al mezzo cinematografico, e, in contraltare, con la paura atavica che qualcuno possa spiare le nostre vite, nascosto nell'ombra. E così le manie ossessive di Harry diventano le nostre, e questo film "sussurrato" riesce ad avere l'impatto di una deflagrazione. E' un'opera grigia, scomoda, tecnicamente superba, scritta egregiamente e con un cast formidabile che annovera Gene Hackman, John Cazale, Robert Duvall ed Harrison Ford. Anche in questo caso il grande Maestro italo-americano consegna alla Storia del Cinema alcune sequenze leggendarie, sia per perizia tecnica che per visionarietà: come quella dell'intercettazione nella piazza aperta (stupefacente per i movimenti di macchina e per il montaggio espressionista) o quella, celebre ed orrorifica, nel bagno dell'albergo fino al grottesco finale con Harry, seduto sul pavimento, che suona il sax nel suo appartamento smantellato a pezzi, mentre la camera lo riprende beffardamente dall'alto, come se fosse una telecamera di sorveglianza. Premiato a Cannes con la Palma d'Oro e candidato a 3 premi Oscar, è uno dei film più importanti e rappresentativi degli anni '70.

Voto:
voto: 4,5/5

giovedì 10 luglio 2014

Boogie Nights - L'altra Hollywood (Boogie Nights, 1997) di Paul Thomas Anderson

Straordinario affresco in chiaro scuro di un'epoca (i meravigliosi folli anni '70), di un mondo (l'industria nascente del cinema porno nella San Fernando Valley, sua futura "mecca") e di una generazione di visionari sbandati, aggressivi e teneri al tempo stesso, alla ricerca di una scorciatoia per il sogno americano, lontani dalle luci (riflesse) della Hollywood che conta. Il talentuoso P.T. Anderson, muovendosi sulla scia di Altman e Scorsese, dimostra di avere già le doti del grande narratore di storie corali e la personalità necessaria per metterle in scena con energia, cinismo e la giusta dose di caustica ironia agrodolce. Senza indulgere mai in mitizzazioni "romantiche", lo sguardo del regista si mantiene perennemente "incollato" ai suoi personaggi, pittoreschi ma amabili nella loro manifesta fragilità, evidenziando una nostalgica tenerezza verso un periodo unico ed irripetibile che, tra tanti eccessi e troppe chimere, ha prodotto i massimi risultati nel campo delle arti "popolari". Grande cast (in cui spiccano il gagliardo Burt Reynolds e la depressa Julianne Moore), possente sceneggiatura, fotografia psichedelica, montaggio intensamente espressivo, tecnica sopraffina, ricostruzione ambientale sontuosa per uno dei migliori film degli anni '90. Il pornodivo Dirk Diggler, inventato dal regista e interpretato da Mark Wahlberg, è evidentemente ispirato alle gesta del celebre John Holmes, icona maschile dei porn movies. Tra i tanti momenti alti del film ne voglio ricordare due: il rutilante incipit che omaggia pedissequamente, e con rinnovata energia, lo scorsesiano Goodfellas, rifacendo la mitica sequenza dell'ingresso di Henry e Karen nel night club, da dietro le quinte, con la camera che li bracca. Ed il passaggio dai 70's agli 80's, tragico e spettacolare, per rimarcare la brusca fine di un'età e di un sogno. Opera seminale nella filmografia del regista, è ben superiore al successivo, e generalmente più considerato, Magnolia.

Voto:
voto: 4,5/5