mercoledì 3 settembre 2014

Sugarland Express (The Sugarland Express, 1974) di Steven Spielberg

Road movie dal ritmo serrato che mescola azione e dramma familiare attraverso la vicenda di una coppia in fuga, lui evaso dal carcere a pochi mesi dal fine pena, per riconquistare la patria potestà del figlio, affidato in adozione a due anziani. Il rocambolesco e spropositato inseguimento da parte della forze dell'ordine assume la valenza grottesca di una lucida critica sociale: sul ruolo dei media nella società americana e sulle ingiustizie di un sistema istituzionale spesso ottusamente rigido verso i meno tutelati. Un film duro e avvincente che non fa sconti, in cui spicca una tenace Goldie Hawn. Ispirato a una storia vera e premiato al Festival di Cannes con il Prix du scénario (alla sceneggiatura di Hal Barwood e Matthew Robbins), è anche ricordato (dagli esperti della musica da cinema) perchè contiene l'unica colonna sonora composta da John Williams per Spielberg che non venne ufficialmente pubblicata (fatta eccezione per il tema principale che il grande compositore ha poi inserito in numerose raccolte).

Voto:
voto: 3,5/5

Duel (Duel, 1971) di Steven Spielberg

David, commesso viaggiatore perennemente in macchina per lavoro, ha la cattiva idea di sorpassare ad ogni costo una grossa autocisterna che non gli dà strada. Ci riesce ma da quel momento inizia per lui una situazione angosciosa: il misterioso autista del camion non gli concede più tregua, lo segue, lo bracca e cerca di ucciderlo ripetutamente gettandolo fuori strada. Il duello stradale ai ferri corti costringerà David a una dura lotta per la sopravvivenza contro un diabolico avversario senza volto. Incubo on the road dagli evidenti risvolti metaforici, nato come film tv ma poi allungato e distribuito nelle sale. Fece conoscere al mondo il talento di Spielberg e contiene già, a livello seminale, tutti i meccanismi che poi faranno di Jaws un successo mondiale: un perfetto congegno di tensione con un "mostro", qui sotto forma di camion, che non concede respiro. Angosciante ed efficace, tecnicamente innovativo, è una lotta senza quartiere che trova il suo elemento di maggior fascino nell'identità e nelle motivazioni del camionista, che restano saggiamente oscure. C'è chi lo ritiene, esagerando, il vertice della produzione spielberghiana, di certo è il suo film più puro. In una parola: cult.

Voto:
voto: 4/5

giovedì 7 agosto 2014

Roma (Roma, 1972) di Federico Fellini

Affresco spietato, onirico, a tratti caotico, di una città, amata e odiata, che per il giovane "provinciale" Fellini è stata donna, madre, moglie e concubina. Inevitabilmente ispirato dalla vena autobiografica dell'Autore, che ne determina, allo stesso tempo, forza e debolezza, Roma  procede per episodi disconnessi ed autonomi, utilizzando la stessa formula sperimentata nel precedente I Clowns, in bilico tra ricordi personali, "falsa" indagine documentaristica e finzione cinematografica, per offrire una nuova immagine antirealistica della capitale, trasfigurata dai sogni e dalla fantasia dell’autore e dal suo originalissimo modo di guardarla e di interpretarne i molteplici e contraddittori aspetti. E’ un film non facile, a volte ermetico, profondamente felliniano, un'opera che non somiglia a nessun'altra. Solo Fellini ebbe, in cotanta misura, la magica capacità di creare spettacoli così ammalianti partendo dall'elaborazione del proprio mondo interiore, trovandovi l’ispirazione e l’estro creativo che conferiscono alle immagini dei suoi film l’inconfondibile esuberanza visiva, autentico marchio di fabbrica del Maestro di Rimini. Partendo dalla Roma fascista degli anni '30, rielaborata dai ricordi giovanili, fino a quella degli anni '70, Fellini realizza un insolito melange di indagine storica, cronaca e fiction, illuminato da uno struggente sentimento lirico e dalle suggestioni ovattate della memoria. Malgrado qualche caduta di stile, alcune invenzioni visive sono straordinarie: il defilé di abiti ecclesiastici, le case chiuse, il grande ingorgo notturno sul Raccordo Anulare. Alcuni grandi attori come Anna Magnani (che così chiuse la sua luminosa carriera), Alberto Sordi e Marcello Mastroianni appaiono in un cameo nel ruolo di se stessi, sebbene alcune di queste scene siano state poi eliminate in certe versioni circolanti del film. Nella memorabile filmografia di Fellini questa non è di certo la sua opera migliore ma, di sicuro, la più ineluttabile.

Voto:
voto: 4/5

Le notti di Cabiria (Le notti di Cabiria, 1957) di Federico Fellini

Le notti di Cabiria è uno dei film più noti del regista, ma, anch’esso, all’uscita, creò sconcerto per i continui slittamenti dai toni realistici della descrizione ambientale a una sorta di lunare astrazione, con momenti di magica sospensione (l’incontro con il mago durante lo spettacolo di varietà) o di accensione visionaria (la processione del Divino Amore). E’ però un film fondamentale nella carriera del Maestro di Rimini perchè segna il passaggio dal primo Fellini (diviso tra tensione morale, dilemmi religiosi, sensibilità sociale, autobiografismo e digressioni poetiche) a quello della maturità, più scettico e critico, in fuga da una realtà carica di angosce e funesti presagi verso un universo fantastico, fatto di ricordi, illuminazioni, miti personali, trasfigurazioni oniriche, tentazioni esoteriche, mistificazioni consolatorie, illusionismo magico.La storia della piccola prostituta "Cabiria" (Giulietta Masina, bravissima e premiata a Cannes), umiliata ed offesa ma salvata dall’istintivo vitalismo, non ha più né gli accenti tragici né quelli allegorici di una parabola sulla "grazia", come i precedenti La strada e Il bidone. Fellini manifesta un sempre maggiore scetticismo sui valori religiosi, denunziandone il sottofondo di credulità e superstizione, ed evolve verso un laicismo scettico e problematico, che esorcizza i dubbi dell’anima attraverso il potere liberatorio della fantasia. Pasolini collaborò con Fellini per la scrittura dei dialoghi. Il film fu insignito dell'Oscar come miglior film straniero, seconda volta per Fellini dopo La strada. Analogo prestigioso riconoscimento verrà poi assegnato anche a 8½ e Amarcord.

Voto:
voto: 4/5

Ginger e Fred (Ginger e Fred, 1985) di Federico Fellini

Piccolo, e ultimo, capolavoro del grande Maestro riminese è un tenero viaggio di due fantasmi del passato nella volgarità del presente, nel quale la satira delle "mostruosità" della vita moderna (in questo caso gli orridi spettacoli delle televisioni commerciali) si sposa a una vena nostalgica e malinconica, dalla quale scaturisce un lamento per il tempo perduto, la cui memoria assume la valenza di un antidoto alla trivialità contemporanea. La critica di costume di Fellini è, ancora una volta, profetica e penetrante, e colpisce con spietata precisione i network privati, la loro invadenza nel privato delle persone (già ben prima dei micidiali "reality"), il loro sensazionalismo e le spudorate ostentazioni di falso sentimentalismo, la loro natura biecamente commerciale con lo straripare di spot pubblicitari, la famelica capacità di divorare le loro stesse creature e sfruttare l’esibizionismo di personaggi bizzarri o sprovveduti, il finto luccichio e l’artificiale allegria di spettacoli cinici e superficiali col loro corredo di ballerine e imbonitori. La controparte poetica del film (la coppia di anziani danzatori, compagni di gioventù, logorati dall’esistenza eppure capaci di ricreare l’antica sintonia e una sorta di magica sospensione temporale) rende più struggente il rimpianto del passato e più sferzante la denunzia dell’imbarbarimento attuale. Ironico, amaro e toccante è il lascito di un genio che celebra la composta bellezza del passato rispetto al grossolano chiasso del presente. Bravissimi Mastroianni e la Masina.

Voto:
voto: 4,5/5

Anche i boia muoiono (Hangmen also Die, 1943) di Fritz Lang

Ambientato in una Praga onirica ed irreale, si ispira all'allora appena avvenuta uccisione del Reichsprotektor Heydrich in un attentato, per condannare la barbarie nazista ed esaltare i movimenti di resistenza. Ma i toni sono tutt’altro che celebrativi. Senza ancora conoscere esattamente lo svolgimento degli avvenimenti, Lang, con la collaborazione alla sceneggiatura di un altro esule illustre, Bertold Brecht, mette in scena il cupo ritratto di una città oppressa dall’angoscia, nel quale il forte risalto espressivo delle immagini e il clima di terrore si potenziano a vicenda. Immerso in una atmosfera da incubo (che richiama quella del capolavoro "M", con un sovrappiù di echi kafkiani, consoni all’ambientazione praghese), il film configura un ambiguo affresco sulla ribellione all’ingiustizia, ma anche sulla delazione e sulla menzogna e sulla relatività dei valori (qui l’eroe è un assassino, anche se l’ucciso è un aguzzino, gli indagatori sono nazisti impegnati in spietate rappresaglie, che la resistenza cerca di limitare, offrendo come "colpevole" un collaborazionista contro il quale, con la partecipazione dell’intera città, vengono fabbricate false prove). Le contraddizioni morali della vicenda suscitarono molte perplessità nella censura, che impose modifiche volte a una più netta distinzione tra buoni e cattivi, indebolendo un po’ il finale, ma il film resta uno dei più potenti e riusciti del grande regista. Fu candidato agli Oscar per le musiche.

Voto:
voto: 4/5

Metropolis (Metropolis, 1926) di Fritz Lang

E', probabilmente, il film più famoso, anche se non il migliore, del grande Maestro austriaco, di sicuro il più influente sulla cinematografia successiva e sull'immaginario collettivo. Ambizioso ed enorme apologo, proiettato nel futuro, su temi sociali di grande attualità e complessità (la lotta di classe, la dialettica capitalismo/socialismo, il controllo delle conquiste scientifiche, l’automazione e la conseguente disumanizzazione del lavoro operaio), ha il suo "problema" più vistoso nell'evidente divario tra l’imponente apparato scenografico e la fantasia visiva da un lato, e la fragilità, dall’altro, di un intreccio narrativo che mescola elementi troppo eterogenei (l’ambientazione futuristica, il romanticismo di stampo ottocentesco nel ritratto dello scienziato e dell’automa da lui creato, il sentimentalismo della storia d’amore e la superficialità della soluzione finale della pace tra padroni e lavoratori). Colpa soprattutto della sceneggiatura della Von Harbou, mentre tutti i meriti dell'opera vanno alla straordinaria regia di Lang, che inventa immagini di vibrante forza plastica, e, insieme, la visione fantastica di un mondo futuro che colpì indelebilmente la fantasia del pubblico. Il film fu un grande successo mondiale e resta una delle opere fondamentali del cinema muto. Praticamente ogni visione del futuro venuta dopo deve qualcosa al genio visionario di Lang.

Voto:
voto: 4/5

Vera Cruz (Vera Cruz, 1954) di Robert Aldrich

Secondo western di inizio carriera di Aldrich, è nettamente superiore al precedente (L'ultimo Apache) e figura tra i capolavori del regista. Spettacolare e, a tratti, travolgente, il film impressionò Truffaut, allora giovane critico dei "Cahiers du Cinèma", che lo definì "una smagliante lezione di costruzione di un racconto". In effetti, Vera Cruz evidenzia una maestria registica sostenuta dal puro piacere della "forma", che si traduce in uno spettacolo affascinante, sia a livello estetico che nel modo disincantato ed anticonformista di proporre i personaggi: a parte il protagonista Cooper, tutti gli altri sono cinici, infidi e disposti al doppio gioco, a cominciare dal formidabile "cattivo" interpretato con istrionica spavalderia da Lancaster. Vera Cruz è un western fondamentale anche perché ha influenzato i due registi che decreteranno la morte del genere. Da un lato Peckinpah, che, a partire da Sierra Charriba (Major Dundee, 1964), riprenderà dal film di Aldrich l’ambientazione messicana, lo schema dei gruppi di personaggi in lotta tra loro e contro tutti, e la visione di un mondo dominato dalle rivalità, dalla violenza e dal tradimento. Dall’altro lato Leone, che viene influenzato da Aldrich non tanto per la collocazione dei suoi western in Messico (per il quale Leone elimina ogni riferimento storico, trasformandolo in un "altrove" di pura fantasia), quanto per l’umorismo sarcastico, il beffardo cinismo e soprattutto per la caratterizzazione del personaggio-tipo interpretato da Eastwood, che discende in linea diretta da quello di Lancaster in Vera Cruz, la "carogna" affascinante ma spietata, il pistolero-mercenario infallibile con le armi e pronto a tutto per il denaro (molto più che dal Yojimbo di Kurosawa, dal quale Leone "rubò" la vicenda del celebre Per un pugno di dollari).

Voto:
voto: 4,5/5

Che fine ha fatto Baby Jane? (What ever Happened to Baby Jane?, 1962) di Robert Aldrich

Geniale thriller macabro di Aldrich nel quale il grande regista ritrova l’antico cinismo intinto di crudeltà e la smarrita maestria stilistica. Il film ha momenti di agghiacciante tensione e costituisce con i precedenti I diabolici di Clouzot del ’54 e Psycho di Hitchcock del ’60, la trilogia fondante del moderno sottogenere "shocker". Due vecchie sorelle (Bette Davis e Joan Crawford), l'una ex bambina prodigio e l'altra ex diva del cinema muto, ora costretta su una sedia a rotelle, vivono insieme un sadico rapporto di violenza psicologica e fisica, alternandosi nei ruoli di vittima e carnefice. Ciò che colpisce maggiormente è la notevole complessità di costruzione della storia, che innesta nella vicenda narrata (e sovrappone al disegno in nero dei personaggi) la reale rivalità divistica intercorsa tra le due ormai anziane protagoniste e nel ritratto sarcastico di una Hollywood abitata solo da fantasmi del passato (che rinvia al mitico Viale del tramonto di Billy Wilder) si legge il consueto atteggiamento critico del regista, ambiguamente nutrito di rancore e connivenza nei confronti dell’ambiente dello spettacolo. Il risultato è un inquietante saggio di cinema della crudeltà, restato memorabile per intensità emotiva, morbosità psicologica e molteplicità di piani di lettura. La Davis e la Crawford offrono due interpretazioni eccellenti, impegnate in una prova di alto virtuosismo istrionico, al punto che è arduo preferire l'una all'altra. Il film ebbe un grande successo, rilanciando la carriera di Aldrich che viveva un periodo di stasi, al punto che questi, due anni dopo, cercò il bis con un altro thriller gerontofilo, Piano, piano, dolce Carlotta (Hush, Hush, Sweet Charlotte, 1964), sempre con la Davis protagonista. Invero questo film voleva essere un sequel del fortunato predecessore, ma, in seguito al forfait della Crawford, il regista optò per una vicenda simile, ma diversa, accentuando la componente macabra e rendendo più evidenti i debiti con I diabolici di Clouzot. Altrettanto teso e riuscito del precedente, il film fu anch’esso un successo, ancorché meno eclatante.

Voto:
voto: 4/5