mercoledì 6 aprile 2016

Un'altra giovinezza (Youth Without Youth, 2007) di Francis Ford Coppola

Bucarest, 1938: Dominic Matei, anziano docente di linguistica, è tormentato dal ricordo di Laura, la donna da lui amata morta di parto in gioventù. Stanco della vita e deciso a suicidarsi tramite iniezione letale, viene colpito da un fulmine davanti alla stazione della sua città, nel giorno di Pasqua. La scarica elettrica provoca un miracoloso ringiovanimento nell’uomo, regalandogli una seconda vita ed accrescendone le facoltà fisiche e mentali. Per sfuggire ai nazisti, che intendono studiarlo, si rifugia in Svizzera, dove incontra la bella Veronica che, per molti aspetti, gli ricorda l’amata Laura, di cui sembra l’incarnazione. I due iniziano a viaggiare insieme per il mondo, ma la donna pare avere precoci segni di invecchiamento. Ispirato al romanzo omonimo del rumeno Mircea Eliade, questo piccolo film indipendente di Coppola, girato in meno di tre mesi, è un ambizioso pastiche di thriller, melodramma, cinema politico, noir fantastico e riflessione filosofica, che, partendo dall’ammissione della finitezza umana, va alla ricerca delle radici del linguaggio cinematografico. In questa fiaba metafisica, che gioca di continuo con il tempo, il regista, proprio come il suo protagonista Dominic Matei, ossessionato dallo studio linguistico, si pone analogamente a un filologo che intende recuperare le forme essenziali dei codici cinematografici, rinnovandone le immagini e le strutture visive con un’operazione che si rivolge ai pionieri dell’epoca classica, a quel geniale “artigianato” che rese grande la settima arte. E’ indubbiamente un’opera personale, intima, un’elegia ipnotica sospesa tra magia e scienza, anticommerciale per vocazione e pervasa da evidenti suggestioni autobiografiche. Ancora dotato di forte esuberanza sperimentale, nonostante l’età matura, il Maestro italoamericano sceglie di realizzare un film spiazzante, paradossale, che mira a modificare la struttura diegetica amalgamando elementi letterari ad elementi filmici e caricando le immagini di simbolismi romanzeschi, geroglifici del pensiero, come un libro le cui pagine vengono fatte scorrere in rapida sequenza, dando vita ad un flusso di forme in movimento. Come tutti i grandi visionari Coppola cerca di andare sempre oltre il limite, oltre se stesso, oltre i suoi capolavori e non rinuncia mai a rischiare. Questo film astratto ne è la conferma, una parafrasi del ritorno che piega i flussi temporali in funzione della forma cinema, tra iperboli e simbolismi, metempsicosi e distorsioni della coscienza, provocando un senso di vertigine nello spettatore. Non tutto funziona a dovere in questa surreale esplorazione rapsodica delle stagioni del vivere umano, ad esempio alcuni momenti suscitano un senso di ridicolo involontario ed esiste una chiara differenza di peso specifico tra la sua sperimentale ricerca semantica e la sua effettiva densità narrativa. La sensazione è quella di trovarsi di fronte ad un disperato atto d’amore nei confronti del cinema, un passionale suicidio, un po’ goffo e un po’ sublime. Se e quanto questo film, passato in sordina, riuscirà nell’alto intento di aggiornare il vocabolario del cinema saranno i posteri a dirlo, intanto noi ci godiamo il ritorno di Coppola e del suo sguardo sempre originale, mai banale, perennemente alla ricerca di un “tempo altro” in cui soddisfare il proprio ego creativo. Nel cast segnaliamo Tim Roth, Bruno Ganz, Alexandra Maria Lara, André Hennicke ed un piccolo cameo di Matt Damon.

Voto:
voto: 3,5/5

martedì 5 aprile 2016

New York Stories (New York Stories, 1989) di Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Woody Allen

Tre episodi d’autore dedicati alla città di New York, icona dell’America nell’immaginario collettivo. Un pittore d’avanguardia si dibatte tra crisi d’ispirazione artistica e affanni sentimentali, perché la sua giovane amante (e allieva) lo vuole lasciare. Una dodicenne ricchissima, che vive in una casa da sogno tra agi e maggiordomi, è, in realtà, profondamente infelice perché i suoi genitori, entrambi concertisti famosi sempre in giro per il mondo, non trascorrono mai del tempo con lei. Un avvocato, succube di una madre ossessiva e petulante, cerca invano di liberarsi dal giogo di lei per vivere in pace le sue storie d’amore, ma la donna sembra onnipresente. Le tre storie sono: Lezioni dal vero di Martin Scorsese, La vita senza Zoe di Francis Ford Coppola ed Edipo relitto di Woody Allen. Scorsese e Allen sono newyorkesi doc, mentre Coppola è un acquisito. Come in tutte le pellicole a episodi il risultato è altalenante e poco omogeneo. Il primo segmento (il migliore) è un piccolo capolavoro sul rapporto tra arte e vita, con evidenti richiami a Dostoevskij, interpretato con furia autolesionista da un carismatico Nick Nolte, a cui si affianca la sempre affascinante Rosanna Arquette. Le sue atmosfere stravaganti richiamano in parte quelle di Fuori orario. Memorabile la scena in cui Nolte dipinge un quadro, con il cuore infranto, traendo ispirazione da una musica indiavolata. L’episodio di Coppola, per quanto esteticamente superbo grazie alla solita splendida fotografia di Vittorio Storaro, è il più debole dei tre: una fiaba gentile ma frivola sul lato oscuro della ricchezza, vista dalla prospettiva dei figli viziati, agiati e privi di calore umano. Il regista cerca di mettere alla berlina la vita dorata e fasulla dei quartieri alti (Park Avenue, nello specifico), ma si ferma solo alla patina. Nel cast c’è Giancarlo Giannini insieme a Talia Shire e Heather McComb. Il segmento alleniano, interpretato dal regista stesso, è quello più divertente e le sue disavventure di ebreo nevrotico, costretto ad andare in analisi per colpa di una madre possessiva che ne castra i sogni di libertà sessuale, sono indubbiamente esilaranti nel loro brio grottesco. Paga il dazio di una certa prolissità e di alcune situazioni eccessivamente caricaturali. Nel cast, oltre al mattatore Allen, ci sono Mia Farrow e l’esordiente Kirsten Dunst, che all’epoca aveva soli sette anni.

Voto:
voto: 3,5/5

Giardini di pietra (Gardens of Stone, 1987) di Francis Ford Coppola

Uno speciale reparto militare, dislocato ad Arlington in Virginia, si occupa di fare da guardia d’onore ai funerali dei caduti della guerra in Vietnam, al ritorno in patria delle loro salme. In questo prestigioso corpo prestano servizio due reduci veterani, pluridecorati e legati da profonda amicizia: i sergenti Hazard e Nelson. I due uomini, impeccabili quanto disincantati, si affezionano alla giovane recluta Willow, in cui rivedono i loro vecchi ideali giovanili. Dovranno rassegnarsi a vederlo partire per il Vietnam, carico di ardimentosi principi, per poi vederne tornare la salma, pronta ad essere accolta dal loro picchetto d’onore. Otto anni dopo il capolavoro assoluto Apocalypse Now, Coppola ritorna a parlare di Vietnam con questo intenso dramma che ci offre una prospettiva rovesciata rispetto al suo leggendario predecessore: la guerra dal punto di vista di chi resta a casa e ne affronta, impotente, i dolorosi effetti. Anche se non si vede mai in modo esplicito, l’ombra della “sporca guerra” incombe su tutto il film e determina le azioni dei protagonisti. In tal senso la posizione antimilitarista del regista è sancita dall’amara disillusione dei due ottimi protagonisti, interpretati con efficace senso della misura da James Caan (alla sua ultima collaborazione con l’autore italoamericano) e James Earl Jones. Il film procede in tono sommesso, conforme al mesto servizio effettuato dai due amici veterani, scegliendo un registro ovattato ma anche attento nello scandaglio del dolore di chi la guerra l’ha vista in faccia, ne è uscito indenne e adesso è costretto a contarne i caduti, pur nella convinzione della sua assurda inutilità. Se dal punto di vista tecnico la confezione è eccellente e rigorosa nella sua vena elegiaca, la pellicola si perde, a volte, in eccessi di sentimentalismo, anche se la sua pietosa carica umana viene ben temperata dalle ottime prove attoriali dei interpreti principali. Ed è proprio la pietà, insieme all’amara rassegnazione, il sentimento che emerge più chiaramente da quest’ode funerea e sfiduciata, in cui le cicatrici sono solchi profondi, scavati nell’animo in maniera così indelebile da eliminare ogni alone di speranza. La guerra non c’è, il Vietnam è lontano, ma la sua tragedia incombe con una feroce ricorrenza a cui è impossibile sottrarsi e verso la quale l’unica emozione rimasta è il cordoglio, un triste rituale di seppellimento ormai mandato a memoria, ma sempre ugualmente pesante nel cuore di chi resta. Coppola cerca di fare un film sulla guerra diverso, d’altra parte non avrebbe senso riaccodarsi ad un panorama così tanto abusato di cui lui stesso è già leader indiscusso, visto che ha diretto il più grande war movie mai realizzato. Il suo intento riesce solo in parte perché il senso di rassegnazione di questo epitaffio del fatalismo è talmente ineluttabile da togliere forza e interesse alla pellicola, che alla fine risulta quasi scontata nel suo programmatico dolorismo. L’indignazione per lo spreco di vite umane permane, ma la forza della denuncia viene indebolita dalla schematicità del meccanismo alla base del film, una triste ballata di disperazione trattenuta.

Voto:
voto: 3,5/5

Tucker - Un uomo e il suo sogno (Tucker: The Man and His Dream, 1988) di Francis Ford Coppola

Negli anni ’40 Preston Tucker, geniale imprenditore del settore automobilistico, realizza un nuovo modello di macchina, la Tucker Torpedo, più veloce, più confortevole e meno ingombrante rispetto ai canoni dell’epoca. Osteggiato dalle grandi major del settore, che ne temono l’estro inventivo e l’esuberanza innovativa, viene ingiustamente accusato di aver copiato idee altrui. Nonostante il riconoscimento finale di non colpevolezza, il lungo dibattimento legale causerà la rovina economica di Tucker ed il fallimento della sua impresa. Gli resteranno tanti rimpianti e cinquanta modelli della sua Torpedo, che diverranno presto pezzi da collezione. Amara apologia sul Sogno americano, ispirato a una storia vera, che analizza nel dettaglio il mito del self made man, ovvero quello che il modello economico a stelle e strisce rappresenta nell’immaginario collettivo. Sfavillante nella prima parte (il cui frenetico ottimismo contagioso sembra guardare al cinema di Frank Capra) e disincanto nella seconda (in cui il sogno si rivelerà soltanto un sogno), è una grande parabola sullo spirito d’innovazione, sul genio creativo e su come questi debbano, purtroppo, scontarsi con le ciniche logiche di un mondo corrotto, dominato da “squali” avidi e reazionari. E’ evidente anche allo spettatore più distratto che Coppola ci sta parlando anche di sé stesso. Le analogie tra lui e Tucker sono chiarissime, così come lo scontro impari con le lobby della sua industria che mandarono in rovina la sua casa di produzione American Zoetrope. In questa biografia romanzata e autobiografica, non priva di corrosivi umori polemici verso i grandi poteri economici e politici, tutto è luccicante e tutto è grandioso: dalla splendida fotografia di Vittorio Storaro alle elegantissime scenografie, dall’imponente ricostruzione delle ambientazioni d’epoca alle musiche di Joe Jackson, dalla regia agile e matura alle interpretazioni del cast stellare, in cui svetta l’istrione Jeff Bridges, ma anche gli altri sono eccellenti, a cominciare da Dean Stockwell che quasi si mangia il film in un breve cameo nei panni di Howard Hughes. A completare la squadra d’interpreti ci sono Joan Allen, Martin Landau, Frederic Forrest e Christian Slater. Prodotto dall’amico George Lucas, è uno dei migliori risultati del Maestro italoamericano negli anni ’80. L’autore si conferma capace di essere ugualmente grande sia nei progetti magniloquenti che in quelli indipendenti, dimostrando un’invidiabile padronanza di tutta la materia cinema. Coppola alza il tiro e si rivolge direttamente a quell’ottuso potere corporativo che frena, ostacola e mortifica i talenti visionari come lui (e come Tucker), che sognano di poter cambiare il mondo, con un film o con un’automobile.

Voto:
voto: 4/5

Cotton Club (The Cotton Club, 1984) di Francis Ford Coppola

New York, anni ’20: il trombettista jazz Dixie Dwyer salva la vita a Dutch Schultz, temuto boss della malavita cittadina. Il gangster prende il giovane musicista sotto la sua ala protettrice e lo fa assumere in uno dei più celebri locali notturni della “grande mela”, il rinomato “Cotton Club”. Dixie fa rapidamente carriera, si trasferisce a Hollywood per poi tornare, qualche anno dopo, ricco e famoso. Ma quando l’uomo cede al fascino della bella Vera, amante del boss, le cose si complicano. Sontuoso dramma gangsteristico sotto forma di sentito omaggio a un locale leggendario degli anni ruggenti, il celebre “Cotton Club” di Harlem, culla del jazz nero nord americano, in cui si sono esibiti mitici musicisti come Duke Ellington, Cab Calloway e Ethel Waters. Sceneggiato da Mario Puzo e William Kennedy, doveva essere diretto dal secondo che però si rivolse a Coppola per la modifica di alcune parti dello script. Alla fine il Maestro italoamericano, pur essendo subentrato a progetto in corso, decise anche di dirigerlo, vista la sua passione per gli anni d’oro del jazz e la sua familiarità al genere crime. Eccellente nella ricostruzione storico ambientale, curatissimo nei dettagli e nella ricreazione delle atmosfere d’epoca, è un grande affresco storico musicale dell’America dei gangster, con concessioni al melodramma ed una magistrale colonna sonora, basata sulle vere note dei grandi che si esibirono nel famoso locale. Con una confezione elegantissima, uno stile ricercato ed un’aura di pura gloria rievocativa, questa splendida elogia malinconica di un periodo irripetibile è una delle indubbie vette tra i gangster movie degli anni ’80. Tra piombo e note, glamour e pupe, un Coppola in forma smagliante dirige divinamente e si avvale di una formidabile squadra di tecnici, tra cui è impossibile non citare la nostra Milena Canonero ai costumi e il grande John Barry alla colonna sonora, vera anima del film. Nel ricco cast segnaliamo Richard Gere, Gregory Hines, Diane Lane, Lonette McKee, Bob Hoskins e James Remar, con Gere che suona la tromba “dal vivo” senza ricorrere al doppiaggio. Almeno due sequenze memorabili, personaggi ben calibrati, dialoghi pungenti e la folgorante bellezza della Lane rifulge dallo schermo. Fu incredibilmente snobbato alla sua uscita, ma è da annoverare tra i capolavori di “seconda fascia” del grande regista italoamericano.

Voto:
voto: 4,5/5

Un sogno lungo un giorno (One from the Heart, 1982) di Francis Ford Coppola

Hank e Frannie sono una coppia annoiata in una fase di stanca del loro rapporto. Lui è uno sfasciacarrozze e lei fa l’impiegata di un’agenzia di viaggi. Durante la notte del 4 luglio, festa dell’indipendenza americana, trascorsa a Las Vegas, i due si concedono un momento di folle evasione. Così Hank vivrà una storia con una bella circense e Frannie con un cameriere che cerca di sfondare come cantante. Ma alle luci dell’alba i due rinsaviscono e decidono di tornare insieme. Musical sentimentale in forma di coloratissima fiaba onirica, tutta costruita sull’utilizzo sperimentale di nuove tecniche visive (basate sull’elettronica televisiva) e sulle atmosfere conturbanti che la rendono tanto bella quanto fragile, proprio come un sogno. Alla sua uscita fu un flop clamoroso, disprezzato da pubblico e critica che non ne colsero la bellezza surreale ed il coraggio innovativo. Il disastro commerciale causò il fallimento temporaneo della casa di produzione del regista, l’American Zoetrope. In questo film controverso, considerato da tutti minore nella filmografia coppoliana, il grande autore italoamericano dà fondo a tutto il suo estro visionario, sempre al confine con quel manierismo barocco, tipico della sua innata opulenza artistica. Egli realizza una sorta di idolatria dedicata al culto dell’immagine e mette in scena un potente omaggio al cinema classico ed al suo antico senso di spettacolo della visione, con suggestioni estetiche che oscillano tra il fantasy e la commedia musicale, con decise pennellate di romanticismo magico. L’approccio è quello totalmente istintivo di un bambino che disegna liberamente utilizzando una tavolozza di colori, con tutti gli ambienti scenici interamente ricostruiti in studio, dando vita ad una possente riflessione poetica sulla finzione del cinema, un’apologia della creazione artistica. Coppola maneggia il pennello visivo con entusiasmo trasognato e solletica le nostre recondite fantasie inconsce di evasione, abbandonandosi ad un erotismo frizzante e leggero. Le mirabolanti invenzioni stilistiche, le citazioni colte (la scena dell’incontro tra Hank e la sensuale Leila è un chiaro omaggio a Fellini), la magica ricreazione di Las Vegas in teatri di posa e l’intimo senso metaforico di favola sommessa sull’alienazione di coppia nella consumistica società americana, garantiscono al film una dignità artistica che solo in pochi gli hanno saputo riconoscere. Va comunque detto che lo squilibrio tra forma e contenuto, tra il rutilante apparato figurativo e la labile sostanza narrativa, è innegabile perché la debole sceneggiatura è quasi un mero pretesto per inscenare il fantastico mondo onirico immaginato dal regista. Nel cast citiamo Frederic Forrest, Teri Garr, Raul Julia e Nastassja Kinski. Vanno ancora segnalate la splendida fotografia “elettrica” del grande Vittorio Storaro e le belle le musiche di Tom Waits. Sottovalutato e maltrattato oltre misura con assurdo accanimento, è un’opera pregevole da riscoprire e da rivalutare per quello che è realmente: un magnifico sogno al neon, lungo due ore.

Voto:
voto: 4/5

Peggy Sue si è sposata (Peggy Sue Got Married, 1986) di Francis Ford Coppola

Peggy Sue è una bella quarantenne carica di rimpianti per un matrimonio precoce che le ha fatto perdere tante cose dell’età giovanile. In crisi col marito e con due figli a carico, cerca distrazione in una festa di ex studenti, diplomatisi nel 1960, in cui viene eletta reginetta del ballo. Colta da svenimento si risveglia proprio nel 1960 e ritorna un’adolescente in fiore carica di belle speranze, pur conservando tutta l’esperienza dell’età matura. Cerca in tutti i modi di modificare il suo destino ma finisce sempre tra le braccia di Charlie, il suo futuro marito. Commedia leggera e malinconica attraversata da tocchi di garbato umorismo, con qualche inserto strambo non sempre riuscito. E’ un film su commissione, in cui il non originale pretesto del viaggio nel tempo vuol essere una sottile riflessione sul tema della seconda occasione, da sempre affine alla sensibilità americana. Agrodolce nel tono, denso di sottintesi morali e di riferimenti alla cultura popolare, ha la sua forza maggiore nella magistrale ricostruzione delle atmosfere degli anni ’60, cosa che lo rende un prodotto a forte effetto nostalgia, quasi imperdibile per i cultori di quel periodo storico. Al di là di questo è un’opera minore nella filmografia del grande Maestro americano, una sorta di piacevole vacanza dopo i grandi capolavori degli anni ’70 che lo hanno reso un monumento del cinema mondiale. A tratti gradevole, qua e là ingenuo, ora geniale nelle trovate visive ora patetico nelle cadute di stile, è una commedia d’autore imperfetta e ambiziosa, non sempre dotata del giusto mordente e non sempre equilibrata. Ma la mano dell’autore si vede e ne impreziosisce i momenti alti. Nel cast la bella Kathleen Turner, candidata all’Oscar per l’occasione, è radiosa, mentre un “imbalsamato” Nicolas Cage, nipote del regista, provoca umorismo involontario col suo improbabile ciuffo biondo. Il finale zuccheroso e moraleggiante è la maggiore debolezza del film.

Voto:
voto: 3/5

I ragazzi della 56ª strada (The Outsiders, 1983) di Francis Ford Coppola

A Tusla (Oklahoma), negli anni ’60, due bande giovanili di strada si spartiscono il territorio e, quando vengono a contatto, sono botte da orbi. Da un lato ci sono i “Greasers”, ispanici proletari dai capelli impomatati, e dall’altro i “Socials”, bianchi e di famiglia agiata. Durante uno scontro con i rivali, Dallas, capo dei “Greasers”, uccide un avversario per salvare l’amico Pony Boy, debole e goffo. Dovrà darsi alla macchia insieme a due compagni e per i tre sarà l’inizio di un’avventurosa latitanza. Tratto dal romanzo omonimo di Susan E. Hinton, questo intenso dramma giovanile è un affresco esagitato e vigoroso del malessere profondo delle città statunitensi, in cui la mitologia del sogno americano ha generato vaste spaccature sociali e grosse sacche di malcontento, con inevitabili scoppi di violenza. In un paese così grande, in cui un crogiolo di razze e di lingue diverse sono tenute insieme da un giovane concetto d’identità nazionale, un paese caratterizzato da clamorosi squilibri economici, scarsa cultura e con il seme della ferocia insito nel DNA, i focolai di scontro sociale e le corporazioni “tribali” sono inevitabili e, infatti, compaiono già durante la prima adolescenza. Con un’estetica sontuosa ed un ritmo teso, Coppola dà fondo al suo innato senso del melodramma tragico per tratteggiare una sorta di Gioventù bruciata corale e struggente, dai colori fiammeggianti e con un amaro retrogusto malinconico, che stinge nel tenero. Non tutto funziona a dovere, ad esempio le caratterizzazioni dei personaggi indulgono sovente nel manicheismo e la retorica fa capolino qua e là, ma gli interpreti sono bravissimi (Matt Dillon specialmente), le atmosfere sono ammalianti ed alcuni momenti lirici sanno toccare le corde giuste. Fresco e genuino nel suo spirito ribelle, questo film vanta vaste schiere di appassionati e trasuda, attraverso la sua veemente carica umana, tutto l’amore dell’autore per i suoi personaggi, brutali ma anche teneri nella loro impudente ingenuità. Tra i tanti nomi famosi presenti nel cast ricordiamo Matt Dillon, Ralph Macchio, Patrick Swayze, Emilio Estevez, Tom Cruise, Diane Lane. Nella colonna sonora, composta da Carmine Coppola, spicca la dolcissima “Stay gold” di Stevie Wonder. Nel momento più intenso del film viene recitata una bella poesia di Robert Frost, riportata qui sotto, come simbolo vibrante della magia fugace dell’età giovanile. Le splendide panoramiche di Coppola fanno da magnifica cornice ad un momento cinematografico indubbiamente alto.

La frase:Niente che sia d'oro resta. In natura, il primo verde è dorato e subito svanisce. Il primo germoglio è un fiore che dura solo un'ora, poi a foglia segue foglia. Come l'Eden affondò nel dolore, così oggi affonda l'aurora. Niente che sia d'oro resta.”

Voto:
voto: 4/5

lunedì 4 aprile 2016

Viaggio in Italia (Viaggio in Italia, 1954) di Roberto Rossellini

Alex e Katherine, due inglesi sposati da otto anni, benestanti e conformisti, arrivano a Napoli per vendere un appartamento che hanno ereditato. Ne approfittano per un lungo giro turistico attraverso le bellezze naturali, storiche e artistiche della Campania. Trovandosi per la prima volta completamente soli, stranieri in un mondo per loro straniero, di cui riescono a cogliere il fiero incanto senza capirne le usanze, i due si scopriranno distanti, diversi ed in profonda crisi coniugale. Tra alti e bassi oscilleranno pericolosamente sul filo tra divorzio e riconciliazione. Straordinario capolavoro di Rossellini, rigoroso nel suo stile sobrio, lucido nell’analisi psicologica, rivoluzionario per densità tematica ed influenza sul cinema a venire. Assolutamente inedita e ardita la commistione tra alienazione borghese e sfondo neorealista, un innesto geniale che sembra unire, in un unico gesto artistico, due mondi: il freddo lirismo introspettivo del cinema nordico di Ingmar Bergman ed il colorito realismo in presa diretta del neorealismo italiano. Per questa sua inconsapevole intuizione Rossellini crea un film d’avanguardia e di rottura rispetto ai suoi tempi, anticipando tendenze e movimenti che esploderanno negli anni ’60 come la Nouvelle Vague francese o il cinema della crisi esistenziale di Antonioni. Alla sua uscita fu distrutto dalla miope critica italiana che non ne capì l’originalità e ne detestò l’apparente mancanza di scheletro narrativo: il film è nato con una sceneggiatura appena abbozzata e tra molte improvvisazioni, inoltre l’immersione totale dei due protagonisti nel colorito e rumoroso mondo campano è stata totalmente reale perché il cast e la crew hanno lavorato esattamente in quel modo. I francesi lo adorarono fin da subito, J. Rivette disse che, dopo l’uscita di questo film, tutti gli altri invecchiarono di colpo di dieci anni, e, col tempo, quasi tutti i critici mondiali gli hanno riconosciuto lo status di capolavoro. E’ una delle pellicole che hanno maggiormente influenzato la formazione cinefila di Martin Scorsese che gli ha dedicato uno splendido documentario, Il mio viaggio in Italia (1999), che omaggia il cinema italiano dell’epoca d’oro. Il viaggio turistico dei due coniugi è, in realtà, un viaggio interiore che affronta il non detto di una coppia, quell’inevitabile cumulo di silenzi, di compromessi, di delusioni, di reticenze e di inganni reciproci che ne minano il ciclo di vita, tutte solitamente ben celate sotto la quieta patina del perbenismo quotidiano che mortifica la libertà del desiderio individuale. Lo straniamento derivato dal trovarsi in un mondo a loro alieno, un mondo caldo, accogliente, affascinante e chiassoso, che disturba lui e pervade lei, provoca l’emersione inesorabile di quelle crepe troppo a lungo tenute nascoste in nome di una pavida routine quotidiana. I continui dubbi dei due protagonisti sul dove essi si trovino fa combaciare la perdita di coordinate geografiche con lo smarrimento esistenziale, sentimentale e morale, dovuto al vizio intrinseco del loro rapporto ormai logoro. La continua sovrapposizione tra viaggio esteriore e percorso interiore viene continuamente riaffermata dall’itinerario simbolico osservato da Katherine, che, passando dall’antro della Sibilla cumana agli scavi di Pompei, attraversa diversi stati della sua coscienza in cui dubita o acquisisce nuove consapevolezze su se stessa e su ciò che la lega e la divide da Alex. La splendida sequenza finale della processione per le strade di Maiori, con il “miracolo” che sembra ricongiungere la coppia, è un altro colpo di genio, un alto esempio di religiosità laica che si fa utopia di una visione più intima, rivolta dentro gli imperscrutabili abissi che regolano la vita di coppia. Una sottile commistione di sacro e profano che intende riunire sotto la stessa coltre intellettuale due grandi misteri, quello dell’amore e quello della religione, entrambi riconducibili ad un atto di fede. Anche dal punto di vista tecnico questo film, apparentemente scarno e minimalista, ha enormi pregi che sanno di modernità: l’uso del sonoro senza filtri e in presa diretta, il montaggio libero, la luce abbagliante degli scenari assolati del sud utilizzata in modo espressionista, l’andamento frammentario della narrazione che procede negando l’azione e consacrandosi alla sua attesa. L’evidente differenza tra l’algido aplomb britannico dei coniugi e il variopinto calore mediterraneo del popolo campano non unisce maggiormente la coppia, ma finisce per sgretolarla amplificandone le enormi incompatibilità troppo a lungo taciute sotto l’egida della madre patria. Nel cinema di Rossellini gli ambienti e gli spazi non sono mai statici sfondi decorativi ma assumono la valenza pregnante di un vero protagonista, un “essere” animato, pulsante, inquieto, capace di innescare percorsi interiori, di creare moti dell’animo e di influenzare i comportamenti umani. Come quasi tutti i film del Maestro italiano, anche questo è profondamente autobiografico. Infatti la materia trattata è affine alla reale situazione sentimentale vissuta da Rossellini e la Bergman in quel periodo, in cui il loro controverso rapporto (che aveva suscitato enormi scandali e indignazioni  da parte dei benpensanti) era in un momento di crisi. Questo è stato il terzo film di Rossellini con sua moglie Ingrid Bergman splendida protagonista, insieme a George Sanders nel ruolo di Alex. E’ un’opera imperdibile e difficile come quasi tutti i capolavori dell’autore.

Voto:
voto: 5/5