mercoledì 8 febbraio 2017

Split (Split, 2016) di M. Night Shyamalan

Kevin soffre di una grave forma di psicopatia dissociativa che lo porta a manifestare ben 23 personalità differenti: ora infantili, ora miti, ora violente, ora inquietanti. La battaglia interiore che si combatte nella psiche dell’uomo sembra far prevalere le sue soggettività oscure, che lo spingono a rapire tre ragazze adolescenti e rinchiuderle in uno scantinato, in attesa che si manifesti una nuova e più pericolosa personalità, a cui le giovani innocenti devono essere sacrificate. La psichiatra che si occupa della singolare patologia del soggetto inizia a sospettare qualcosa e decide di tener d’occhio i movimenti di Kevin, ma la situazione si fa ben presto rischiosa. Inquietante psicothriller apocrifo di Shyamalan, che filtra attraverso il particolarissimo sguardo dell’autore un insieme di influenze e di suggestioni derivanti da tanta (anche eccellente) filmografia attinente del passato: da Hitchcock a De Palma, passando per il misconosciuto Identità di James Mangold. Come sempre il regista indiano utilizza un ritmo compassato e atmosfere striscianti di minaccia incombente per raccontare una storia che fonde i generi e le sue personali ossessioni, senza dimenticare il fantastico, il fumettistico e l’amata Philadelphia, la location di quasi tutti i suoi film. L’inevitabile finale a sorpresa (autentico marchio di fabbrica di Shyamalan) è presente anche stavolta e farà la gioia dei fans incalliti dell’autore. Peccato che, nonostante le buone interpretazioni di un mimetico James McAvoy e soprattutto dell’intensa Anya Taylor-Joy (già apprezzata nell’horror fantascientifico Morgan), il film si trascini in un innocuo anonimato tra situazioni prevedibili e momenti soporiferi (i dialoghi tra Kevin e la psicologa sono a dir poco imbarazzanti), scegliendo di approfondire solo gli aspetti orrorifici e soprannaturali ma trascurando, invece, quelli più sottili e interessanti, legati ai ricordi infantili della (brava) protagonista femminile. Sarebbe stato assai più stimolante se il regista avesse sviscerato con più lucido rigore la palese connessione tra la battaglia psicologica di Kevin e quella (archetipa) della protagonista, evidenziandone l’alone “mitologico” di eroina che cerca di sconfiggere non solo i demoni esteriori ma, soprattutto, quelli interiori. Quasi inspiegabile il notevole successo di pubblico riscosso dalla pellicola, che ha il suo pregio maggiore nella fotografia cupa di pregnante espressività, che conferisce agli interni sotterranei (l’antro di Kevin) una perversa malia oscura. Per il resto ci troviamo di fronte ad un onesto lavoro di pura routine derivativa rispetto ai tanti (troppi?) prodotti che il cinema ha dedicato alla sinistra figura del serial killer.

Voto:
voto: 3/5

giovedì 2 febbraio 2017

Elle (Elle, 2016) di Paul Verhoeven

Michèle è una benestante donna in carriera di mezza età, cinica e disinibita, che dirige con successo una società di videogiochi. Nella sua intensa quotidianità deve gestire un ex marito che pende ancora dalle sue labbra, un figlio immaturo che aspetta un bambino da una ragazza tutto pepe, una bollente relazione con il marito della sua migliore amica, un’indomita madre ultrasettantenne che si trastulla con il suo giovane amante ed un padre “mostro” condannato all’ergastolo per aver commesso una cruenta strage tra i vicini di casa negli anni ’70. Un giorno Michèle viene aggredita e stuprata nella sua abitazione da un misterioso uomo mascherato, ma decide di non denunciare il fatto e proseguire la sua vita come se nulla fosse accaduto. Ma quando l’assalitore si rifà vivo, la donna inizia con lui un torbido gioco sessuale dalle pericolose conseguenze. Cinico thriller drammatico “da camera”, con contaminazioni da commedia nera, girato “alla francese” da Verhoeven, che ha liberamente adattato il romanzo “Oh...” di Philippe Djian. Provocatorio nelle tematiche, violento nei contenuti e amorale nei toni, è un piccolo compendio di tutto il cinema del regista olandese, da sempre a suo agio con le vicende morbose che mescolano sangue e sesso. Ora divertente ora agghiacciante, ambiguo e impudente fino al midollo, è un apologo anarchico (trasversale ai generi) sulle perversioni sessuali e sul sadismo latente di una borghesia ipocrita, viziata e rapace. Peccato che, per via della mano pesante del regista, non possieda la lucidità critica, il rigore espressivo e la compattezza tematica di un’opera capitale (e per molti versi affine) come La pianista di Michael Haneke che, tra le altre cose, condivide la stessa magnifica protagonista, la bravissima Isabelle Huppert. Tutti i punti di forza della pellicola si devono a lei e alla sua straordinaria capacità di  reggere, con ambigua misura, il peso di un ruolo così scomodo e “scandaloso”. La Huppert, meritatamente candidata all’Oscar come miglior attrice per quest’interpretazione, attraversa il film con la forza (e la grazia) di chi è riuscito a raggiungere lo stato interiore di libertà assoluta, andando oltre le convenzioni morali, il conformismo sociale e i tabù reconditi. La sua capacità mimetica di sintonizzarsi, quasi naturalmente, con personaggi estremi e borderline è ammirevole e continua a stupire, nonostante una carriera come la sua, imponente e costellata di successi. E va altresì sottolineata la sua fisicità asciutta e nervosa, in grado di emanare ancora un seducente erotismo all’età di 63 anni. Dal punto di vista thriller il film non è esattamente monolitico, a cominciare dall’identità dello stupratore che è intuibile già a metà pellicola, facendo quindi decadere l’alone di mistero e la tensione narrativa. Al Festival di Cannes 2016, dove ha suscitato numerosi consensi, è stato battuto, nella corsa alla Palma d’Oro, da Io, Daniel Blake  di Ken Loach.

Voto:
voto: 3,5/5

Collateral Beauty (Collateral Beauty, 2016) di David Frankel

Howard è un manager pubblicitario brillante e di successo, che cade in uno stato di profonda depressione a causa di un lutto familiare: la tragica morte di sua figlia di sei anni per un male incurabile. L’uomo diventa così un solitario abulico con tendenze suicide e non riesce più a provare alcun interesse né per la vita, né per il lavoro, né per le persone che lo circondano. Quando la sua azienda finisce sull’orlo del tracollo finanziario, i suoi più stretti collaboratori (e amici) elaborano un sofisticato piano per indurre in Howard uno scossone emotivo e convincerlo a vendere la società evitandone il fallimento. L’idea è quella di assumere tre sconosciuti attori teatrali per fargli interpretare i ruoli delle tre figure astratte a cui Howard ha scritto delle disperate lettere: il Tempo, l’Amore e la Morte. Strampalato drammone natalizio che oscilla tra il melodramma lacrimevole e il favolistico edificante, pieno zeppo di retorica, di situazioni bislacche e di dialoghi leziosi da far invidia alle frasi dei Baci Perugina. D’altra parte, con una sceneggiatura così improbabile e lacunosa nelle scelte narrative, era difficile tirar fuori qualcosa di meglio di questo inverecondo pastrocchio di tragedie patetiche e buoni sentimenti. Ma David Frankel ci mette del suo con una regia anonima e prolissa, riuscendo a sprecare clamorosamente un cast stellare (Will Smith, Edward Norton, Kate Winslet, Keira Knightley, Helen Mirren, Michael Peña, Naomie Harris), in cui il divo Smith è tenuto volutamente fuori fuoco, i protagonisti sono il trio di amici/colleghi (Norton, Winslet, Peña) e l’unica che si salva dal naufragio è l’ironica Mirren nel ruolo della “Morte”. Tra tirate svenevoli e ammiccamenti alla commedia, si avanza a tentoni fino al doppio finale a sorpresa, che non fa che aumentare il senso di frustrazione. Hollywoodiano nella peggiore accezione del termine, è stato un fiasco al botteghino (specialmente in patria) ed ha fatto registrare una totale unanimità di stroncature. Il termine che più gli si addice è spreco: di talento degli attori e di tempo da parte degli spettatori.

Voto:
voto: 2,5/5

martedì 31 gennaio 2017

La La Land (La La Land, 2016) di Damien Chazelle

Nella città degli angeli (e dei sogni) Sebastian, appassionato pianista jazz in cerca d’affermazione, e Mia, aspirante attrice che passa da un’audizione all’altra, si conoscono, si frequentano e s’innamorano. Ma il loro grande amore sarà presto messo alla prova dai rispettivi progetti professionali e poi dall’arrivo inatteso del successo, che ne cambierà abitudini e prospettive. Scintillante musical sentimentale del talentuoso Damien Chazelle, che, tra brio e leggerezza, mette in scena un omaggio vivace e nostalgico della vecchia Hollywood del periodo classico, quella dei celebri film musicali con Gene Kelly, Fred Astaire e Ginger Rogers. In un’elegantissima confezione estetica che dona esuberante risalto alle coreografie di danza, alla vitalità dei protagonisti ed alla bellezza dei panorami losangelini, questa luccicante “fiaba” moderna svolazza lieve tra romanticismo trasognato, citazionismo colto ed elegia del sogno. Perché, in fondo, è esattamente di questo che si parla: nella città dei sogni per eccellenza (Los Angeles), tra i locali jazz e gli studios cinematografici, tra le palme e i grandi Boulevards, il Sogno è la linfa vitale che regola le azioni dei due giovani amanti, alla disperata ricerca della realizzazione sentimentale e professionale. Lei sogna di diventare una grande attrice e si accontenta di un misero posto da barista per potersi mantenere e presenziare a tutti i provini che potrebbero aprirle le porte di Hollywood. Lui sogna di aprirsi un locale tutto suo dove poter finalmente suonare quel jazz puro che tanto ama e che ormai non piace più a nessuno. Ed il titolo stesso gioca ambiguamente, nel suo doppio significato, sul tema del Sogno: “La La Land” è un’espressione americana che può essere tradotta come “vivere nel mondo dei sogni”, ma può anche riferisi a Los Angeles (tramite la ben nota abbreviazione L.A.), ovvero la città che da sempre rappresenta, nell’immaginario collettivo, il posto dove i sogni possono essere realizzati. Peccato che il film paghi lo scotto sia di una parte centrale un po’ stiracchiata e meno interessante, sia delle non proprio eccellenti capacità nel ballo e nel canto dei due protagonisti principali, Ryan Gosling ed Emma Stone, la cui indubbia presenza scenica non va di pari passo con le qualità canore. Belle e coinvolgenti, invece, le musiche originali composte da Justin Hurwitz, capaci di esaltare degnamente il cuore e il dinamismo che trasudano dalla pellicola. Chazelle dimostra di saperci fare con il mezzo cinema e dà sfogo a tutto il suo amore per il jazz e per i classici regalandoci un paio di sequenze notevoli (vedi il balletto d’apertura sull’autostrada bloccata dal traffico) ed alcune gustose citazioni (come l’intenso finale che omaggia il famoso “Play it, Sam” di Casablanca o la scena del planetario che celebra un altro “monumento” del cinema hollywoodiano come Gioventù bruciata). Completano il cast Rosemarie DeWitt, John Legend e J. K. Simmons, che torna a lavorare con Chazelle dopo la grande performance di Whiplash e ci regala anche la battuta più riuscita del film. Acclamato unanimemente come pellicola dell’anno da critica e pubblico, era dato come sicuro trionfatore agli Oscar 2017, dove ha vinto sei statuette su ben quattordici candidature mancando però il premio più ambito di miglior film. A dirla tutta non va oltre la bontà di un prodotto certamente sopra la media ma anche in forte odore di sopravvalutazione. La recente tendenza di Hollywood di celebrare (e premiare) i grandi generi classici del passato (il muto nel 2012, il film d’impegno sociale nel 2013, il dramma teatrale nel 2015 e il dossier d’inchiesta nel 2016) è la chiara testimonianza della mancanza di nuove idee. Citando per l’occasione una frase di  La La Land:Come si può essere rivoluzionari se si è così tradizionalisti ?”.

Voto:
voto: 3,5/5

lunedì 30 gennaio 2017

The Lobster (The Lobster, 2015) di Yorgos Lanthimos

In un ipotetico futuro (a noi prossimo) la società ha bandito lo status di single e, tutti coloro che hanno superato una fascia d’età e si trovano senza partner, vengono deportati in un hotel, solo apparentemente lussuoso, nel quale vigono rigide regole comportamentali. Gli “ospiti” sono costretti a socializzare tra di loro e hanno 45 giorni di tempo per trovare l’anima gemella, altrimenti saranno trasformati in un animale da loro scelto al momento del check-in. Per aumentare il periodo di permanenza i single possono anche dedicarsi alla caccia ai ribelli che vivono nel bosco attiguo, guadagnando un giorno per ogni dissidente catturato. David, scialbo uomo di mezza età  lasciato dalla moglie e insofferente rispetto ai rituali imposti nell’albergo, non riesce ad empatizzare con nessuno tra gli “ospiti” e, prima di pagare il dazio della trasformazione, decide di fuggire per unirsi ai ribelli nel bosco. Qui s’innamora, ricambiato, di una rivoltosa con problemi di vista, ma scoprirà, suo malgrado, che le regole del nuovo gruppo proibiscono i legami sentimentali. Ambizioso dramma di fantascienza distopica costruito sul filo del paradosso dal greco Lanthimos, sotto la lente deformante di un grottesco acido che a volte indulge in sequenze truci. L’evidente intento polemico nei confronti del conformismo sociale, che il regista intende deridere attraverso quest'aspra farsa dal tono dark, viene attenuato dall’estrema seriosità di un’opera cinicamente ampollosa, così tronfia da scadere nel sadismo ideologico. Il grande cast (Colin Farrell, Rachel Weisz, John C. Reilly, Léa Seydoux) appare svogliato e poco in sintonia con questo pastiche di suggestioni e di influenze dallo stile asettico che mira a suscitare (riuscendoci perfettamente) un ruvido straniamento nello spettatore. Lanthimos gioca a fare l’Haneke ma senza possederne il rigore concettuale, la densità tematica, l’estro stilistico e la tagliente snellezza. L’eclissi dei sentimenti in un mondo ormai dominato da mode, convenzioni, opportunismo e materialismo, non può che condurre ad un nuovo Medioevo in cui la ragione ha ceduto il posto alla mostruosità e la libertà individuale alle etichette sociali. E’ questo il messaggio di fondo di un’opera troppo austera per essere lucida e troppo bigia per cogliere realmente nel segno. Il film ha ricevuto il Premio della Giuria al Festival di Cannes 2015. Il titolo (lobster) allude all’animale scelto da David in caso di trasformazione: l’aragosta.

Voto:
voto: 3/5

mercoledì 25 gennaio 2017

Il figlio di Saul (Saul fia, 2015) di László Nemes

Saul è un ebreo ungherese prigioniero in un campo di sterminio nazista e reclutato come “sonderkommando”, ovvero come aiutante degli aguzzini nell’esecuzione del loro folle disegno criminale. Le sue attività quotidiane, vissute con dolente assuefazione, consistono nell’accompagnare gli ignari deportati appena scesi dai treni nelle docce della morte, ripulire la scena dell’eccidio, trasportare i poveri corpi nudi verso i forni crematori e trafugare gli eventuali oggetti di valore nascosti nei miseri cenci delle sventurate vittime. Ma un giorno Saul crede di riconoscere suo figlio nel cadavere di un ragazzo e decide di trafugarne il corpo per risparmiarlo al fuoco e concedergli una degna sepoltura. Come pervaso da una mistica follia, l’uomo si mette alla disperata ricerca di un rabbino che possa officiare con rito religioso la tumulazione del ragazzo, ignorando del tutto gli evidenti rischi dell’impresa e le azioni furtive dei suoi compagni che stanno organizzando una rivolta contro i tedeschi. Straordinaria opera prima di László Nemes (già assistente del grande Béla Tarr) con questo autentico capolavoro che affronta il sempre scottante tema della Shoah con una potenza estetica, un rigore formale, una lucidità espressiva ed un pudore di sguardo che non hanno eguali nelle numerose pellicole finora dedicate all’Olocausto ebraico. Durante il periodo più oscuro della storia occidentale, all’interno delle atroci “fabbriche della morte” edificate dalla follia nazista, c’erano i sadici carnefici, le povere vittime e anche i prigionieri “di robusta costituzione” costretti a collaborare con il nemico nell’esecuzione del lavoro “sporco”, nella speranza di potersi salvare la vita. In realtà, nella spietata logica delle SS, i “sonderkommando” duravano pochi mesi, per poi essere a loro volta eliminati e sostituiti da nuovi arrivi più “freschi”. L’emblematica vicenda di Saul è quella di un uomo annichilito dagli orrori a cui ha assistito, abbrutito dalle condizioni di “vita” disumane in cui è costretto e tenuto in piedi dal solo primordiale istinto di conservazione, l’unica possibile fonte da cui attingere l’energia che gli consente di andare avanti, come un inerte automa che annaspa in un mare di brutalità e di dolore. Il fatale incontro con il ragazzo, che potrebbe essere suo figlio, saprà riaccendere in lui quella scintilla di umanità annientata da anni di atrocità e darà un senso (nella morte) alla sua non vita. La suggestiva scelta estetica dell’autore, girare il film in formato 4:3 (come a voler comprimere l’abominio) attraverso la prospettiva di Saul, con la macchina da presa perennemente incollata alle sue spalle o al suo volto, costituisce la geniale cifra stilistica ed il punto di forza assoluto di quest’opera magistrale. Attraverso il continuo ed inquieto “pedinamento” compiuto dalla camera nei confronti del protagonista, ci vengono pietosamente risparmiati gli orrori insostenibili che avvengono tutt’intorno, costantemente tenuti fuori fuoco, e la pellicola acquisice un dinamismo plastico che letteralmente ci immerge, e ci travolge, in un claustrofobico incubo ad occhi aperti. Un incubo di truce alienazione in cui tutte le coordinate morali sono state smarrite, da cui la dignità umana è volata via per sempre ed in cui la pur folle impresa del protagonista appare come l’unica cosa sensata. La disperata corsa di Saul diventa quella dello spirito dell’uomo che cerca costantemente (per dirla alla Dante Alighieri) la “via delle stelle” anche nel più profondo degli inferni. E il finale, tragicamente straordinario, che sublima tutti gli orrori con l’ultimo lampo visionario, è la chiosa perfetta per un film memorabile, capace di esprimere eroici frammenti di disperata umanità in un semplice gesto. Una menzione speciale va anche data all’intenso protagonista Géza Röhrig, alla fotografia “sporca” di Mátyás Erdély ed alle musiche angoscianti di László Melis. Il film, giustamente applaudito dalla critica di tutto il mondo, è stato meritatamente premiato con l’Oscar al Miglior Film straniero e con il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes.

Voto:
voto: 5/5

Silence (Silence, 2016) di Martin Scorsese

Nella prima metà del XVII secolo, al tempo delle violente persecuzioni in Giappone contro la minoranza cristiana, due giovani gesuiti portoghesi, padre Rodrigues e padre Garupe, decidono di partire verso la terra del sol levante alla ricerca del loro mentore, padre Ferreira, sparito nel nulla da molti anni. I due decidono di sfidare il grave pericolo degli spietati persecutori nipponici (che intendono eliminare dal loro paese ogni influenza occidentale), non solo per ritrovare il loro vecchio Maestro religioso ma anche per smentire le voci infamanti che lo accusano di aver abiurato la fede cristiana e di esser passato dalla parte avversa. Dal romanzo omonimo di Shûsaku Endô, Scorsese ha tratto un sontuoso capolavoro, di raggelante potenza visiva e di doloroso struggimento interiore, realizzando così un suo personale sogno rimasto a lungo nel cassetto. Il grande regista italoamericano ha infatti pensato a questo film per circa 25 anni, rimandandone più volte l’attuazione, prima di poterlo finalmente realizzare. Il tema centrale dell’opera letteraria, ovvero il Silenzio di Dio di fronte alla sofferenza umana, viene ampiamente sviscerato (e addirittura esteso) in questo film imponente, austero, teso, tetro, un denso apologo sulla fede e sul suo significato più recondito. Lineare nella struttura ma sfaccettato e sfuggente nei sottotesti, è un film cristiano e non catartico, un affresco problematico e meditabondo, ricolmo di dubbi e di tormenti (fisici ma soprattutto spirituali), che intende esplorare il cuore intimo della fede, ovvero il rapporto tra uomo e Dio in termini di patos interiore. Costruito abilmente come una via Crucis sempre più lacerante, riesce a sintetizzare con soprendente rigore espressivo una molteplicità di temi di elevato spessore (storia, politica, religione), mettendo sovente in discussione lo stesso punto di vista trainante (come già detto trattasi di una pellicola cristiana) e offrendoci anche le motivazioni della parte avversa, attuando così un fertile relativismo di giudizio. I confini tra follia e misticismo, evangelizzazione e invasione, intolleranza e rispetto delle proprie tradizioni, fanatismo e dogma, istinto di conservazione e codardia, sono, in fondo, molto esili e quest’opera magniloquente riesce quietamente a percorrere questa sottile linea di demarcazione, indugiando ora da un lato ora dell’altro del “baratro”, per mostrarci sprazzi di un abisso (interiore) fin troppo vasto per essere realmente compreso. Più che alla ragione Silence parla al nostro animo e al nostro cuore, a quell’essenza ora sublime ora miserabile che costituisce il nadir della spiritualità umana. Ponendo grandi domande, ma senza la banale pretesa di fornire risposte, quest’opera monacale e privata ci illustra un possibile percorso mistico esistenziale e, senza concedere sconti afflittivi, si erge prepotentemente come un nuovo modello con cui il cinema a sfondo storico dovrà fare i conti. Dal punto di vista tecnico è un capolavoro assoluto con la suggestiva fotografia di Rodrigo Prieto, i plastici movimenti di macchina, le prospettive dall’alto, l’imponente ricostruzione storico ambientale, le realistiche scenografie e i costumi di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, che letteralmente ci immergono, con feroce realismo, nel Giappone del 1600. Numerose le sequenze memorabili (l’agghiacciante prologo con le torture nella caldara naturale, l’arrivo sul mare nebbioso, il confronto tra Rodrigues e l’Inquisitore buddista), altrettanti i momenti di volo alto e le citazioni colte al grande cinema d’autore orientale (Mizoguchi e Kurosawa in primis). Nel cast tra Andrew Garfield, Liam Neeson, Tadanobu Asano e Adam Driver, i più efficaci sono i giapponesi Issei Ogata e Yōsuke Kubozuka. Interessante e fonte di non banali riflessioni la figura del “Giuda” nipponico, eternamente sospeso tra pentimento e debolezza, opportunismo e rimorso. Il ritorno di Martin Scorsese ai grandissimi livelli artistici che gli erano abituali è una notizia di cui ogni appassionato di cinema non può che gioire.

Voto:
voto: 4,5/5

Escobar (Escobar: Paradise Lost, 2014) di Andrea Di Stefano

Nick, giovane surfista canadese, raggiunge il fratello in Colombia e qui si ferma, convinto di aver trovato il paradiso terrestre. L’incontro con la bella Maria, di cui il nostro s’innamora perdutamente, cambierà per sempre la vita del ragazzo, a partire dal giorno in cui Maria gli farà conoscere il suo potente e temuto zio, Pablo Escobar, il più celebre narcotrafficante di tutti i tempi, adorato dalle folle come un eroe popolare. L’inevitabile ingresso di Nick negli “affari di famiglia” trasformerà la sua vacanza colombiana in un incubo. Interessante esordio registico dell’italiano Andrea Di Stefano (finora più conosciuto come attore per aver preso parte a grandi produzioni internazionali), con questo film teso e cupo, a metà strada tra il biopic, il thriller, l’action movie ed il noir. Diretto con buona perizia tecnica e lucido senso della narrazione drammatica, contiene già nell’eccellente citazione del titolo originale (Paradise Lost) il suo senso più intimo: il giardino dell’Eden in cui i due giovani amanti, pieni di entusiasmo e di passione, si perdono a causa della presenza del diavolo, che prima li tenta, poi li ammalia e infine li travolge nel suo disegno malefico. Ma l’autentico punto di forza del film risiede nell’eccellente interpretazione del sempre grande Benicio Del Toro, che prima si trasforma fisicamente in Escobar e poi ce ne mostra il carisma, il fascino sinistro, la violenza sanguinaria, ma anche gli slanci sentimentali e la tenerezza nei confronti della sua famiglia. Memorabile, in tal senso, la sequenza in cui Del Toro/Escobar canta in pubblico la versione spagnola di “Dio come ti amo”, dedicandola alla moglie. Tra i deliri di onnipotenza, le fiabe lette ai figli, le colorite riunioni familiari e gli stermini brutali dei suoi rivali, l’autore ci mostra la quotidianità del male del feroce “re della cocaina”, divenuto popolarissimo negli anni ’80 e ’90 fino alla sua tragica fine. La gigantesca performance di Del Toro è il baricentro dell’azione e fa ovviamente sbiadire quelle del resto del cast, in cui citiamo Josh Hutcherson e Claudia Traisac, a loro agio nei panni dei due giovani innamorati alle prese con un destino più grande di loro. Il senso di tragedia incombente che pervade la pellicola fin dalle prime scene diventa la cifra stilistica di un’opera che si lega al male indissolubilmente come il suo titanico protagonista.

Voto:
voto: 3,5/5

Arrival (Arrival, 2016) di Denis Villeneuve

La dottoressa Louise Banks è una stimata linguista con una tragedia familiare alle spalle, che viene convocata dall’esercito per una missione straordinaria: cercare di comunicare con entità aliene che hanno inviato dodici astronavi in punti diversi della terra. Coadiuvata dal fisico Ian Donnelly, la Banks dovrà trovare un protocollo di comunicazione con i misteriosi visitatori per capire chi sono, cosa vogliono e da dove vengono. Mentre tutto intorno cresce l’isteria dei paesi più belligeranti, che vorrebbero attaccare gli alieni in cui vedono una possibile minaccia, la Banks cerca di decifrare la scrittura simbolica degli ospiti e stabilire con essi un rapporto di reciproca fiducia, in una disperata corsa contro il tempo. Dal racconto "Storia della tua vita" di Ted Chiang, il promettente Denis Villeneuve ha tratto un ambizioso film di fantascienza esistenziale con intenti filosofici, corroborato da spunti scientifici verosimili (la teoria di Sapir-Whorf) per rinforzarne la tesi e nobilitarne l’impianto concettuale. Il tema dell’incontro tra umani e alieni è stato ampiamente abusato da tutta la fantascienza (sia letteraria che cinematografica) al punto che ormai è difficile aspettarsi qualcosa di nuovo. Il regista canadese ci riesce solo in parte, muovendosi sulla scia di Spielberg (Incontri ravvicinati del terzo tipo), Zemeckis (Contact) e soprattutto del recente Interstellar di Christopher Nolan. Senza svelare troppo della trama possiamo limitarci a dire che il tentativo (encomiabile) di realizzare un’opera di fantascienza “colta” per il grande pubblico ha dato vita ad un’affascinante miscela di sci-fi emotiva improntata sul fattore umano, che cerca di scavare nel profondo del nostro animo. Ma non tutto quadra e non tutto convince tra pseudo scienza divulgativa e digressioni filosofiche esistenzialistiche. Come a dire: prendi Tarkovskij e piegalo alle regole del mainstream, barattandone la poesia con il sentimentalismo e la capacità di astrazione con un più rassicurante didascalismo. Ma il film (che ha raccolto consensi quasi unanimi presso la critica e il pubblico) ha anche i suoi meriti nelle suggestioni ipnotiche (la straordinaria sequenza degli eptopodi che tracciano gli ideogrammi circolari sulla vetrata di separazione vale da sola il prezzo del biglietto), nell’approccio intimistico (come una dolce poesia malinconica sussurrata all’orecchio) e nel suo reale significato di elegia della vita nella sua pienezza, perchè, anche se il finale è certo, vale comunque la pena di assaporarne le emozioni. La confezione tecnica è di primissimo ordine e Villeneuve conferma il suo talento di autore emergente. Nel grande cast, che annovera Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker e Michael Stuhlbarg, svetta la protagonista femminile con un’interpretazione di coinvolgente intensità drammatica.

Voto:
voto: 3,5/5