mercoledì 16 febbraio 2022

Macbeth (The Tragedy of Macbeth, 2021) di Joel Coen

Nella Scozia medievale il duca Macbeth, valoroso guerriero fedele alla corona che si è distinto per le sue azioni in battaglia sconfiggendo con eroismo e sprezzo del pericolo un nobile traditore, rimane deluso quando il Re Duncan lo premia con titoli aristocratici invece che con la promessa di ascendere al trono. Infatti, sulla strada del ritorno dalla guerra, Macbeth ha assistito all'apparizione di tre streghe "gemelle" che gli hanno predetto un futuro da re di Scozia. Frustrato nella sua ambizione, contrariato per non sentirsi apprezzato per quanto merita e spinto da una moglie spietata e ossessionata dalla brama di potere, il condottiero mette in atto un sanguinoso piano di regicidio, facendo ricadere la colpa sul giovane principe Malcolm. Ma, una volta salito al trono attraverso l'inganno e il delitto, la sua sete di grandezza non si placa e, tormentato dai sensi di colpa, terrorizzato dal timore di essere tradito e incapace di gestire il truce meccanismo che ha messo in moto, egli scivola progressivamente nel delirio e si macchia di delitti sempre più atroci. Per lui e per la sua malvagia sposa le porte dell'abisso si spalancheranno inevitabilmente. Joel Coen, stavolta senza la sua inseparabile "metà" (il fratello Ethan), ha sceneggiato e diretto, con risultati straordinari, questo ennesimo adattamento cinematografico della famosa tragedia storica di Shakespeare, che non è di certo l'opera migliore del bardo inglese ma una di quelle più rappresentate in teatro e sul grande schermo, anche a causa del fascino oscuro che deriva dalla sua leggendaria nomea maledetta. Girato interamente in interni (con tutti gli ambienti magicamente ricostruiti in teatri di posa) e tecnicamente realizzato in formato 4:3, con un'abbacinante fotografia in un bianco e nero ricco di contrasti e di sfumature, The Tragedy of Macbeth è un autentico gioiello d'autore, formalmente elegante, narrativamente denso, stoico e teso nella messa in scena di fertile astrazione, che è un tripudio di scenografie metafisiche, sequenze evocative, minimalismo geometrico, glaciale asciuttezza, utilizzo geniale dei suoni, delle luci e delle ombre con evidenti ammiccamenti stilistici colti all'espressionismo tedesco degli anni '20 ed alla filmografia shakespeariana di Orson Welles. E' corretto affermare che il grande regista americano realizza, con questo film stupefacente e raffinatissimo, il perfetto sincretismo tra cinema e teatro attraverso la commistione armoniosa tra forma e contenuto, immagini e sonoro, recitazione e suggestione, mito e storia. Particolarmente indovinata la scelta di ridurre "all'osso" il materiale tratto dal testo ispiratore, asciugandolo di tutte le parti che non riguardano strettamente il rapporto tra Macbeth, sua moglie, la bramosia di potere e la follia. In questo modo il film risulta compatto, agile e possente, intimamente epico senza mai ricorrere a forzature spettacolari e fedelissimo all'originale nell'essenza e nei dialoghi, che sono riportati pedissequamente dal "sacro" scritto del bardo. Magistrali le interpretazioni di tutti gli elementi del cast, con menzione speciale per Denzel Washington che giganteggia, ma che viene seguito a ruota da Frances McDormand (moglie del regista) e da una memorabile Kathryn Hunter nel ruolo delle tre streghe. Quando entra in scena lei (anzi "loro") l'intero spazio scenico sembra plagiarsi al suo volere. Ma anche i vari Alex Hassell, Brendan Gleeson, Bertie Carvel e Corey Hawkins offrono delle performance eccellenti e perfettamente funzionali alla visione dell'autore. La principale "modifica" apportata rispetto all'originale letterario, ovvero l'età ben più matura dei due protagonisti, conferisce alla tragedia una ulteriore chiave di lettura di dolorosa riflessione psicologica sul tempo che ci resta. Tre meritatissime nomination agli Oscar 2022: miglior attore (Denzel Washington), migliore fotografia (Bruno Delbonnel) e migliore scenografia (Stefan Dechant e Nancy Haigh). Conoscendo le logiche hollywoodiane è probabile che non vinca nessuna statuetta per il suo essere un'opera troppo di nicchia e decisamente per "palati fini", ma questo "piccolo" grande film è l'ennesima riconferma che il cinema di alta qualità non ha bisogno di budget faraonici o di effetti speciali strabilianti, ma di valide idee, di puro talento e di un solida idea artistica di fondo da tradurre coerentemente in visione, immersione sensoriale, esperienza emotiva, stimolo intellettuale, racconto per immagini. Tutto il resto è solo oro per gli sciocchi.

Voto:
voto: 4,5/5

martedì 15 febbraio 2022

Woman Walks Ahead (2017) di Susanna White

New York, 1889, alla fine delle guerre indiane. Caroline Weldon è una giovane donna nata in svizzera e di classe agiata, anticonformista, vedova, liberale, pittrice affermata, idealista animata da nobili principi e fiera sostenitrice della causa dei nativi americani. Con l'intento di dipingere dei quadri che ritraggono i pellerossa nel loro habitat naturale, parte da sola verso le grandi pianure del Dakota, diretta nella riserva dove gli ultimi Sioux sono stati confinati dall'esercito governativo. La donna riesce ad incontrare il leggendario capo Toro Seduto, lo convince a farsi ritrarre e tra i due nasce una sincera amicizia basata su fiducia e rispetto. Soprannominata in modo dispregiativo "Squaw bianca" dai coloni e dai soldati che vivono nel luogo, Caroline sarà oggetto di vessazioni, insulti e violenze da parte dei bianchi che la trattano come una pericolosa "traditrice" della causa nazionale. Mentre il suo operato diventa argomento di dibattito tra le alte cariche militari del remoto avamposto, il viscido Colonnello Silas Grove decide di sfruttare la situazione a suo vantaggio per provocare un nuovo "casus belli" e sbarazzarsi definitivamente del suo nemico Toro Seduto e degli ultimi indiani a lui fedeli che ancora covano speranze di ribellione verso gli invasori. Questo western biografico diretto dalla britannica Susanna White e ispirato alla reale vicenda della temeraria attivista Caroline Weldon, che sfidò apertamente le leggi, i pregiudizi e le ingiustizie del suo tempo per mettersi dalla parte dei nativi fino a diventare amica, confidente e "segretaria" del temuto capo Toro Seduto, è un malinconico dramma storico intimo e riflessivo, del tutto privo di azione, che denuncia i soprusi e gli abusi commessi dai bianchi a danno dei Sioux-Lakota durante i tragici atti conclusivi delle così dette "guerre indiane". E' un film a tesi, sicuramente realistico e storicamente attendibile, ma anche manicheo nella prospettiva, fedele a quel revisionismo storico che ormai dagli anni '70 anima quasi tutti i western americani, figlio di un incancellabile senso di colpa e di una sensibilità progressista vagamente ipocrita perchè, alla luce dei fatti, ancora fatica a farsi completamente strada nell'ideologia imperialista, avida e violenta che ancora alberga in gran parte della società americana. Dal punto di vista politico la pellicola è fragile e non aggiunge nulla di nuovo o di rilevante a quanto già detto in precedenza sulla questione del genocidio dei nativi, anche perchè la regista sembra maggiormente interessata al discorso della discriminazione e dell'emancipazione femminile. Non a caso è un film diretto da una donna e con una donna come magnifica protagonista (la bravissima Jessica Chastain, sempre luminosa e impeccabile in tutti i ruoli che interpreta); un film che propone un punto di vista femminile, sensibile, compassionevole, più attento agli aspetti umani che a quelli politici economici, intrecciando nel medesimo "groviglio" etico le ingiustizie commesse sugli indiani con quelle compiute sulle donne, trattate come schiave, tenute in disparte, relegate in un angolo silenzioso e "domate" con la forza alla stregua dei cavalli per soggiogarle al dominio dei maschi. La metafora è chiarissima nelle scene in cui Caroline si approccia con paura e riluttanza a cavalcare il bianco destriero, ammaestrato alle esigenze da circo, che Toro Seduto le mette a disposizione. L'epica nostalgica della fine della vecchia frontiera e del grande sogno di libertà dei nativi trova i suoi momenti di massima intensità emotiva nel rapporto tra la donna bianca, altolocata e coraggiosa, ed il fiero capo indiano, ormai ridotto a fenomeno da baraccone nelle apparenze, ma con ancora dentro i lampi del grande guerriero indomabile. Oltre alla Chastain risultano inappuntabili nei rispettivi ruoli Michael Greyeyes e Sam Rockwell, e la struggente bellezza selvaggia degli sterminati scenari naturali della vecchia America fa il resto. Al netto dei moralismi, sempre potenzialmente presenti (a livelli diversi) in operazioni "riparatorie" di questo tipo, i freddi numeri snocciolati durante i titoli di coda sulle dimensioni del massacro dei pellerossa bastano e avanzano a far riflettere e indignare. Anche perchè non è mai abbastanza per tener viva la memoria su tragedie irreparabili come questa.

Voto:
voto: 3/5

lunedì 14 febbraio 2022

Lolita (1997) di Adrian Lyne

Nell'America di fine anni '40 il maturo professor Humbert sposa la vedova Charlotte Haze ma è irresistibilmente attratto dalla figlia quattordicenne di lei, Dolores detta "Lolita", adolescente bella e maliziosa che ricambia con atteggiamenti ammiccanti il suo interesse. Charlotte perde la vita in un incidente e tra l'uomo e la ragazzina scoppia una passione proibita e sconveniente da tenere ben nascosta. Ma Lolita è esuberante e ardua da gestire e finisce per attirare altri uomini maturi ammaliati dalle giovinette, tra cui il losco seduttore Clare Quilty. La tragedia è dietro l'angolo. Secondo adattamento per il cinema dello "scandaloso" romanzo "Lolita" di Vladimir Nabokov, già portato sul grande schermo da Stanley Kubrick nel 1962 con una pellicola famosa, controversa e di ottima fattura. Il confronto con l'originale è ovviamente inevitabile e inesorabilmente in perdita. L'inglese Adrian Lyne, specialista dell'erotismo mainstream di patinata confezione e di torbida fascinazione, si cimenta in una missione impossibile, partendo dalla sceneggiatura di Stephen Schiff e scegliendo una maggiore fedeltà rispetto al testo letterario ispiratore ed un approccio basato su una superiore audacia sessuale (che si traduce in sequenze erotiche ben più esplicite rispetto al film di Kubrick), sulla totale assenza di ironia e su una sorta di implicita "modernizzazione" in accordo al periodo di uscita dell'opera. Il risultato è un film cupo e serioso, di morbosa drammatizzazione e di pedante artificiosità nel suo essere elegantemente flebile. Per quanto gli attori principali siano all'altezza dei rispettivi ruoli (fatalmente seducente Dominique Swain, ossessivamente tormentato Jeremy Irons e di luciferino carisma Frank Langella), tutto si riduce ad uno scialbo accumulo di ruffianeria pruriginosa e di didascalismo inamidato, con cavillose indulgenze nel melodrammatico. Si perdono totalmente le sfumature psicologiche, i sottotesti etici, la dimensione metaforica, lo stile denso, la riflessione sociale, le invenzioni grottesche e la glaciale progressione geometrica della diegesi kubrickiana. Sono da salvare la ricostruzione storico ambientale, le interpretazioni dei tre attori principali, la colonna sonora avvolgente di Ennio Morricone e qualche sequenza di forte impatto allegorico come il dialogo sul patio tra Humbert e Quilty con le falene notturne che bruciano nella zanzariera elettrica. Jeremy Irons era molto restio ad accettare un ruolo così scomodo come quello di Humbert, e il suo disagio veniva aumentato dal fatto che, all'epoca, era padre di figli adolescenti. Ma il "corteggiamento" di Adrian Lyne fu così insistente che, alla fine, il bravo attore si decise ad accettare, uscendo psicologicamente provato dalla lavorazione del film. Lui stesso dichiarò, anni dopo, di essersi così immedesimato nel personaggio da aver provato una sorta di autentica ossessione per la sua collega Dominique Swain, che durante le riprese aveva 15 anni (ma venne sostituita da una controfigura maggiorenne nelle scene più scottanti).

Voto:
voto: 2,5/5

sabato 12 febbraio 2022

Freaks Out (2021) di Gabriele Mainetti

Roma, 1943, in piena Seconda Guerra Mondiale, durante i funesti mesi dell'occupazione nazista. In un piccolo circo gestito dall'ebreo Israel lavorano quattro "freaks", bizzarri scherzi della natura costretti ad esibirsi come fenomeni da baraccone a causa di una società cinica e feroce che ne discrimina la "diversità". Fulvio (detto "uomo lupo") ha il corpo interamente ricoperto da un folto pelo belluino e una forza sovrumana. Matilde (la "ragazza elettrica") è un'adolescente che emette scariche elettriche e per questo motivo non può essere toccata da nessuno. Cencio ha la capacità di attirare e dominare tutti gli insetti, che rispondono fedelmente ai suoi comandi. Mario è un nano un po' tonto con poteri magnetici, grazie ai quali riesce ad attrarre i metalli come una calamita vivente. Oppressi dall'invasore tedesco, i nostri cercano di emigrare clandestinamente in America ma finiscono nelle grinfie dello spietato psicopatico Franz, principale attrazione del circo germanico "Zirkus Berlin", pianista nato con sei dita per mano e dotato di capacità di preveggenza. L'uomo è ossessionato dall'idea di creare un piccolo esercito di "super eroi" per aiutare la Germania a vincere la guerra e per questo dà la caccia a tutti i "diversi" nati con particolari abilità. Secondo lungometraggio del romano Gabriele Mainetti, scritto insieme a Nicola Guaglianone, e per il quale il regista ha atteso ben sei anni dopo il grande e inatteso successo del suo roboante esordio Lo chiamavano Jeeg Robot (2016). L'autore torna ad affrontare le tematiche della diversità e dei super poteri, intesi principalmente come una maledizione, una fonte di alienazione ed una pesante responsabilità che ti condiziona l'esistenza, rendendo ardua l'accettazione da parte del prossimo. Come nel film precedente le atmosfere sono sordide, degradate, brutali, esaltando lampi di sincera umanità che contrastano con il contesto squallido e disperato. Ma la pregnante ambientazione storica nello scenario fortemente evocativo di una Roma-città-aperta di neorealistica memoria, la sontuosa ricostruzione di luoghi emotivamente collegati ad un cupo passato impossibile da dimenticare, la mescolanza di fantastico e tragico (con l'onirico mondo circense che si alterna alla furia sanguinosa della guerra), l'abbondanza di effetti speciali (realizzati anche in computer grafica) e l'elevato budget produttivo rispetto agli standard del cinema italiano, lo rendono un prodotto decisamente più grandioso e ambizioso, facendo crescere, proporzionalmente, anche le aspettative. Il risultato finale è sicuramente valido, ma inferiore rispetto alla fortunata pellicola d'esordio di Mainetti. Infatti il film, ottimo e "magico" per tutta la prima parte, risulta complessivamente troppo lungo, talvolta stiracchiato, ridondante ed eccessivo nell'interminabile finale bellico, qua e là imbarazzante nei suoi picchi grotteschi che tracimano nel kitsch o nel macabro. Nel cast i più bravi sono la sorprendente Aurora Giovinazzo e il solido Giorgio Tirabassi, mentre Claudio Santamaria appare intrappolato nel trucco ingombrante da "uomo bestia" e Franz Rogowski tratteggia un cattivo esagitato sempre sul filo della macchietta involontaria. I momenti alti, in cui il meraviglioso si fonde con l'orrido e il poetico con il lugubre, sono alternati e presenti in egual misura con i passaggi meno convincenti o con le forzature narrative. Ma l'intrattenimento è ampiamente assicurato, la sequenza di epilogo è di grande suggestione simbolica ed i titoli di coda "artistici" costituiscono una preziosa chicca che riempie il gap temporale tra gli anni in cui è ambientato il film ed il presente, attraverso un ingegnoso racconto per immagini disegnate. Mezza stellina in più per il coraggio produttivo e per lo spirito creativo di inoltrarsi in un progetto artistico diverso e concepito in grande, rispetto alla generale inerzia paludosa del cinema nostrano. Presentato in anteprima e in concorso al Festival di Venezia 2021, ha diviso la critica e ottenuto una serie di premi "minori", tra cui il Premio Pasinetti Speciale.

Voto:
voto: 3,5/5

venerdì 11 febbraio 2022

Jolene (2008) di Dan Ireland

Jolene è una bella quindicenne dai capelli rossi e un passato difficile, orfana dei genitori e costretta a vivere tra affidamenti e case-famiglia, assistenti sociali e patrigni troppo "affettuosi" nei suoi confronti. Nonostante le difficoltà e gli abusi subiti, Jolene è esuberante e vitale, radiosa e carica di sogni, ed esercita una irresistibile attrazione verso tutti gli uomini che incrociano il suo cammino. Tra matrimoni affrettati e falliti, sconvenienti relazioni clandestine, incontri con personaggi bizzarri o uomini di affari che, regolarmente, perdono la testa per lei, ma alla fine desiderano unicamente "metterla in gabbia" per farne una loro esclusiva "proprietà", Jolene attraversa la vita, le delusioni e le amarezze senza mai perdersi d'animo o abbassare la testa, percorrendo le strade di un'America sterminata ed un arco temporale di 10 anni. Questo dramma sentimentale di Dan Ireland, liberamente ispirato al racconto breve "Jolene: A Life" di E.L. Doctorow, è un intenso racconto di formazione sospeso tra il road-movie e la parabola esistenziale, che, declinandosi al femminile, pone l'attenzione su temi quali i rapporti di coppia, la fragilità della natura umana ed il rapporto tra aspirazioni e tentazioni. Il personaggio di Jolene, magnificamente interpretato dall'esordiente Jessica Chastain, che fin da subito rivelò il suo grande talento, è il cuore e l'anima del film, una credibile miscela realistica di sensualità, spudoratezza, tenerezza, romanticismo, ambiguità e vulnerabilità. Nel cast maschile si fanno preferire Rupert Friend e Chazz Palminteri, che stanno una spanna sopra tutti gli altri, ma anche le interpretazioni di Theresa Russell e Frances Fisher sono di alto livello. E' essenzialmente un film di attori sulla difficile ricerca dell'amore e sulla libertà individuale, in cui i bei sogni di gioventù pagano il dazio di una realtà complessa e severa, in cui nessuno è realmente come sembra e le cose non vanno quasi mai secondo i desideri personali. Mai distribuito nel nostro paese, dove è praticamente sconosciuto, appartiene alla categoria di quelle pellicole indipendenti d'oltre oceano che riflettono con crudo realismo sulla problematicità dei rapporti sentimentali, con toni di erotismo superiori alla media e suggestioni fatalistiche un po' troppo strumentali nel loro accumulo programmatico.

Voto:
voto: 3/5

giovedì 10 febbraio 2022

Gli occhi di Tammy Faye (The Eyes of Tammy Faye, 2021) di Michael Showalter

Vita, ascesa e caduta di Tammy Faye Bakker, che negli anni '50, quando era ancora una bambina povera di un piccolo villaggio del Minnesota, riceve la folgorazione mistica nella chiesa pentecostale della sua comunità, e, negli anni '60, incontra al college il predicatore Jim Bakker, con cui convolerà presto a nozze mettendo al mondo due figli. I due fonderanno un canale televisivo religioso e, durante tutti gli anni '70 e '80, diventeranno i più famosi telepredicatori evangelisti degli Stati Uniti, con ascolti record di circa 20 milioni di spettatori al giorno ed enormi profitti derivanti dalle donazioni spontanee garantite dai loro fedeli, per i quali il "Jim and Tammy Show" assume significati che sfociano nel fanatismo. In particolare Tammy, grazie alla sua naturale esuberanza ed alla sua disarmante spontaneità, con i suoi discorsi, i suoi sorrisetti, i suoi pupazzi "parlanti" e le sue canzoni, riesce a stabilire una connessione profonda con il pubblico, affrontando a viso aperto tematiche scomode e coraggiose (assolutamente inusuali per quei tempi) come l'omosessualità, l'AIDS e le discriminazioni verso i "diversi". L'intervento di un potente reverendo reazionario e intollerante metterà fine al loro sogno americano, scoperchiando un sottobosco di truffe finanziarie, appropriazioni indebite, scandali sessuali e sfruttamento indiscriminato della buona fede altrui. Questo dramma biografico di Michael Showalter, basato su eventi e personaggi tristemente reali, è l'adattamento del documentario omonimo uscito nel 2000 e realizzato da Fenton Bailey e Randy Barbato. Raccontando la vicenda della ignobile coppia di telepredicatori, il regista ci catapulta letteralmente nel loro mondo grottesco fatto di fede isterica, cialtroneria inconscia, perbenismo ipocrita, narcisismo irrefrenabile, patetica esaltazione pseudo-religiosa,  rapace avidità e "inconsapevole" corruzione morale scambiata per vacuo fideismo. Ne emerge un ritratto sconcertante e paradossale di un lato oscuro della società americana, fatto di ingenui creduloni, pericolosi bigotti, pusillanimi manipolatori e penosi imbonitori che fondano il loro potere su un concetto diffuso e distorto di fede vista come un bizzarro "spettacolo" scintillante in cui celebrare (sotto sotto), tra canti, balli e predicozzi, la "grandezza" dell'American Dream. Per quanto la materia venga affrontata con coraggio, senza fronzoli e filtrata attraverso la prospettiva esaltata di Tammy, il film non riesce mai a graffiare veramente, a scendere nel profondo della questione e ad ergersi come pungente affresco critico sarcastico del fanatismo americano. Tutto resta troppo didascalico, oscillando tra la caricatura e il puritanesimo, seducente nella forma ma fiacco nella sostanza. I due attori protagonisti, Jessica Chastain ed Andrew Garfield, sono molto convincenti, specialmente la Chastain (che ha anche prodotto il film) sa regalarci una performance brillante, esplosiva e fragile nello stesso tempo, catturando perfettamente l'anima ingenua e delirante di Tammy Faye, il suo lato tenero di donna bisognosa di essere amata (da una madre austera e anaffettiva, da un marito farfallone e viscido, da una società chiusa e intollerante) e, non di meno, la sua vulcanica impulsività dai tratti svenevoli. Nonostante l'invadenza del trucco prostetico, quasi sempre presente in abbondanza sul volto dell'attrice per renderla somigliante all'originale, la Chastain risulta straordinariamente comunicativa attraverso lo sguardo, bucando il video e irradiando una luce accecante che trasmette in egual misura forza, malinconia, indignazione e tristezza. Candidata con pieno merito agli Oscar 2022 come miglior attrice protagonista (l'altra nomination ricevuta dalla pellicola è per il trucco e parrucco), è lei il punto di forza ed il motivo principale che giustifica la visione dell'opera. Nelle mani di un altro regista ne poteva sicuramente uscire un risultato ben più solido e urticante.
 
Voto:
voto: 2,5/5

martedì 8 febbraio 2022

La fiera delle illusioni - Nightmare Alley (Nightmare Alley, 2021) di Guillermo del Toro

Nell'America della Grande Depressione, all'inizio degli anni '40, Stan Carlisle, ambizioso nullatenente in fuga da un passato funesto, si unisce alla compagnia di un Luna Park viaggiante, entrando presto nelle grazie del truce proprietario Clem e della chiaroveggente Zeena, dal cui marito alcolizzato, Pete, il nostro impara tutti i trucchi del mestiere. Nel giro di qualche anno Stan decide di mettersi in proprio e parte insieme alla giovane Molly alla conquista della grande città, dove diventa un abile mentalista che incanta il suo pubblico di ricchi altolocati con numeri di pseudo occultismo e di fantomatica divinazione, approfittandosi del dolore o della dabbenaggine altrui attraverso inganni e arte di manipolazione. L'incontro con l'affascinante Lilith Ritter, donna fatale in intimo contatto con l'alta società grazie alla sua professione di psicologa, introduce Stan in un giro sempre più grosso e pericoloso, solleticando irresistibilmente la sua ambizione senza scrupoli. L'opus numero 11 del messicano Guillermo del Toro (da lui anche sceneggiato insieme a Kim Morgan) è uno splendido noir dalla confezione lussureggiante, l'ambientazione rétro, l'anima oscura, le atmosfere torbide, la malia inquietante e la misura compatta di grande ritratto socio-metaforico sul lato perverso del Sogno Americano e sulla crudeltà della natura umana. Adattando il romanzo omonimo di William Lindsay Gresham, già portato sul grande schermo nel 1947 da Edmund Goulding nel film La fiera delle illusioni (Nightmare Alley) con Tyrone Power protagonista, del Toro realizza, simultaneamente, un fedele omaggio al cinema nero del periodo classico, un affresco psicologico sul male che alberga nell'animo umano ed un apologo sinistro sulla cupidigia rapace, sull'arrivismo tossico e sull'utilizzo corrotto delle doti di affabulazione attraverso cui uomini disposti a tutti si approfittano dei più deboli. In quest'opera corale che si avvale di un cast straordinario (Bradley Cooper, Cate Blanchett, Rooney Mara, Toni Collette, Willem Dafoe, Richard Jenkins, Ron Perlman, Mary Steenburgen, David Strathairn) quasi tutti i personaggi sono spregevoli, ambigui o quanto meno discutibili, con la sola eccezione della radiosa Molly, a cui la brava Rooney Mara conferisce il giusto tono di fragilità, sensibilità e sensualità. L'autore dà fondo, nella prima parte ambientata nel circo, al suo immaginario barocco dark affollato di elementi orridi, invenzioni fantastiche, creature turpi, scenari visionari, ambienti sordidi, freaks e suggestioni macabre, utilizzando in maniera allegorica la figura del geek (l'uomo-bestia) come quinta essenza della malvagità disumanizzante che si cela principalmente sotto abiti eleganti, modi affettati ed esibizioni materiali di potere. La seconda metà della pellicola, meno esuberante dal punto di vista visivo, diventa un solido noir aderente alla tradizione, con picchi di violenza improvvisi e richiami psicoanalitici ai traumi del passato, fino al finale perfetto che chiude il cerchio della parabola morale. E' senza dubbio uno dei lavori migliori, più equilibrati, densi e coesi del regista, realizzato con un occhio al grande cinema di una volta e l'altro alla sua innata predilezione per i "B-movies", probabilmente troppo ricercato e sulfureo per risultare appetibile al pubblico mainstream (non a caso i risultati al botteghino non sono stati affatto entusiasmanti). Ha ottenuto 4 candidature agli Oscar 2022: miglior film, fotografia, scenografia e costumi. Ne esiste anche una versione in bianco e nero che è stata distribuita a tiratura limitata in pochissime sale americane e che sarà sicuramente inclusa nell'edizione home video, per la gioia dei cinefili. Una piccola curiosità: la cantante attrice Romina Power (famosissima in Italia come ex moglie di Al Bano e figlia dell'attore Tyrone Power, protagonista del film del 1947) è stata fortemente voluta da Guillermo del Toro per comparire in un breve cameo, non accreditata ma ben riconoscibile ad occhio attento.

Voto:
voto: 4/5

domenica 6 febbraio 2022

House of Gucci (2021) di Ridley Scott

Nella Milano del 1978  Patrizia Reggiani conosce, seduce e sposa Maurizio Gucci, rampollo della celebre dinastia dei Gucci, che dovrebbe ereditare le redini di un impero della moda ma che è ancora fortemente indeciso sul suo futuro. Patrizia è una donna procace, ambiziosa, determinata e pronta a tutto per realizzare il suo sogno di scalata sociale e spinge l'incerto marito ad attuare una serie di strategie sempre più audaci per diventare l'unico proprietario del prestigioso marchio, scalzando suo padre Rodolfo, suo zio Aldo ed il mellifluo cugino Paolo. Tra tradimenti, doppi giochi, ricatti e vendette, i fatti prenderanno una piega incontrollata, culminando negli eventi luttuosi che hanno infiammato la cronaca nera italiana (e non solo) nel marzo 1995. Adattando il racconto "House of Gucci. Una storia vera di moda, avidità, crimine" di Sara Gay Forden (a sua volta ispirato agli eventi reali che portarono la famosa famiglia di stilisti di moda alla ribalta delle cronache giudiziarie), il prolifico Ridley Scott ha tratto un tragico biopic sul lato oscuro del potere che oscilla tra il melodramma, il crime, la soap opera e la grande tragedia familiare dal sottofondo amaramente austero. Nonostante il cast stellare, che annovera nomi come Lady Gaga, Adam Driver, Al Pacino, Jeremy Irons, Jared Leto, Jack Huston, Salma Hayek e Camille Cottin, e le efficaci ricostruzioni d'epoca, il film risulta instabile e confuso, troppo lungo, molto serioso in alcuni passaggi e molto superficiale in altri, carico di didascalismo e di dialoghi banali, incapace di graffiare e di affondare la sua lama nel cuore pulsante del mondo che intende raccontare: l'affresco decadente di un grande impero di potere, di ricchezza e di vanità che finisce per implodere di fronte alla forza famelica dell'avidità delle nuove generazioni, dei nuovi modelli economici e del cinismo cannibale del capitalismo. La prossimità tra potere, ricchezza, cupidigia e crimine viene raccontata in modo fin troppo convenzionale, inciampando in stereotipi e qualche caduta di stile di troppo. Gli elementi di interesse risiedono essenzialmente nelle interpretazioni degli attori, a cominciare da un'ottima Lady Gaga che buca lo schermo, magnetizza le attenzioni e ci regala un ritratto vibrante e ricco di sfumature del controverso personaggio di Patrizia Reggiani, e poi a seguire Adam Driver e Al Pacino si dimostrano perfetti e credibili nei rispettivi ruoli. E' invece decisamente eccessivo l'irriconoscibile trasformista Jared Leto nei panni di Paolo Gucci, anello debole della famiglia, andando troppo spesso sull'orlo della macchietta con la sua caratterizzazione. Una curiosità: la messicana Salma Hayek (che qui interpreta l'inquietante sensitiva Pina Auriemma, che ebbe una cruciale influenza sulla caduta nell'abisso di Patrizia Reggiani) è sposata con l'imprenditore francese François-Henri Pinault, che è l'attuale proprietario di maggioranza del marchio Gucci.

Voto:
voto: 2,5/5

giovedì 3 febbraio 2022

Chloe - Tra seduzione e inganno (Chloe, 2009) di Atom Egoyan

Catherine è una stimata ginecologa di Toronto, benestante donna di mezza età ancora piacente, sposata da molti anni con David, affascinante professore di musica sempre in giro per lavoro e con un figlio adolescente, Michael, con cui vive un rapporto altalenante. Turbata dal sospetto che il marito la tradisca con altre donne più giovani, Catherine ingaggia una sensuale escort di nome Chloe per avvicinare David e farsi riferire i suoi comportamenti. La spregiudicata ragazza le racconta tutti i dettagli più intimi dell'adulterio, dando inizio ad un morboso "gioco" di erotismo e di seduzione che riserverà diverse sorprese. Torbido thriller erotico dell'armeno canadese Atom Egoyan, remake della pellicola francese Nathalie... (2003) diretta da Anne Fontaine, con Fanny Ardant, Emmanuelle Béart e Gérard Depardieu. E' un film elegante nella messa in scena ma incerto nello sviluppo narrativo, prevedibile nelle svolte e nei presunti colpi di scena, claudicante nella drammaturgia e meno reticente ed intellettuale rispetto agli standard abituali dell'autore, probabilmente anche a causa della sua natura di progetto su commissione. Gli elementi di maggior interesse sono riscontrabili nella regia dal tocco felpato e nelle buone performance delle due interpreti femminili: la raffinata Julianne Moore e la voluttuosa Amanda Seyfried, che mettono in ombra un attore esperto come Liam Neeson, che qui sembra recitare con il pilota automatico. Il cuore intimo della vicenda, ovvero l'ambiguo rapporto psicologico, malizioso e tumultuoso, che fa nascere una sorta di reciproca identificazione tra due donne in apparenza diversissime, non viene mai sviscerato con la giusta sottigliezza, ma si sofferma soltanto alla superficie. Muovendosi sinuosamente nello scenario di un melodramma familiare, per indagare i lati oscuri e le pulsioni inconfessabili di una coppia borghese apparentemente splendida nella facciata esteriore, lo sguardo fluido dell'autore non riesce a superare gli ostacoli di una flebile convenzionalità espressiva. 
 
Voto:
voto: 2,5/5