mercoledì 2 dicembre 2015

Chi è senza colpa (The drop, 2014) di Michaël R. Roskam

Bob Saginowski, uomo schivo e solitario, lavora a Brooklyn nel bar del cugino Marv, locale in realtà gestito dalla mafia cecena e utilizzato, occasionalmente, come deposito clandestino di denaro sporco (il “drop” del titolo originale). L’incontro occasionale con un cucciolo di pittbull abbandonato e con una ragazza premurosa, sembrano dare al dimesso Bob nuova linfa vitale. Ma il ritorno del balordo ex di lei, che si vanta nel quartiere di un vecchio omicidio “eccellente”, ed una “sospetta” rapina al bar di Marv finita male, spingono Bob in una spirale di violenza, facendo tornare a galla il suo oscuro passato. Noir metropolitano dal ritmo compassato, trattenuto, proprio come il suo protagonista, Bob Saginowski, egregiamente interpretato dal sempre convincente Tom Hardy. Ma ben presto s’intuisce che nessuno dei personaggi è ciò che sembra e Hardy è particolarmente bravo a conferire al suo personaggio una natura ambigua, uno sguardo risoluto nell’apparente impaccio che mostra, una carica repressa che lascia presagire una violenza tenuta a freno, ben celata sotto l’aspetto da loser, ma pronta a esplodere sotto opportune sollecitazioni. The drop è anche l’ultimo film di James Gandolfini, purtroppo prematuramente scomparso, che si congeda dal suo pubblico e dalla vita con un’interpretazione austera e carismatica, come di consueto. Ma tutto il cast appare in ottima forma, con una nota di merito particolare per Matthias Schoenaerts, vero pupillo del regista, giovane attore di indubbio talento. Per quanto lo sviluppo della storia non sia esattamente imprevedibile, Roskam gira con indubbio mestiere e con classica misura questa sordida storia di degrado urbano, in cui la bieca violenza ed il perfido inganno sembrano le uniche risposte possibili alla cupa solitudine che accompagna, indistintamente, tutti i personaggi. Ma ciò che rende il film sopra la media dei suo simili è la capacità del regista (e degli attori) di donare spessore a tutti i protagonisti principali, tratteggiandone la psicologia, e lasciando intuire quel rimosso (o quel represso) che è poi la matrice principale alla base dell’opera. In un panorama altamente inflazionato e ripetitivo come quello dei “crime movies”, un prodotto di questo tipo, dotato di indubbia personalità e maggiormente interessato alla disamina antropologica che all’enfatizzazione del gesto violento, non può che essere accolto con estremo piacere. Da vedere.

Voto:
voto: 4/5

La spia - A Most Wanted Man (A Most Wanted Man, 2014) di Anton Corbijn

Issa Karpov, immigrato clandestino ceceno sfuggito alla persecuzione dei russi che ha abbracciato la fede musulmana, giunge ad Amburgo per rintracciare un losco banchiere, Brue, legato a suo padre, truce criminale di guerra, da un oscuro passato. Aiutato dalla coraggiosa avvocatessa Annabel Richter e braccato dai servizi segreti guidati dal coriaceo Günther Bachmann, che lo sospettano di terrorismo, il giovane Issa finisce in un complesso meccanismo di spionaggio internazionale, il cui vero scopo finale è quello di incastrare l’apparentemente impeccabile filantropo Faisal Abdullah, che Bachmann suppone essere un importante finanziatore della Jihad islamica. Dal romanzo “Yssa il buono” di John le Carré, Corbijn ha tratto uno spy movie cupo, teso, asciutto, pregno del medesimo cinico disincanto del personaggio principale, lo “sgualcito” e tenace Bachmann, egregiamente interpretato dal compianto Philip Seymour Hoffman, che qui ci regala la sua ultima intensa prova d’attore (senza tener conto degli ultimi capitoli della saga degli “Hunger Games”, che sono stati girati prima). E già solo per questo il film merita la visione e vale, come si suol dire, il prezzo del biglietto. Lontano dagli stereotipi delle spy story hollywoodiane, dall’azione frenetica e dal glamour patinato delle pellicole di James Bond, questo film di Corbijn è un dramma introspettivo dai freddi toni autunnali, che sostituisce il dinamismo con un brillante “tappeto” intellettuale, fatto di indagini pazienti, incastri sottili e dialoghi secchi e taglienti, che donano risalto ad un cast notevole, in cui, oltre al grande Seymour Hoffman, spiccano attori collaudati come Willem Dafoe, Rachel McAdams, Robin Wright, e l’efficace Grigoriy Dobrygin nel ruolo di Issa. Fedele alla poetica di le Carré, la pellicola si muove, riflessiva, intricata e malinconica, nel cupo ed attualissimo scenario di un’Europa cinica, spaventata dall’incombente minaccia del terrorismo islamico, senza risparmiare caustici graffi all’ingombrante ingerenza dei servizi americani ed a quei loschi giochi politici che, in nome della “sicurezza nazionale”, avvengono nell’ombra dei grandi palazzi del potere, calpestando ogni forma di lealtà con la spudorata certezza dell’impunità. In questo mondo privo di eroi e di illusioni, i personaggi principali si muovono tutti come figure ambigue, dimesse e disilluse, profondamente sole, nel disperato tentativo di incidere con le proprie azioni su una realtà ben più grande e complessa di loro. Il risultato finale è un affresco mesto e sincero, un film acuto ed incisivo, sicuramente ben al di sopra della media dei suoi simili.


Voto:
voto: 4/5

Quella villa accanto al cimitero (Quella villa accanto al cimitero, 1981) di Lucio Fulci

Uno storico americano, Norman Boyle, indaga sulla morte del suo collega Petersen, che si tolse la vita dopo aver assassinato la sua assitente in una villa di campagna chiamata Oak Mansion. Dopo essersi trasferito nella stessa casa insieme alla sua famiglia, Boyle scopre che qui abitava il dottor Freudstein, folle scienziato criminale dell'800, bandito dall'ordine per i suoi macabri esperimenti sul corpo umano. Dopo alcuni giorni trascorsi nella lugubre residenza, Boyle si convince che questa sia abitata da una mostruosa presenza maligna che potrebbe avere a che fare con gli antichi esperimenti di Freudstein. Agghiacciante horror di Fulci, tra i suoi migliori in assoluto, che combina abilmente le consuete morbosità splatter tipiche dell’autore, con un sinistro senso del macabro, che gioca con le paure ancestrali dell’infanzia, come quella dell’uomo nero nascosto in cantina. Il risultato è una favola nera, spaventosa e sanguinaria, che pone anche un’insolita attenzione alla psicologia dei personaggi. Fulci riesce stavolta a controllare i suoi manierismi e il “gore”, seppur abbondante, non deborda dalla trama ma ne resta al servizio. Il finale crudele è il suggello definitivo ad un’opera che rappresenta una delle colonne portanti dell’horror italiano. Girato in Massachusetts con un cast anglofono (invero non tutto all’altezza), vanta schiere di ammiratori anche all’estero ed è stato spesso omaggiato dal cinema di genere d’oltre oceano.

Voto:
voto: 3/5

Roma a mano armata (Roma a mano armata, 1976) di Umberto Lenzi

Quest’energico “poliziottesco” di Umberto Lenzi, fu la risposta del regista toscano al grande successo di “Roma violenta” di Girolami dell’anno precedente. Il film si avvale delle due maggiori star del momento: Maurizio Merli, nei panni del commissario Tanzi (nuovo personaggio creato dopo la “morte” di Betti), e Tomas Milian, nei panni del gangster Vincenzo Moretto, detto “il gobbo”. Il cliché è, ovviamente, sempre lo stesso: violenza ruvida, azione frenetica, personaggi grossolani, messa in scena truce, dialoghi scontati. Bollato dalla critica, fu un grande successo di pubblico grazie al “mestiere” di Lenzi ed all’appeal dei due protagonisti-antagonisti, la cui rivalità palpabile andò ben oltre la finzione scenica, come documentato in diverse interviste a “Stracult” dallo stesso regista. Il personaggio del “gobbo” sarà poi ripreso da Milian nel successivo “La banda del gobbo” (1977), sempre diretto da Lenzi, che è rimasto famoso per la nascita del personaggio di “monnezza”, uno dei cavalli di battaglia del popolare attore cubano.

Voto:
voto: 3/5

Mio caro assassino (Mio caro assassino, 1972) di Tonino Valerii

La polizia ritrova il corpo di un uomo decapitato da una ruspa, il cui manovratore sembra essersi impiccato poco dopo. L'apparente caso di omicidio colposo seguito da suicidio non convince l'ispettore Peretti, incaricato delle indagini, che in breve si convince di un misterioso legame tra queste due morti e un vecchio caso di rapimento di una bambina di famiglia benestante, poi ritrovata morta in un casolare proprio in quei paraggi. A mano a mano che Peretti indaga, scavando nel passato dei genitori della piccola vittima, altre persone cominciano a morire di morte violenta. Inquietante e sottovalutato giallo, diretto con mano sicura da Tonino Valerii, “allievo” prediletto di Sergio Leone. Suspense e brividi sono garantiti, anche grazie all’efficace score musicale di Ennio Morricone, non manca qualche scena di forte effetto splatter (in accordo agli stilemi del genere) e l’intreccio, particolarmente complesso, regge discretamente, sebbene la risoluzione finale sia, come al solito, un po’ macchinosa ed inverosimile. Tra Dario Argento ed Agatha Christie, il regista abruzzese mette in piedi uno dei più riusciti esponenti dello “spaghetti thriller”, non disdegnando un discreto approfondimento psicologico dei personaggi principali. Il film è principalmente conosciuto, dai cultori del genere, per l’efferato delitto con la sega elettrica circolare.

Voto:
voto: 3/5

La polizia ringrazia (La polizia ringrazia, 1972) di Steno

Il commissario Bertone indaga su un duplice omicidio compiuto da due balordi durante una rapina a una gioielleria, ma si scontra con le lentezze burocratiche del sistema e con i cavilli di un pedante magistrato che lo rendono impotente, finendo per favorire indirettamente i criminali. Intanto in città compare una misteriosa organizzazione chiamata "Anonima Anticrimine", costituita da cittadini che si fanno giustizia da soli, uccidendo i presunti malfattori, non ritenendo le forze dell'ordine all'altezza del compito. Bertone scopre che tra i membri della sedicente organizzazione vi sono anche autorità pubbliche e funzionari di stato. Viene unanimemente considerato come il capostipite del “poliziottesco” italiano ed è anche uno dei suoi migliori esponenti in assoluto (per molti il migliore). Notevolmente influenzato dal celebre “Dirty Harry” (1971) di Don Siegel, trae spunti dalla cronaca italiana reale (in particolare dall’omicidio Pinelli e da quello Calabresi) ed esprime perfettamente il senso di smarrimento di un periodo oscuro, a cavallo tra i movimenti del ’68 e l’avvento dell’eversione terroristica che diede vita ai sanguinari “anni di piombo”. E’ un film solido, dominato dalla violenza e dal ritmo incalzante, con alcune sequenze d’azione egregiamente realizzate. Questa insolita e riuscita digressione di Steno (Stefano Vanzina), regista tipico della commedia comica nostrana, nelle atmosfere cupe del poliziesco all’italiana è anche uno dei vertici della sua carriera registica. Nel cast spiccano Enrico Maria Salerno e Mariangela Melato. Belle le musiche di Stelvio Cipriani, una delle più celebri soundtrack del “poliziottesco”.

Voto:
voto: 3,5/5

Se sei vivo spara (Se sei vivo spara, 1967) di Giulio Questi

Dei banditi senza scrupoli si uniscono a un gruppo di messicani guidati da un mezzosangue per portare a termine l'assalto a un carro militare con un grosso carico d'oro. A rapina riuscita i delinquenti, capeggiati dal viscido Oax, uccidono tutti i messicani e si tengono il bottino per loro. Ma, giunti nel paese più vicino, troveranno pane per i loro denti in due avidi sgherri locali che gli aizzano contro l'intera popolazione per impossessarsi dell'oro. Intanto il mezzosangue non è morto e, dopo essere stato curato da due pellerossa, ritorna per prendersi ciò che gli spetta. Insolito, famigerato e censurato western gotico d’autore, porta alla massima esasperazione gli stilemi del genere attraverso l’esplicitazione inusitata della violenza, bilanciando però il tutto con atmosfere oniriche ed inserti surreali che virano verso la crudele “favola” archetipa e che saranno poi ripresi da Jodorowsky. Per le truci sequenze splatter cadde sotto gli strali della censura, al punto che ne esistono moltissime versioni, tutte sforbiciate e con titoli diversi, e soltanto nel 2004 è stato possibile recuperarne l’edizione originale integrale di 117’. Ovviamente non è affatto un prodotto per tutti, ma ha i suoi meriti ed è un “unicum” nel panorama dello “spaghetti western”. Tarantino ne ha omaggiato la scena iniziale, con Tomas Milian che esce dalla tomba dove era stato sepolto vivo, nel secondo capitolo di “Kill Bill”. E' un film per patiti del cinema di genere "underground" dai contenuti forti. I mainstreamers stiano pure alla larga.

Voto:
voto: 3,5/5

Faccia a faccia (Faccia a faccia, 1967) di Sergio Sollima

Un mite professore di storia degli stati del Nord arriva nel West per trovare un clima più adatto a curare una malattia polmonare. Preso in ostaggio da una banda di tagliagole l'uomo cerca invano di redimere il capo, lo spietato meticcio Beauregard, con le sue teorie pacifiste. Dopo molti giorni passati con i banditi, assistendo alle loro deprecabili imprese, il professore subisce il fascino del male e viene irretito dalla vita pericolosa e violenta di Beauregard, fino a diventarne una sorta di alter ego ancora peggiore. Solido western psicologico, a mio avviso il suo migliore, del compianto Sergio Sollima, recentemente scomparso. Interamente costruito sull’incontro-scontro tra due personaggi apparentemente agli antipodi, un insegnante e un bandito, trova la sua forza nella notevole interpretazione dei due carismatici protagonisti, Tomas Milian e Gian Maria Volontè, tra cui brilla il secondo per l’abile capacità di rappresentare una trasformazione interiore attraverso una finissima gamma di frasi ed espressioni. Il viaggio introspettivo negli oscuri recessi dell’animo umano diventa lo scenario principale di questo western nero, a cui alcuni, con una certa capziosità, hanno anche voluto attribuire un sottotesto “politico” di sinistra, per l’annosa contrapposizione tra intellettuali e proletari di fronte all’azione violenta.

Voto:
voto: 3,5/5

Africa addio (Africa addio, 1966) di Gualtiero Jacopetti , Franco Prosperi

Con la consueta formula, sospesa tra bieco sensazionalismo e cruda morbosità, Jacopetti e Prosperi confezionano uno dei “mondo movie” più famosi, probabilmente il “migliore” di questo genere, controverso e discutibile, ma di grande successo commerciale negli anni ’60 e ’70. Evidentemente orientato verso un pubblico di nicchia dallo stomaco forte in cerca di "più e più sangue", è un feroce ritratto della nuova Africa, carico di scene atroci (con gli immancabili falsi furbescamente spacciati per veri) ed intriso di una riprovevole nostalgia del colonialismo, fedeli alla formula reazionaria “si stava meglio quando si stava peggio”. Il voyeurismo giornalistico dell’opera, tipico del genere “mondo”, è evidente come il notevole impegno produttivo profuso e l’amore degli autori per il continente nero. Peccato però che si tratti di un’Africa "da cartolina", un mondo atavico e ideale, mitizzato dall’elaborazione nostalgica dei registi. Vale unicamente per il suo significato storico di più degno rappresentante di un genere abietto e generalmente ripugnante, che ha però costituito, pur nella sua palese esecrabilità, un curioso fenomeno di massa assai di moda presso diversi strati (anche insospettabili) della popolazione. Oggi i film "mondo" non ci sono più, nè sarebbe più possibile girarli, ma la matrice morbosa e voyeuristica che allora ne determinò il successo è ancora ben viva e vegeta in larghe schiere di spettatori ipocriti, affamati di turpe sensazionalismo e di spettacolarizzazione del dolore. I tempi cambiano, purtroppo o per fortuna, ma il vecchio motto "più e più sangue" non è mai tramontato. Ha solo cambiato forma.

Voto:
voto: 3/5