Si narra la storia dell'uomo fatale, capace di conquistare il mondo con un'ascesa irresistibile e stupefacente (da soldato a capitano, poi generale e infine Imperatore), per poi perderlo, e riprenderlo, e riperderlo. Napoleone Bonaparte, "due volte nella polvere, due volte sull'altare", il soldato, lo stratega geniale, il politico avido, il tiranno spietato, ma anche l'uomo. Si parte della Rivoluzione francese del 1789, passando per le grandi battaglie, le gloriose campagne militari, l'incoronazione a Notre-Dame, fino alla rovinosa caduta e le due isole (Elba e Sant'Elena) che segneranno la fine dell'uomo ma non del mito. Perchè qui è di questo che si tratta: di mito. Ridley Scott, ormai abilmente collaudato nel manipolare a modo suo la grande Storia antica europea per farne un sontuoso spettacolo visivo da portare sul grande schermo (al netto di semplificazioni e di licenze storiche), confeziona un film imponente ma anche fragile, dalla doppia anima e dal duplice passo, probabilmente già in parte condannato dalla sua grande ambizione di partenza (quasi ricalcando la personalità del protagonista). Era oggettivamente difficile realizzare il film definitivo su Napoleone Bonaparte, forse soltanto Kubrick ci poteva riuscire se fosse vissuto più a lungo, anche se lo avrebbe sicuramente realizzato in un modo completamente diverso. Ridley Scott punta dritto al Mito, saccheggia impunemente la Storia con omissioni e snellimenti, e intende portare sullo schermo un'opera bivalente e bifronte, creando un contrasto stridente tra il leggendario imperatore e il meno regale uomo. Ecco quindi che assistiamo, in alternanza, alle imprese militari di Bonaparte e agli impacci amorosi di Napoleone, innamorato di Giuseppina ma incapace di amarla per come lei avrebbe desiderato. Un uomo ombroso e mammone, con l'animo segnato dalla sua impronta atavica di "delinquente corso", che fa l'amore come un coniglio e che è tanto grande nel perseguimento rapace del potere temporale, quanto maldestro nella "tenzone d'amore" con la sua donna. Ma è proprio in questa doppia anima che il film funziona meno, a cominciare dalla scarsa chimica tra i due attori protagonisti (Joaquin Phoenix e Vanessa Kirby), per poi incappare in qualche caduta nel ridicolo involontario a causa di alcune sequenze kitsch. Le grandi scene di battaglia sono quelle meglio riuscite, e in esse è evidente la mano salda di un regista esperto come Ridley Scott, che è ormai perfettamente a suo agio con questo tipo di cinema. Mancano diversi approfondimenti, specialmente nella parte finale delle "due isole", viene totalmente omesso il rapporto viscerale (e fondante) di Napoleone con la natia Corsica e si preferisce indulgere nella liaison romantica piuttosto che sviscerare meglio certi passaggi cruciali dell'ascesa militare del protagonista (come la campagna d'Italia liquidata in una semplice battuta). Da segnalare l'elegante interpretazione di Rupert Everett nel ruolo della nemesi di Bonaparte: il duca di Wellington.
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