sabato 7 giugno 2014

Y tu mamá también (Y tu mamá también, 2001) di Alfonso Cuarón

Road movie bollente che attraversa un Messico selvaggio e bellissimo, vitale e desolato, proprio come questo film di Cuarón che celebra, attraverso eccessi e trasgressioni, la fine dell'adolescenza ma anche la caducità della vita. La consueta metafora del viaggio come percorso spirituale si accosta alla vicenda di due amici adolescenti (Julio e Tenoch), in piena tempesta ormonale, che accompagnano la bella Louisa, trentenne infelicemente sposata, verso una fantomatica località balneare che neanche loro conoscono. L'intento dei due ragazzi è chiaro ma le dinamiche del viaggio riserveranno qualche sorpresa. Un film duro, a tratti greve, ma che disegna uno spaccato realistico delle inquietudini giovanili senza la pretesa di lanciare messaggi o di fornire risposte per un cinema "nudo e crudo", pregno di un erotismo selvatico dal retrogusto amaro. Vinse due premi al Festival di Venezia: migliore sceneggiatura e miglior attore esordiente (premio Marcello Mastroianni) ai due interpreti maschili Gael García Bernal e Diego Luna. La protagonista femminile è Maribel Verdú.

Voto:
voto: 3,5/5

Bella di giorno (Belle de jour, 1967) di Luis Buñuel

Una bella signora dell'alta borghesia parigina, frigida e scostante con il marito medico, si prostituisce di nascosto nelle prime ore pomeridiane in un bordello della città, per espiare un masochistico senso di colpa. Di cliente in cliente la donna ci prende gusto e diventa un'esperta di erotismo, fino a quando decide di smettere il mestiere per dedicarsi soltanto al marito. Ma uno dei suoi clienti non ci sta e compie un gesto estremo. Tra i capolavori del grande Maestro di Calanda è forse quello più famoso, anche per la presenza di una celebre icona di bellezza elegante come la Deneuve in un ruolo "scandaloso". Film a due livelli, come la duplice personalità della protagonista: peccato ed espiazione, sesso e religione, moralismo e lussuria, sogno e realtà. Il tono è lieve, l'ironia pungente e il sesso si fa metafora di una trasformazione interiore necessaria a superare traumi antichi, in accordo allo spirito sovversivo del regista, costantemente volto a sdoganare dogmi e tabù. E' un'opera ammirevole e conturbante, nonchè un modello di erotismo originale, onirico e straniante, superato (in tal senso) solo dall'opera ultima del grande regista spagnolo. La versione italiana fu sforbiciata dalla censura di tre brevi sequenze, tra cui un importante flashback sull'infanzia della protagonista.

Voto:
voto: 4/5

Il Decameron (Il Decameron, 1971) di Pier Paolo Pasolini

Straripante adattamento pasoliniano del capolavoro letterario di Boccaccio, di cui il regista-poeta adatta 7 novelle ambientandole in un ambito geografico partenopeo, ma astraendole in un contesto idilliaco che ha la vitalità travolgente del modello ideale più che il freddo rigore del trattato storico. Primo capitolo, e vertice assoluto, della così detta "trilogia della vita" è un'opera verace che della vita coglie, e celebra, istinti, sapori ed umori con una leggerezza d'animo ed una spontaneità che trova nel sesso il suo massimo tripudio. Contrariamente a quanto alcuni hanno sostenuto, il film ha anche un chiaro messaggio "politico": il sesso è un potente atto di libertà individuale, è l'elemento giocoso e gioioso grazie al quale le classi più umili traggono soddisfazione dalla vita, a discapito del potere moralista uniformante dei nobili e della Chiesa. Ebbe parecchi guai con la censura ma fu un enorme successo di pubblico, originando il così detto genere erotico "boccaccesco" ed una miriade di pessime copie. Pasolini compare anche come attore nei panni di un pittore allievo di Giotto. Dal punto di vista filosofico e filologico è l'esatta antitesi del Salò, opera ultima del regista poeta.

Voto:
voto: 4/5

La bestia (La Bête, 1975) di Walerian Borowczyk

Rilettura licenziosa del mito della bella e la bestia, sotto forma di dramma erotico che attenua la scabrosità della trama con toni surreali ed inserti onirici estetizzanti che virano nell'idillio panico, a cui si contrappone la bestia che è, al tempo stesso, orrore arcano, desiderio inconfessabile e, quindi, forza liberatrice degli istinti primari. Film profondamente figlio di quegli anni '70 in cui la tendenza all'eccesso e alla provocazione erano il pane quotidiano. Fece scandalo per certe scene indubbiamente forti ma ottenne un buon successo di pubblico ed un discreto consenso dei critici. In Italia fu inopinatamente bollata come pellicola pornografica e destinata ai circuiti "a luci rosse", in cui ben presto emerse la palese incongruenza della scelta. E' forse l'opera più famosa di Borowczyk, regista polacco ossessionato dall'erotismo di derivazione sadiana. La protagonista è la finlandese Sirpa Lane, che passò come una meteora nel panorama dei b-movies erotici, anche italiani, degli anni '70 e '80.

Voto:
voto: 3,5/5

Malizia (Malizia, 1973) di Salvatore Samperi

Un commerciante siciliano, rimasto vedovo da poco, vuol sposare una bella cameriera che però piace molto anche ai suoi figli, in particolare al quattordicenne Nino, in piena tempesta ormonale. Questi approfitta della situazione e, attraverso la sua opposizione al matrimonio, costringe la donna a morbosi giochi erotici sempre più spinti. Commedia scollacciata di un regista che pretendeva di essere provocatorio ma inclinava soprattutto alla pruderie, come dimostrarono ampiamente i suoi film successivi. Gli elementi di satira di costume in Malizia sono materiali di riporto delle grandi commedie siciliane di Germi, eppure il film ebbe un successo sensazionale perché solleticava il voyeurismo degli spettatori e le loro fantasie/ricordi di amori ancillari. Ovviamente buona parte del successo fu altresì dovuto alla carica erotica di Laura Antonelli, al top del suo fascino negli anni '70, che grazie a questo film diventò una "campionessa" delle commedie erotiche dell'epoca. Il successo economico del film fu tale che Samperi girò subito un clone analogo, Peccato veniale (1974), naturalmente ancora con la Antonelli, anche questo di buon successo. Nel panorama colorito e di bassa lega della "commedia sexy" all'italiana degli anni '70, costituita in generale da autentici "Z-movies", questo film di Samperi è, probabilmente, il rappresentante di maggior qualità artistica. Da segnalare la sempre splendida ed inconfondibile fotografia di Vittorio Storaro.

Voto:
voto: 3/5

Basic Instinct (Basic Instinct, 1992) di Paul Verhoeven

L'ambiguo detective Nick Curran della polizia di San Francisco indaga sull'efferata morte del rocker Johnny Boz, pugnalato ripetutamente con un punteruolo da ghiaccio. La principale sospettata è Catherine Tramell, bionda scrittrice di romanzi thriller, sexy e disinibita, nonchè amante della vittima. Curran non sa resistere all'erotismo pericoloso della donna e, nonostante sospetti di lei, si lascia coinvolgere in un'infuocata relazione sessuale mettendo a rischio la sua carriera e la sua vita. Thriller pruriginoso, improbabile nell'intreccio ed interamente costruito su un artefatto sensazionalismo che cerca di giocare con lo spettatore con continui maldestri ribaltoni per nascondere quello che, invece, è chiaro fin dall'inizio. Verhoeven ha la mano pesante e si vede: molta carne a cuocere (in tutti i sensi) ma l'erotismo è ben altra cosa. Però Sharon Stone è bravissima, oltre che bellissima, e la celebre scena dell'accavallo senza biancheria intima vale più del resto del film per la tagliente tensione erotica che riesce a costruire. Grande successo di pubblico anche a causa dello "scandalo" suscitato dal truce connubio di sesso e violenza.

Voto:
voto: 3/5

L'amante (L'amant, 1992) di Jean-Jacques Annaud

Nell'Indocina degli anni '20 una ragazza francese quindicenne, bella ma di umile estrazione sociale, si fa sedurre dall'uomo più ricco della regione, un cinese che ha il doppio dei suoi anni e le insegnerà le vie del sesso e del piacere. I due si amano di nascosto con grande passione, ma dovranno ben presto fare i conti con il moralismo e le rigide convenzioni sociali del tempo. Dal celebre romanzo di Marguerite Duras, Annaud, di nuovo alla prese con un adattamento eccellente, ha tratto un film visivamente imponente (favorito dalla bellezza degli scenari naturali e dalle atmosfere vintage) ma debolmente convenzionale nella rappresentazione della tensione erotica tra l'inesperta "lolita" francese e l'agiato playboy cinese. Infatti il regista francese sceglie un approccio più diretto e carnale nel raccontare la relazione sessuale tra i due amanti, rispetto alle pagine della Duras, finendo per stonare con la pomposa raffinatezza dello stile. Eppure, visti i due attori protagonisti, perfetti nei rispettivi ruoli, c'erano tutte le premesse per un film di maggiore personalità.

Voto:
voto: 3/5

9 settimane e ½ (9½ Weeks, 1986) di Adrian Lyne

John, mediatore di affari, incontra la bionda Elisabeth, direttrice di una galleria d'arte. Tra i due scatta una forte passione trasgressiva che li conduce in un rapporto fatto di giochi erotici sempre più fantasiosi. La storia dura per nove settimane e mezzo, dopodiché i due smettono di vedersi e tornano alla vita precedente. Erotico di culto degli anni '80, di cui incarna fedelmente il rampantismo spudorato degli yuppies, è una storia di sesso sfrenatamente libertina costruita con sagacia, attraverso immagini patinate (secondo lo stile del regista), un ritmo incessante, una soundtrack di grande impatto e due protagonisti di indubbio appeal. Mickey Rourke, all'apice del suo fascino maledetto, non può che ammirare estasiato, come tutti noi, la sensualità straripante di Kim Basinger, la cui malia erotica inonda lo schermo. L'erotismo psicologico, ben più sottile e conturbante, insito nella storia viene cannibalizzato dalla frenesia affabulatrice del mostrare, tipica dell'imbonitore Lyne. Ma la sequenza dello striptease è memorabile. You can leave your hat on ...

Voto:
voto: 3/5

Caligola (Caligula, 1979) di Tinto Brass, Bob Guccione e Giancarlo Lui

Truce commistione di sesso, sangue e perversioni attraverso le pagine di Svetonio, riadattate da Gore Vidal, sulla vita del più controverso e feroce imperatore romano. E' passato alla storia come una delle produzioni più travagliate della storia del cinema, con una sarabanda di versioni e vicissitudini giudiziarie: fu girato a Roma nel medesimo set di Cleopatra, rinnegato dallo sceneggiatore Vidal e diretto da Tinto Brass, poi licenziato dal produttore Bob Guccione per evidenti incompatibilità artistiche. Guccione prese in mano il film e stravolse, in fase di montaggio, la versione di Brass con l'aiuto di Giancarlo Lui. Brass fece causa alla produzione e vinse, con il risultato che, in paesi differenti, iniziarono a circolare versioni diverse del film. Fatto a pezzi dalla censura italiana, con condanna a 4 mesi per uno dei produttori e distruzione di tutte le copie, uscì nuovamente nel 1984 con un altro titolo (Io, Caligola) ed una ennesima versione, di lì a poco anch'essa sequestrata. La versione più vicina a quella integrale è disponibile in home video in lingua inglese con una durata di 156 minuti, mentre in Italia continua a circolare la release del 1984 di 86 minuti. Nonostante il grande cast (Malcolm McDowell, Peter O'Toole, Helen Mirren, Maria Schneider poi sostituita da Teresa Ann Savoy) ed alcune collaborazioni eccellenti (Danilo Donati alle scenografie) il film, in qualsivoglia versione, è una fiera malsana di kitsch, violenza e depravazione, con un accento greve incline all'erotismo "godereccio", alla maniera di Brass. Un vero peccato perchè alcune trovate visive sono geniali e, in altre mani, se ne poteva trarre un film migliore, pari all'ambizione iniziale. Per nostalgici dello stracult proibito di casa nostra.

Voto:
voto: 2,5/5