mercoledì 2 dicembre 2015

Quella villa accanto al cimitero (Quella villa accanto al cimitero, 1981) di Lucio Fulci

Uno storico americano, Norman Boyle, indaga sulla morte del suo collega Petersen, che si tolse la vita dopo aver assassinato la sua assitente in una villa di campagna chiamata Oak Mansion. Dopo essersi trasferito nella stessa casa insieme alla sua famiglia, Boyle scopre che qui abitava il dottor Freudstein, folle scienziato criminale dell'800, bandito dall'ordine per i suoi macabri esperimenti sul corpo umano. Dopo alcuni giorni trascorsi nella lugubre residenza, Boyle si convince che questa sia abitata da una mostruosa presenza maligna che potrebbe avere a che fare con gli antichi esperimenti di Freudstein. Agghiacciante horror di Fulci, tra i suoi migliori in assoluto, che combina abilmente le consuete morbosità splatter tipiche dell’autore, con un sinistro senso del macabro, che gioca con le paure ancestrali dell’infanzia, come quella dell’uomo nero nascosto in cantina. Il risultato è una favola nera, spaventosa e sanguinaria, che pone anche un’insolita attenzione alla psicologia dei personaggi. Fulci riesce stavolta a controllare i suoi manierismi e il “gore”, seppur abbondante, non deborda dalla trama ma ne resta al servizio. Il finale crudele è il suggello definitivo ad un’opera che rappresenta una delle colonne portanti dell’horror italiano. Girato in Massachusetts con un cast anglofono (invero non tutto all’altezza), vanta schiere di ammiratori anche all’estero ed è stato spesso omaggiato dal cinema di genere d’oltre oceano.

Voto:
voto: 3/5

Roma a mano armata (Roma a mano armata, 1976) di Umberto Lenzi

Quest’energico “poliziottesco” di Umberto Lenzi, fu la risposta del regista toscano al grande successo di “Roma violenta” di Girolami dell’anno precedente. Il film si avvale delle due maggiori star del momento: Maurizio Merli, nei panni del commissario Tanzi (nuovo personaggio creato dopo la “morte” di Betti), e Tomas Milian, nei panni del gangster Vincenzo Moretto, detto “il gobbo”. Il cliché è, ovviamente, sempre lo stesso: violenza ruvida, azione frenetica, personaggi grossolani, messa in scena truce, dialoghi scontati. Bollato dalla critica, fu un grande successo di pubblico grazie al “mestiere” di Lenzi ed all’appeal dei due protagonisti-antagonisti, la cui rivalità palpabile andò ben oltre la finzione scenica, come documentato in diverse interviste a “Stracult” dallo stesso regista. Il personaggio del “gobbo” sarà poi ripreso da Milian nel successivo “La banda del gobbo” (1977), sempre diretto da Lenzi, che è rimasto famoso per la nascita del personaggio di “monnezza”, uno dei cavalli di battaglia del popolare attore cubano.

Voto:
voto: 3/5

Mio caro assassino (Mio caro assassino, 1972) di Tonino Valerii

La polizia ritrova il corpo di un uomo decapitato da una ruspa, il cui manovratore sembra essersi impiccato poco dopo. L'apparente caso di omicidio colposo seguito da suicidio non convince l'ispettore Peretti, incaricato delle indagini, che in breve si convince di un misterioso legame tra queste due morti e un vecchio caso di rapimento di una bambina di famiglia benestante, poi ritrovata morta in un casolare proprio in quei paraggi. A mano a mano che Peretti indaga, scavando nel passato dei genitori della piccola vittima, altre persone cominciano a morire di morte violenta. Inquietante e sottovalutato giallo, diretto con mano sicura da Tonino Valerii, “allievo” prediletto di Sergio Leone. Suspense e brividi sono garantiti, anche grazie all’efficace score musicale di Ennio Morricone, non manca qualche scena di forte effetto splatter (in accordo agli stilemi del genere) e l’intreccio, particolarmente complesso, regge discretamente, sebbene la risoluzione finale sia, come al solito, un po’ macchinosa ed inverosimile. Tra Dario Argento ed Agatha Christie, il regista abruzzese mette in piedi uno dei più riusciti esponenti dello “spaghetti thriller”, non disdegnando un discreto approfondimento psicologico dei personaggi principali. Il film è principalmente conosciuto, dai cultori del genere, per l’efferato delitto con la sega elettrica circolare.

Voto:
voto: 3/5

La polizia ringrazia (La polizia ringrazia, 1972) di Steno

Il commissario Bertone indaga su un duplice omicidio compiuto da due balordi durante una rapina a una gioielleria, ma si scontra con le lentezze burocratiche del sistema e con i cavilli di un pedante magistrato che lo rendono impotente, finendo per favorire indirettamente i criminali. Intanto in città compare una misteriosa organizzazione chiamata "Anonima Anticrimine", costituita da cittadini che si fanno giustizia da soli, uccidendo i presunti malfattori, non ritenendo le forze dell'ordine all'altezza del compito. Bertone scopre che tra i membri della sedicente organizzazione vi sono anche autorità pubbliche e funzionari di stato. Viene unanimemente considerato come il capostipite del “poliziottesco” italiano ed è anche uno dei suoi migliori esponenti in assoluto (per molti il migliore). Notevolmente influenzato dal celebre “Dirty Harry” (1971) di Don Siegel, trae spunti dalla cronaca italiana reale (in particolare dall’omicidio Pinelli e da quello Calabresi) ed esprime perfettamente il senso di smarrimento di un periodo oscuro, a cavallo tra i movimenti del ’68 e l’avvento dell’eversione terroristica che diede vita ai sanguinari “anni di piombo”. E’ un film solido, dominato dalla violenza e dal ritmo incalzante, con alcune sequenze d’azione egregiamente realizzate. Questa insolita e riuscita digressione di Steno (Stefano Vanzina), regista tipico della commedia comica nostrana, nelle atmosfere cupe del poliziesco all’italiana è anche uno dei vertici della sua carriera registica. Nel cast spiccano Enrico Maria Salerno e Mariangela Melato. Belle le musiche di Stelvio Cipriani, una delle più celebri soundtrack del “poliziottesco”.

Voto:
voto: 3,5/5

Se sei vivo spara (Se sei vivo spara, 1967) di Giulio Questi

Dei banditi senza scrupoli si uniscono a un gruppo di messicani guidati da un mezzosangue per portare a termine l'assalto a un carro militare con un grosso carico d'oro. A rapina riuscita i delinquenti, capeggiati dal viscido Oax, uccidono tutti i messicani e si tengono il bottino per loro. Ma, giunti nel paese più vicino, troveranno pane per i loro denti in due avidi sgherri locali che gli aizzano contro l'intera popolazione per impossessarsi dell'oro. Intanto il mezzosangue non è morto e, dopo essere stato curato da due pellerossa, ritorna per prendersi ciò che gli spetta. Insolito, famigerato e censurato western gotico d’autore, porta alla massima esasperazione gli stilemi del genere attraverso l’esplicitazione inusitata della violenza, bilanciando però il tutto con atmosfere oniriche ed inserti surreali che virano verso la crudele “favola” archetipa e che saranno poi ripresi da Jodorowsky. Per le truci sequenze splatter cadde sotto gli strali della censura, al punto che ne esistono moltissime versioni, tutte sforbiciate e con titoli diversi, e soltanto nel 2004 è stato possibile recuperarne l’edizione originale integrale di 117’. Ovviamente non è affatto un prodotto per tutti, ma ha i suoi meriti ed è un “unicum” nel panorama dello “spaghetti western”. Tarantino ne ha omaggiato la scena iniziale, con Tomas Milian che esce dalla tomba dove era stato sepolto vivo, nel secondo capitolo di “Kill Bill”. E' un film per patiti del cinema di genere "underground" dai contenuti forti. I mainstreamers stiano pure alla larga.

Voto:
voto: 3,5/5

Faccia a faccia (Faccia a faccia, 1967) di Sergio Sollima

Un mite professore di storia degli stati del Nord arriva nel West per trovare un clima più adatto a curare una malattia polmonare. Preso in ostaggio da una banda di tagliagole l'uomo cerca invano di redimere il capo, lo spietato meticcio Beauregard, con le sue teorie pacifiste. Dopo molti giorni passati con i banditi, assistendo alle loro deprecabili imprese, il professore subisce il fascino del male e viene irretito dalla vita pericolosa e violenta di Beauregard, fino a diventarne una sorta di alter ego ancora peggiore. Solido western psicologico, a mio avviso il suo migliore, del compianto Sergio Sollima, recentemente scomparso. Interamente costruito sull’incontro-scontro tra due personaggi apparentemente agli antipodi, un insegnante e un bandito, trova la sua forza nella notevole interpretazione dei due carismatici protagonisti, Tomas Milian e Gian Maria Volontè, tra cui brilla il secondo per l’abile capacità di rappresentare una trasformazione interiore attraverso una finissima gamma di frasi ed espressioni. Il viaggio introspettivo negli oscuri recessi dell’animo umano diventa lo scenario principale di questo western nero, a cui alcuni, con una certa capziosità, hanno anche voluto attribuire un sottotesto “politico” di sinistra, per l’annosa contrapposizione tra intellettuali e proletari di fronte all’azione violenta.

Voto:
voto: 3,5/5

Africa addio (Africa addio, 1966) di Gualtiero Jacopetti , Franco Prosperi

Con la consueta formula, sospesa tra bieco sensazionalismo e cruda morbosità, Jacopetti e Prosperi confezionano uno dei “mondo movie” più famosi, probabilmente il “migliore” di questo genere, controverso e discutibile, ma di grande successo commerciale negli anni ’60 e ’70. Evidentemente orientato verso un pubblico di nicchia dallo stomaco forte in cerca di "più e più sangue", è un feroce ritratto della nuova Africa, carico di scene atroci (con gli immancabili falsi furbescamente spacciati per veri) ed intriso di una riprovevole nostalgia del colonialismo, fedeli alla formula reazionaria “si stava meglio quando si stava peggio”. Il voyeurismo giornalistico dell’opera, tipico del genere “mondo”, è evidente come il notevole impegno produttivo profuso e l’amore degli autori per il continente nero. Peccato però che si tratti di un’Africa "da cartolina", un mondo atavico e ideale, mitizzato dall’elaborazione nostalgica dei registi. Vale unicamente per il suo significato storico di più degno rappresentante di un genere abietto e generalmente ripugnante, che ha però costituito, pur nella sua palese esecrabilità, un curioso fenomeno di massa assai di moda presso diversi strati (anche insospettabili) della popolazione. Oggi i film "mondo" non ci sono più, nè sarebbe più possibile girarli, ma la matrice morbosa e voyeuristica che allora ne determinò il successo è ancora ben viva e vegeta in larghe schiere di spettatori ipocriti, affamati di turpe sensazionalismo e di spettacolarizzazione del dolore. I tempi cambiano, purtroppo o per fortuna, ma il vecchio motto "più e più sangue" non è mai tramontato. Ha solo cambiato forma.

Voto:
voto: 3/5

Una pistola per Ringo (Una pistola per Ringo, 1965) di Duccio Tessari

Il pistolero Ringo, noto anche come "faccia d'angelo" per i suoi tratti aggraziati, si unisce a una banda di malfattori, dicendo di essere un fuorilegge braccato dallo sceriffo Dan. In realtà Ringo fa il doppio gioco ed è stato mandato proprio dallo sceriffo che lo ha liberato dal carcere in cambio della promessa di fargli catturare la pericolosa banda. Celebre “spaghetti western” di Tessari, che ha dato vita ad uno dei personaggi più noti del filone: l’antieroe Ringo, che rese famoso il nostro Giuliano Gemma, bello, elegante e letale, dalla parte del bene ma solo per interesse personale. La violenza “sporca” e amorale, instillata nel genere dai film di Sergio Leone, viene qui ampiamente mitigata da forti spruzzate d’ironia, in accordo al carattere più bonario del regista genovese. Per quanto sopravvalutato ed un po’ sempliciotto, ebbe un grande successo di pubblico, dando vita al consueto fenomeno degli epigoni “ruffiani”: un patetico elenco di “seguiti”, che poco o niente hanno a che fare con l’originale, che citano il nome di Ringo per attirare il pubblico in sala. Le musiche sono del solito inossidabile Morricone.

Voto:
voto: 3/5

La frusta e il corpo (La frusta e il corpo, 1963) di Mario Bava

In un lugubre castello vive il vecchio conte Menliff con la sua famiglia, tra cui il figlio Cristiano con la giovane moglie Nevenka. Il ritorno del secondo figlio del conte, lo scellerato Kurt, scacciato anni prima dalla famiglia per i suoi comportamenti licenziosi, risveglia in Nevenka inconfessabili turbamenti che credeva sopiti. Molti anni prima Kurt e Nevenka erano amanti e intrattenevano una morbosa relazione sadomasochistica a base di sesso e frustate. Quando il diabolico Kurt viene ucciso da mano ignota, la donna, che ne è ossessionata al punto da detestarlo e desiderarlo nello stesso tempo, continua a sentirne la sinistra presenza in sogni erotici che sembrano veri. Dopo che anche il vecchio patriarca viene assassinato, Nevenka inizia a pensare che il suo aguzzino sia ancora vivo e che stia crudelmente "giocando" con lei come faceva un tempo. Splendido gotico “cromatico” di Bava, purtroppo quasi sconosciuto ai non cinefili, sospeso, come tutto il cinema dell’autore, tra “artigianato” e genialità. Tantissimi i punti di forza: splendide atmosfere, rese memorabili dall’uso espressivo dei colori (una delle ossessioni estetiche del grande regista ligure), uno spudorato coraggio per la tematica sessualmente “scottante”, il sadomasochismo (tra l’altro elegantemente mostrato sempre in soggettiva, utilizzando lo sguardo della vittima/complice), la carismatica presenza scenica del compianto Christopher Lee, che qui ci regala uno dei villain migliori della sua leggendaria galleria. Da riscoprire assolutamente, magari dedicandolo all’orda di ingenui che ritiene che le trasgressioni sessuali sul grande schermo siano “nate” con l’imbarazzante fenomeno recente delle “sfumature di grigio”. Il genio incompreso di Bava (qui accreditato sotto lo pseudonimo John M. Old) tocca, in questa pellicola, uno dei suoi vertici assoluti.

Voto:
voto: 4/5