domenica 2 gennaio 2022

Don't Look Up (2021) di Adam McKay

Kate Dibiasky, brillante dottoranda in astrofisica, scopre quasi per caso l'esistenza di una nuova cometa (che prenderà il suo nome) e sottopone la scoperta all'attenzione del suo mentore, il Dr. Randall Mindy dell'Università del Michigan. Dopo i dovuti controlli e calcoli approfonditi, i due arrivano ad una terribile conclusione: l'asteroide, dal diametro stimato di circa 9 km, colpirà la terra nel giro di sei mesi, abbattendosi in pieno Oceano Pacifico e provocando con una probabilità del 99% l'estinzione della vita sul nostro pianeta, come già accaduto al tempo dei dinosauri. Profondamente turbati i due scienziati si recano subito alla Casa Bianca informando il Presidente degli Stati Uniti, Janie Orlean, ma vengono incredibilmente snobbati e trattati come due allarmisti paranoici. Delusi ma non domi, Randall e Kate decidono di rendere pubblica la notizia, intervenendo come ospiti in diretta nel talk show di informazione più seguito del paese, ma anche qui non vengono presi sul serio, dando inizio ad un grottesco circo mediatico che sembra focalizzarsi su tutto tranne che sul reale pericolo imminente. Il nono lungometraggio del talentuoso Adam McKay, che lo ha anche scritto e prodotto, è un'acida commedia satirico apocalittica che mette alla berlina la stupidità collettiva della società moderna, obnubilata da ignoranza diffusa, da una sottocultura dozzinale a base di slogan e di mode, dal lavaggio del cervello operato dai media (social network, televisione spazzatura, fake news), da un cinismo di massa esasperato dalla perdita di valori, da modelli di vita materialistici e dalla costante sovraesposizione alle informazioni, che ha finito per produrre un effetto di macabra assuefazione. Da questo punto di vista il film è una parodia tragicomica quanto mai attuale, di forte impegno civile, che fa ridere amaramente e fa riflettere sulla deriva contemporanea delle società capitalistiche, leggibile a diversi livelli per le molte tematiche implicate: negazionismo, manipolazione mediatica, corruzione politica, incompetenza dei governanti, abuso di tecnologia, proliferazione di falsa cultura diffusa a mezzo social/hi-tech, fanatismo dei militari, ottusità collettiva, mancanza di ideali, di prospettiva e di visione, ridicolo teatrino quotidiano da parte di politicanti e imbonitori che cavalcano furbescamente l'onda della pubblica idiozia. E' altresì evidente che l'intento dell'autore è quello di abbracciare diversi argomenti più che mai in voga, quali la gestione della pandemia di covid-19 (con tutto il carico di polemiche e scontri ideologici che si sono generati) o la questione dei cambiamenti climatici provocati dall'azione umana palesemente scellerata e i danni catastrofici che questi porteranno inevitabilmente nei prossimi decenni, un tema altresì ampiamente dibattuto e controverso verso il quale i potenti del mondo sembrano generalmente fare orecchie da mercante. Va però detto che, nonostante tutto questo e le buone interpretazioni di un cast stellare che annovera divi come Leonardo DiCaprio, Jennifer Lawrence, Meryl Streep, Cate Blanchett, Jonah Hill, Mark Rylance, Ron Perlman e Timothée Chalamet, il film risulta un po' troppo lungo, ripetitivo e dispersivo, meno tagliente e incisivo dal punto di vista satirico rispetto ai precedenti lavori dell'autore, vedi ad esempio La grande scommessa (The Big Short, 2015), e, dopo una prima parte molto brillante, tende ad infiacchirsi su un accumulo di cliché o di idee reiterate e già sciorinate ampiamente in precedenza. La definizione che alcuni hanno azzardato di "Dottor Stranamore del terzo millennio" è totalmente inopportuna e strampalata, ma la pellicola offre comunque una valida istantanea, purtroppo amaramente veritiera, dei nostri tempi caotici, sciocchi, ottenebrati, litigiosi e faziosi. Da segnalare la presenza nel ricco cast della pop star americana Ariana Grande, amatissima dai teenager, che per il film ha composto e interpretato la canzone "Just Look Up".

Voto:
voto: 3/5

La scelta di Anne - L'événement (L'événement, 2021) di Audrey Diwan

Nella Francia del 1963 la giovane Anne è una brillante studentessa universitaria di lettere che cerca di farsi una cultura per affrancarsi dalle sue umili origini proletarie. Per la sua bellezza fisica attrae gli uomini con facilità e la ragazza non disdegna di divertirsi e di farsi corteggiare. Una gravidanza inattesa e indesiderata la pone in una drammatica situazione esistenziale, in una società ancora arretrata e fortemente maschilista in cui l'aborto è illegale e gravemente punito dalla legge. Anne non intende rinunciare ai suoi sogni di una carriera professionale, ma nessuno sembra disposto ad aiutarla. Mentre le settimane trascorrono inesorabili la ragazza decide di rivolgersi ad una donna che effettua aborti clandestini, con tutti i rischi che questo comporta. Intenso dramma al femminile di Audrey Diwan, scritto dalla regista insieme a Marcia Romano, tratto dal romanzo autobiografico "L'evento" di Annie Ernaux e interpretato egregiamente, con toccante immedesimazione emotiva, dall'attrice rumena Anamaria Vartolomei. E' una storia di dolore, di coraggio, di vergogna, di emancipazione, di libertà di scelta, di memoria storica e di denuncia sociale, raccontata con stile secco, tono asciutto, senza enfasi e senza il minino accenno alle implicazioni etiche o religiose connesse con il delicato tema dell'aborto. Girato in formato 4:3, con una fotografia dai colori desaturati ed un frequente uso della camera a mano che "pedina" la protagonista, il film mette al centro della questione il corpo della donna come "terreno" di scontro ideologico, politico e culturale sul tema inalienabile del diritto al libero arbitrio su di esso. Fedele al concetto di cinema verità tipicamente francese, L'événement racconta i fatti con crudezza e verismo, senza orpelli e senza morbosità, non rinuncia all'abbondanza di dettagli ma non indulge mai negli eccessi sgradevoli. Scandendo il passare del tempo con il conteggio incessante delle settimane di gravidanza, alla maniera di un thriller di suspense, il film raffigura tutta la tragedia della vicenda e tutto l'estremo dolore fisico e psicologico della protagonista, rimanendo sempre "incollato" al volto incredibilmente espressivo della Vartolomei. Le due forti sequenze del primo tentato aborto e poi dell'operazione vera e propria, sono di un iperrealismo immersivo che coinvolge sensorialmente lo spettatore a 360 gradi, attanagliandolo senza concedergli scampo, ma senza mai scadere in inutili particolari macabri. E' indubbiamente un film impegnato e impegnativo, obiettivamente importante e tipicamente "da festival", premiato (con una certa generosità e non senza polemiche) con il Leone d'Oro al 78° Festival di Venezia, dalla giuria presieduta dal sudcoreano Bong Joon Ho.

Voto:
voto: 3,5/5

Qui rido io (2021) di Mario Martone

Agli inizi del '900 Eduardo Scarpetta, comico, commediografo, fondatore e capo dell'omonima compagnia teatrale, è il più famoso attore napoletano. Adorato dal pubblico, rispettato da tutti, temuto dai suoi attori, ha saputo sfruttare il suo grande successo ai botteghini dei teatri cittadini diventando ricco e potente. Uomo ingombrante, vivace, istrione, affabulatore e donnaiolo incallito, vive in una piccola reggia che si è fatto costruire sulla collina del Vomero insieme alla sua enorme famiglia allargata, tra moglie compiacente e amanti varie, con un esercito di figli tra cui tre legittimi, che portano il suo cognome, e molti altri non ufficialmente riconosciuti, tra cui Eduardo, Titina e Peppino, nati dalla relazione con la giovane Luisa De Filippo, nipote di sua moglie. I tre ragazzini lo chiamano "zio", fingendo di ignorare la verità, cresceranno dietro le quinte del palcoscenico, osservando, imparando e recitando in piccoli ruoli, e passeranno poi alla storia come i fratelli De Filippo, cambiando per sempre le sorti del teatro popolare dialettale. In particolare Eduardo, da sempre invidiato e osteggiato dal primo erede naturale Vincenzo Scarpetta, appare fin da subito quello più dotato, l'unico che ha veramente ereditato il talento del padre, che poi in futuro supererà di gran lunga divenendo un drammaturgo, commediografo e attore conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Smanioso di lanciarsi in nuove imprese, Scarpetta abbandona momentaneamente il successo sicuro della sua commedia più famosa ("Miseria e nobiltà") e decide di scrivere una parodia comica di un dramma di Gabriele D'Annunzio, "La figlia di Iorio", dopo aver chiesto e ottenuto un ambiguo lascia passare verbale dal poeta Vate nazionale. Ma questa decisione segnerà l'inizio del suo inevitabile tramonto. Straordinario dramma autobiografico scritto e diretto da Mario Martone sulla movimentata vita di Eduardo Scarpetta, che si avvale di una ricostruzione ambientale sontuosa che riesce a catturare perfettamente lo spirito dell'epoca, delle magnifiche interpretazioni di un cast eccellente in cui svetta il mattatore Toni Servillo e della capacità dell'autore di mescolare sapientemente il piano artistico con quello esistenziale, il palcoscenico e la vita, i personaggi e le persone, il "vero volto" e la maschera che lo copre, creando un unico microcosmo sfuggente, pregnante e pulsante in cui il gesto artistico definisce, occulta, giustifica e drammatizza i sentimenti, i destini e le discutibili scelte degli adulti che, inevitabilmente, ricadranno sui figli. In questo film brioso e ambizioso, tutto sfumato tra farsa e tragedia proprio come il teatro di Eduardo, Martone ci offre spesso il punto di vista, intimamente tormentato ma già determinato, del più geniale dei tre De Filippo, che, nonostante l'età preadolescenziale, aveva già in sè i primi germi del fuoco dell'arte e della disciplina del leader. Tra sequenze di grande potenza evocativa e continue invenzioni che mescolano il piano teatrale con quello reale, assecondando la mitologia barocca di una città come Napoli che è da sempre, nell'immaginario collettivo, un immenso teatro a cielo aperto, l'autore traccia sapientemente l'affresco di un'epoca, un racconto di formazione artistico, un momento cruciale di cambiamenti storici culturali ed una sommessa parabola fatta di sconfitte, incastonando il tutto nello spirito apparentemente burlesco di una grande tragedia familiare. L'intenso dialogo tra Scarpetta (che cerca disperatamente di essere riconosciuto anche al di fuori di una dimensione popolare e "triviale") ed il filosofo Benedetto Croce chiarisce (?) anche il pensiero di Mario Martone in merito all'eterna diatriba tra "arte colta" e "arte popolare", che da sempre contrappone la critica elitaria al pubblico di massa nella catalogazione delle opere teatrali e cinematografiche. E il regista napoletano, raccontando e inscenando il teatro, riesce a fare, come sempre, grandissimo cinema. Oltre al gigantesco Servillo vanno segnalati nel cast Cristiana Dell'Anna, Maria Nazionale, Antonia Truppo, Eduardo Scarpetta, Gianfelice Imparato, Lino Musella e Alessandro Manna. Presentato in concorso al 78° Festival di Venezia, il film ha ottenuto vasti consensi di critica ed ha vinto il Premio Pasinetti al miglior attore per Toni Servillo.

Voto:
voto: 4/5

Madres paralelas (2021) di Pedro Almodóvar

Janis è una donna matura e affermata, fotografa di grande successo che resta incinta inaspettatamente durante una relazione con l'antropologo Arturo. Nonostante il chiaro disinteresse di lui di fronte alla notizia, la nostra decide di portare avanti la gravidanza in ogni caso. In clinica per il parto, Janis conosce l'adolescente Ana, ragazzina sballottata tra una famiglia assente ed una gravidanza non voluta. Le due donne partoriscono nello stesso giorno, unite dalla medesima condizione di madri single e da un destino beffardo che le metterà di fronte ad una prova ancora più difficile da affrontare. Elegante melodramma al femminile di Pedro Almodóvar, da lui anche scritto con la consueta ricchezza di sfumature e con un occhio critico rivolto alla storia passata (ma mai dimenticata) del suo paese ed alla politica contemporanea. Con il suo stile inconfondibile, raffinato e genuino, con il suo tocco di palpitante vitalità e con la grazia illuminata di una maturità artistica ormai consolidata, il Maestro spagnolo realizza un nuovo splendido ritratto di figure femminili parallele e complementari, egregiamente interpretate dalla sua musa Penélope Cruz e dalla giovane Milena Smit, che danno vita ad un "duetto" di toccante umanità, "chimica" relazionale ed intensità espressiva. Attraverso un racconto di maternità (assolutamente non nuovo nel cinema dell'autore), in bilico sul filo sottile di un funambolismo drammaturgico che solo Almodóvar riesce a rendere accettabile nelle sue spericolate svolte, il film amplia gli orizzonti del suo discorso alla memoria storica di un doloroso passato (i desaparecidos vittime "anonime" del franchismo), assumendo i toni vibranti di un melodramma storico sociale che guarda alla grande lezione classica di Douglas Sirk (da sempre una delle somme fonti d'ispirazione di Almodóvar), attualizzandola all'estetica fieramente liberale e finemente anticonformista del regista manchego. Così, in un fertile incastro tra passato e presente, si compie la sovrapposizione tra l'eredità genetica dei figli di oggi con gli antenati di ieri, a loro volta figli sfortunati di madri inconsolabili, sacrificati sull'altare dell'ignominia di una tirannide le cui ferite sono ben lungi dall'essere rimarginate. Madres paralelas è un'opera appassionata che ci parla di vita e di morte, di speranza e di tragedia, che getta idealmente un ponte tra epoche diverse per denunciare dei crimini, invocare giustizia, rendere omaggio alle vittime e insegnare ai giovani, tenendo sempre accesa la fiamma del ricordo. Al netto di qualche passaggio narrativo un po' forzato, ma comunque funzionale al disegno etico del suo autore, la pellicola raggiunge il climax emotivo nell'epilogo, che mescola il cordoglio con l'auspicio nel futuro, offrendoci sempre una prospettiva femminile come baluardo di resilienza, simulacro di sensibilità ed espressione di umanità volitiva, passionale e amabilmente tenera. Il parallelismo evocato dal titolo si applica, quindi, anche alla storia, declinandola in una dimensione che la lega a filo doppio con il sentimento, sia individuale che collettivo, come espressione estrema dell'anima di una nazione.
 
Voto:
voto: 3,5/5

The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun (The French Dispatch, 2021) di Wes Anderson

Arthur Howitzer Jr. è un giornalista americano proprietario del quotidiano "The Evening Sun" che ha sede nella città di Liberty in Kansas. L'uomo vive da lungo tempo in Francia, nella cittadina di Ennui-sur-Blasé, dove ha fondato una nuova testata periodica, chiamata "The French Dispatch", che racconta singolari fatti di vita e di cronaca locale, avvalendosi della preziosa collaborazione di scrittori e giornalisti europei o americani, che Howitzer coccola come se fossero dei figlioli putativi per affinità elettive. Howitzer ama con tutto sè stesso il suo lavoro, la sua rivista ed i suoi contenuti ed ha disposto che, alla sua morte, la pubblicazione del giornale dovrà cessare dopo un'ultima edizione speciale di addio che conterrà, insieme al suo necrologio, una raccolta dei migliori articoli delle edizioni passate. Il film inizia con questo antefatto che pone tali premesse, si chiude con un epilogo-epitaffio che vede la morte del direttore patriarca Howitzer ed ha un corpo centrale diviso in 4 capitoli che corrispondono ad altrettante singolari storie, raccontate in tono surreale con una forte accentazione nostalgica e fantastica, che sono poi i 4 articoli giornalistici inseriti nell'ultimo numero commemorativo del "French Dispatch". I 4 segmenti sono: "Il reporter ciclista", è il più breve ed il più evocativo, è una affascinante galleria di immagini malinconiche catturate attraverso un giro in bicicletta del reporter Herbsaint Sazerac in cui vengono mostrati i luoghi simbolo della città di Ennui-sur-Blasé (un luogo immaginario che per il regista rappresenta un simbolo fantasticamente trasfigurato della sua idea della Francia), evidenziandone i cambiamenti di sembiante tra passato e presente. "Un capolavoro nel cemento", è il migliore ed il più ricco di invenzioni fantasiose tra gli episodi: si narra la storia di un geniale pittore, Moses Rosenthaler, malato di mente e rinchiuso in carcere per duplice omicidio, che s'innamora, ricambiato, della bella secondina Simone, che diventa la sua musa e fonte d'ispirazione per i suoi quadri astratti. L'eccentrico critico d'arte Cadazio vede le sue opere e si adopera per promuoverle all'esterno, facendo di Rosenthaler una celebrità ed un genio "maledetto". Ma in cambio gli commissiona la sua opera definitiva. "Revisioni di un manifesto" è un racconto metaforico del '68 (con il "maggio" che diventa "marzo") attraverso l'incontro tra una matura giornalista (Lucinda Krementz) ed un giovanissimo leader delle rivolte studentesche (Zeffirelli) contro il sistema reazionario rappresentato dalla vecchia generazione. E' il meno riuscito dei 4 segmenti narrativi. "La sala da pranzo del commissario di polizia" è la tranche più dinamica e vibrante, una sorta di giallo "polar" che parte come un'indagine giornalistica del reporter Roebuck Wright sul leggendario chef-poliziotto Nescaffier, di origine orientale, che delizia il distretto di polizia di Ennui con i suoi piatti gustosamente raffinati. Wright e Nescaffier si trovano coinvolti, loro malgrado, in una "guerra" tra i gendarmi guidati dall'abile commissario comandante della stazione e una banda di criminali locali, che gli hanno rapito l'amato figlio per ottenere la scarcerazione del loro contabile, elemento essenziale per il clan. Tra scene d'azione, sparatorie e inseguimenti, l'episodio riflette sulla forte connessione emotiva tra cibo e stati d'animo, e su come sapori e odori possano influenzare l'agire delle persone. Wes Anderson è un esteta del cinema, un orafo minuzioso, un talentuoso cesellatore di immagini preziose, da sempre ossessionato dalla sontuosa confezione della messa in scena per raggiungere una personale iconografia stilistica che ambisce alla poesia visiva. Non c'è dubbio che sia bravissimo in questo e che, nel corso della sua coerente carriera, abbia raggiunto risultati straordinari in tal senso, toccando l'apice della sua geniale esuberanza estetica nel capolavoro Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel, 2014), che rappresenta definitivamente la quinta essenza di tutta la sua arte. Questo suo decimo lungometraggio è un grande atto d'amore elegiaco verso la cultura francese (ricco di citazioni cinefile a maestri come Jean Renoir, Jacques Tati o Jean-Pierre Melville) e verso il mestiere del giornalista (e, di riflesso, verso il grande potere immaginifico della scrittura), con tanto di dedica finale esplicita alle grandi firme del periodico americano "The New Yorker", fondato nel 1925. Con il suo stile delicato ed il suo tipico tocco magico, l'autore ci regala un altro piccolo gioiello antologico sbizzarrendosi nella consueta esuberanza visiva, attraverso l'uso di un formato cinematografico in rapporto quattro terzi ed un continuo alternarsi tra fotografia in bianco e nero o a colori, con suggestioni che svariano dal pittorico al décor e concedendosi persino una lunga sequenza di azione poliziesca a disegni animati. Il cast è, come al solito, straordinario e opulento, con una marea di attori famosi che hanno accettato di partecipare al film anche solo per una breve apparizione marginale. Sarà complicato riconoscerli tutti (guardare per credere), ma tra questi citiamo: Bill Murray, Benicio Del Toro, Adrien Brody, Tilda Swinton, Léa Seydoux, Frances McDormand, Timothée Chalamet, Jeffrey Wright, Mathieu Amalric, Owen Wilson, Christoph Waltz, Cécile de France, Liev Schreiber, Willem Dafoe, Edward Norton, Saoirse Ronan, Elisabeth Moss, Jason Schwartzman e Anjelica Huston come voce narrante in lingua originale (ma l'elenco di nomi è ancora ben lungi dall'essere terminato). Si può anche dire che questa pellicola presti il fianco agli storici detrattori del regista che lo accusano di essere tutto forma e niente sostanza, perchè stavolta si viaggia più che mai sul confine dello stucchevole manierismo autoreferenziale, ma è altrettanto vero che Anderson è uno di quei rari casi in cui l'altezza stilistica è spesso così elevata, così creativa, così visionaria, così deliziosamente iconografica, da divenire essa stessa materia reale, sostanza poetica, soggetto espressivo. Ovviamente gli appassionati dell'autore andranno a nozze con questo suo ultimo lavoro, che merita anche una seconda visione per coglierne appieno i tantissimi dettagli grafici.

Voto:
voto: 3,5/5

I molti santi del New Jersey (The Many Saints of Newark, 2021) di Alan Taylor

La voce "fantasma" del gangster italoamericano Christopher Moltisanti racconta la storia della sua famiglia nella Newark degli anni '60: suo nonno "Hollywood Dick" Moltisanti rientra da un viaggio in Italia portando con sè la sua nuova giovanissima moglie, una bella ragazza napoletana di nome Giuseppina che non conosce una parola d'inglese ma che, pur di inseguire il suo Sogno Americano, ha accettato di sposare un vecchio. Dickie Moltisanti, figlio di "Hollywood" e futuro padre di Christopher, rimane subito folgorato dalle grazie della sua inattesa "matrigna" e questo porterà ad una serie di conflitti con l'anziano genitore che la maltratta continuamente nel tentativo di dominarne gli ardori giovanili. Dickie è uno dei capi della famiglia mafiosa dei DiMeo insieme ai fratelli Soprano (Johnny e Junior), che gestiscono tutte le attività illegali del New Jersey, tra cui gioco d'azzardo, usura, estorsione,  contrabbando e furti di beni di consumo su larga scala. Mentre iniziano i primi scontri con i nuovi emergenti criminali afroamericani, che intendono mettersi in proprio e liberarsi dal giogo degli italiani, Dickie deve gestire una lunga serie di problemi legati al business di famiglia, ma anche di natura personale e sentimentale, senza dimenticare l'educazione del giovane Tony Soprano, figlio adolescente di Johnny, che vede nello zio il suo mentore, la sua fonte d'ispirazione e il padre che avrebbe sempre voluto avere. La celeberrima serie televisiva "I Soprano", andata in onda tra il 1999 e il 2007 in sei stagioni e 86 episodi, adorata da vaste schiere di ammiratori in tutto il mondo, pluripremiata e lodata dalla critica di ogni latitudine, viene giustamente ritenuta una pietra miliare fondante della moderna serialità televisiva, che ormai compete quasi alla pari con il cinema per qualità tecniche, spessore dei temi, ampiezza delle proposte e seguito degli spettatori. A causa del suo finale ambiguo, molto controverso e largamente dibattuto dai fans, sono in tanti ad aver sempre auspicato una sua prosecuzione, resa purtroppo impossibile dalla morte prematura del compianto James Gandolfini, magistrale interprete del boss mafioso Tony Soprano, entrato prepotentemente nei cuori del pubblico grazie a questo ruolo iconico. Probabilmente anche per questo motivo David Chase, creatore della serie e dei personaggi, ha deciso di scrivere questo prequel, affidando la regia ad Alan Taylor, che già aveva diretto alcuni episodi della lunga saga televisiva prodotta dalla HBO. Il risultato è un efficace mafia-movie violento e teso, che racconta con ambientazioni pregnanti, ricchezza di sfumature e profondità psicologica quel mondo spesso mitizzato con nostalgia dai racconti di Tony Soprano/James Gandolfini, con particolare riferimento alla figura sempre evocata dell'adorato zio Dickie Moltisanti, alla cui decisiva influenza Tony deve la sua scelta di seguire gli affari di famiglia, imboccando la strada (senza ritorno) del crimine mafioso. Questo film ha il merito di andare oltre il semplice tributo malinconico al fandom dei Soprano, riuscendo a vivere di vita propria al punto da risultare perfettamente fruibile (e godibile) anche da coloro che non conoscono la famosa saga criminale. Più che al personaggio del giovane Tony, che qui appare come coprotagonista, la pellicola è dedicata all'ambiguo, carismatico e tormentato Dickie Moltisanti (che nella serie era stato molte volte citato nei racconti di famiglia), attraverso cui viene costruito un sapiente affresco sulla così detta "epoca d'oro" della mafia italoamericana, poco prima che lo spaccio degli stupefacenti diventasse il business principale, aumentando a dismisura guadagni e potere, ma anche la violenza, i tradimenti e le sanguinose faide interne. Sono numerosi e immancabili i riferimenti, gli omaggi e le citazioni sia alla serie televisiva sia al cinema crime di Martin Scorsese, anche per la presenza di forte spessore nel cast di Ray Liotta, impegnato in un doppio ruolo. Sono almeno tre i motivi principali che rendono quest'opera da non perdere: 1) la notevole interpretazione di Alessandro Nivola nei panni di "zio Dickie"; 2) vedere all'opera il giovane Michael Gandolfini (figlio di James) nel ruolo che regalò il successo mondiale a suo padre; 3) i dialoghi quasi onirici nel parlatorio del carcere tra Dickie e suo zio Salvatore Moltisanti, che sembrano evocare metaforicamente le confessioni di psicoanalisi che Tony Soprano intratteneva nel serial con la dottoressa Jennifer Melfi.

Voto:
voto: 3,5/5

martedì 21 dicembre 2021

È stata la mano di Dio (2021) di Paolo Sorrentino

Napoli, estate del 1984. Fabio Schisa, detto "Fabietto", è un adolescente introverso di famiglia borghese che vive al Vomero, il quartiere "bene" del capoluogo campano, con un padre distinto funzionario di banca, una madre vitale e giocosa, un fratello maggiore, una sorella perennemente chiusa in bagno ed una zia, Patrizia, procace e disinibita, con sospetti problemi mentali, che incarna tutti i suoi sogni erotici di ragazzo in crescita, spaventato dalla vita e dalle donne ma confortato da un ambiente familiare serenamente protettivo. Anche se non mancano problemi e dissidi, i genitori di "Fabietto" si amano teneramente, mentre la città è pervasa dall'euforia collettiva per il clamoroso acquisto di Diego Armando Maradona da parte del Napoli calcio, scatenando un entusiasmo popolare che oscilla tra la voglia di riscatto sociale e l'idolatria pagana. L'avvento del fuoriclasse argentino e una improvvisa tragedia familiare cambieranno per sempre la vita del ragazzo, indirizzandolo, dolorosamente ma ineluttabilmente, verso una carriera artistica. Il nono lungometraggio di Paolo Sorrentino, da lui scritto e diretto, è un dramma autobiografico intimo ed intenso in cui l'autore ritorna, fisicamente e spiritualmente, nella sua Napoli 20 anni dopo L'uomo in più, per tracciare, simultaneamente, un racconto di formazione, un diario sentimentale, un affresco emotivo ed un bilancio esistenziale che scava nei suoi ricordi dolci amari di adolescente per mettere in immagini la sintesi di un dolore universale, la magia di un periodo mitizzato e la nascita di un artista. Oscillando come da sua abitudine tra sacro e profano, poetico e grottesco, sublime e trash, Sorrentino si muove agilmente tra sequenze straordinarie (come il prologo visionario o la visita nella casa della baronessa) e inserti ampollosi, tra spontanea ispirazione e forzature folcloristiche, consegnandoci il suo film più sentito, più semplice e più appassionato, idealmente diviso in due parti distinte: la prima è una commedia nostalgica non priva di spunti comici e la seconda è una tragedia personale asciugata nei toni ma intrisa di rimpianto. Omaggiando ripetutamente i grandi Maestri del cinema italiano (Fellini, Rossellini, Leone), i suoi numi tutelari (Maradona) ed il suo primo mentore artistico (Antonio Capuano), l'autore racconta, ricorda, inventa, sogna e realizza il suo personale Amarcord attraverso l'alter ego "Fabietto", celebrando la possente magia evocativa della sua città natale (a cui alla fine finisci sempre per tornare) ed il potere salvifico dell'arte come unico vero antidoto contro il male di vivere. Nel cast, che al solito fedelissimo Toni Servillo vede affiancati Filippo Scotti, Teresa Saponangelo, Luisa Ranieri, Renato Carpentieri, Enzo De Caro e Lino Musella, spiccano le due interpreti femminili capaci di incarnare con autentica pregnanza due aspetti diversi della napoletanità. Il film ha vinto due premi al Festival di Venezia, dove è stato presentato in anteprima: il Leone d'argento (Gran premio della giuria) ed il premio Marcello Mastroianni per il giovane attore esordiente Filippo Scotti. Con la speranza di trionfare nuovamente agli Oscar, È stata la mano di Dio ha ottenuto unanimi consensi di pubblico e critica, a conferma di una maggiore semplicità nello stile narrativo.
 
Voto:
voto: 3,5/5

mercoledì 1 dicembre 2021

The Last Duel (2021) di Ridley Scott

Il "duello di Dio" o duello giudiziario era un'usanza medioevale tipica dei popoli germanici per risolvere controversie tra due contendenti nei casi in cui la corte destinata a decidere non riusciva a raggiungere il convincimento necessario per condannare l'una o l'altra parte in causa. Era l'atto conclusivo della disputa e consisteva in una sfida all'arma bianca e all'ultimo sangue tra accusato e accusatore che si teneva in pubblica piazza, preceduta e seguita da minuziosi rituali e con epiloghi spesso di macabra efferatezza. La convinzione generale, da cui nasceva il nome dell'ordalia, era che fosse Dio stesso a giudicare e decidere, facendo vincere colui che era nel giusto e facendo soccombere l'altro. Questo oscuro dramma storico biografico di Ridley Scott (scritto da Ben Affleck, Matt Damon e Nicole Holofcener) è dedicato alla vera storia dell'ultimo "duello di Dio" che si tenne in Francia nell'anno 1386, ispirandosi liberamente al romanzo "L'ultimo duello. La storia vera di un crimine, uno scandalo e una prova per combattimento nella Francia medievale" di Eric Jager. Si narra della tenzone tra Jean de Carrouges e Jacques Le Gris, personaggi realmente esistiti, due scudieri, compagni d'armi e amici di lunga data, divenuti poi acerrimi rivali dopo che il secondo fu accusato di avere stuprato la bella moglie del primo, Marguerite de Thibouville, su esplicita e coraggiosa denuncia da parte della donna che si affidò direttamente al giudizio del Re Carlo VI. E' una storia torbida e brutale, raccontata attraverso una eccellente ricostruzione ambientale, con una fotografia grigia ed atmosfere tetre, che ben si accordano al senso morale della vicenda, riuscendo a rendere perfettamente in immagini un'epoca di oscurantismo e di violenze, in cui le donne erano ridotte a meri orpelli ornamentali, brutalmente sottomesse dal dominio dei maschi e generalmente considerate "oggetto" di piacere e "strumento" per sfornare eredi della casata. Non è ovviamente un caso che la scelta sia caduta su un soggetto di questo tipo, stabilendo inevitabili connessioni con la realtà contemporanea in cui ancora si discute di discriminazioni sessuali, piena emancipazione femminile e violenza contro le donne. Il film coglie in pieno l'essenza ideologica del Medioevo in merito a tali questioni, ce la presenta in tutto il suo orrore e propone, tra le righe, uno sguardo al presente per indurre riflessioni nello spettatore. E' vero che oggi a Hollywood e dintorni è molto di moda cavalcare l'onda lunga del #me_too per suscitare un facile consenso, spesso con atteggiamenti ipocriti di edificante buonismo di facciata, ma Ridley Scott ha il merito di evitare (almeno in parte) le trappole del moralismo attraverso una struttura narrativa alla Rashomon, ispirandosi all'idea di base del capolavoro di Akira Kurosawa del 1950 e dividendo la pellicola in tre segmenti che raccontano la "stessa storia" da prospettive diverse: quella di Carrouges, quella di Le Gris e infine quella di Marguerite de Thibouville. Le tre versioni differiscono in alcuni punti cruciali e determinanti, ponendo l'intera questione sotto un fertile velo di ambiguità e lasciando allo spettatore il compito di decidere quale sia la verità in cui vuol credere. E' questa la chiave vincente di un film che non si discosta molto dalle ultime frequenti incursioni del regista britannico nella Storia antica, ma che trova in questa felice intuizione una marcia in più che lo rende superiore alla media e concettualmente "super partes". E' un'opera di profonda cupezza, che ricerca una truce spettacolarità non molto originale solo nell'epilogo (in cui, inevitabilmente, verranno in mente altri lavori famosi di Scott senior), nella quale non esistono eroi ma soltanto vittime o carnefici e la classica mitizzazione romantica del cavaliere senza macchia viene demolita dai due protagonisti maschili, tra cui è arduo stabilire chi sia il peggiore. L'atavico tema del duello, fondamentale e ricorrente a diversi livelli in quasi tutta la filmografia dell'autore a partire dal cult I duellanti (The Duellists, 1977), si spoglia stavolta di ogni retorica "nobile" per assumere la valenza di una tragica casualità: la vittoria del caos in un mondo spietato e primitivo che da esso è dominato. Ottimo il cast in cui svettano i quattro protagonisti principali: Matt Damon, Adam Driver, Jodie Comer e Ben Affleck. In particolare Driver, impressionante per presenza scenica e oscuro carisma, dimostra ancora una volta di essere ampiamente a suo agio nei panni di "cavaliere nero". Nonostante i riscontri generalmente positivi da parte della critica, il film si è rivelato un flop al botteghino, dimostrando come il pubblico generalista sia ormai poco interessato ai racconti storici in costume e meno che mai a quelli che non possiedono un tronfio sensazionalismo retorico di facile presa e di immediato consenso populistico. E ogni riferimento a Il gladiatore (Gladiator, 2000) non è puramente casuale.

Voto:
voto: 3,5/5

martedì 30 novembre 2021

Benedetta (2021) di Paul Verhoeven

Il 17-esimo lungometraggio del truce regista olandese Paul Verhoeven, da molti atteso come scandalo annunciato del 74° Festival di Cannes, è un dramma biografico ispirato alla vita della suora italiana Benedetta Carlini, vissuta in convento a Pescia (Toscana) nel '600 e ampiamente controversa. Per alcuni era una mistica veggente ispirata da visioni del Cristo, da cui ricevette anche le stimmate, per altri era un'abile manipolatrice dotata di buona favella e naturale carisma, grazie ai quali riuscì ad ingannare tutti sfruttando l'ignoranza e le superstizioni ampiamente diffuse in quei tempi di oscurantismo e di fanatismo. Quello che viene dato per certo è il rapporto carnale omosessuale da lei intrattenuto con una giovane novizia che suscitò grande clamore. Ispirandosi liberamente al saggio storico "Atti impuri - Vita di una monaca lesbica nell'Italia del Rinascimento" di Judith C. Brown, Verhoeven si è tuffato con entusiasmo in questa storia ambigua, fosca e sordida, evidentemente attratto dal suo lato morboso, dal suo potenziale scandaloso e dai suoi numerosi risvolti politici e religiosi. Benedetta entra a 9 anni in convento per un voto fatto dai genitori alla Vergine Maria, che l'ha "miracolosamente" salvata alla sua nascita. Fin da subito dimostra capacità intellettive superiori alla media, una bellezza fisica fuori dal comune, un'ars oratoria eccellente e presunti poteri mistici che fanno gridare alla "santità". La comparsa delle stimmate, le visioni di Gesù e le doti di preveggenza la rendono amata dal popolo, oggetto di interesse delle alte sfere ecclesiastiche e la mettono in competizione con la rigida madre superiora del convento. Con l'aumentare dei "miracoli", Benedetta  brucia le tappe e viene promossa badessa, rimpiazzando la vecchia rivale alla guida del cenobio. L'incontro con la giovane Bartolomea, da lei ammessa nella comunità per salvarla dalle grinfie di un padre orco che abusava di lei, le fa scoprire i piaceri della carne, dando inizio ad una passionale relazione sessuale. Scoperta e denunciata dalle sue avversarie, la donna è costretta a difendersi, mentre la città è sconvolta dall'ombra della peste nera e dalla venuta di un viscido nunzio apostolico, potente e corrotto, chiamato a processare Benedetta per i suoi peccati utilizzando i metodi sadici della Controriforma. Nel 1970 il "diabolico" Ken Russell aveva già detto tutto sull'argomento, in maniera scioccante e definitiva, con il suo capolavoro "maledetto" I diavoli (The Devils), uno dei film più censurati della storia del cinema per i suoi temi scottanti e per i suoi modi "blasfemi". Era dunque necessario, oggi come oggi, un film del genere? La risposta è ovviamente no. Specialmente se poi il risultato si traduce in un grossolano accumulo di horror religioso, erotismo pruriginoso, delirio misticheggiante, trash involontario, becero sensazionalismo eretico e la consueta fiera di corpi, violenza, sesso e sangue tipica del regista (che invero qui abbonda oltremodo nell'esibizione di effluvi organici). Con un tono grottesco fortunatamente quasi mai serioso, Verhoeven declina la sua poetica dello scandalo programmatico con il chiaro intento di tracciare un libello polemico contro la Chiesa e i suoi corrotti giochi di potere, puntando il dito contro tutte le perversioni, iniquità, inganni e crimini da essa commessi in nome della fede. Ma tutto resta nell'alveo delle intenzioni perchè la critica si ferma alla superficie e non riesce mai ad affondare realmente il colpo, disperdendosi tra effettismi strumentali e momenti camp che rasentano il ridicolo (basti citare le visioni cristologiche di Benedetta o la statuetta della Madonna adattata a sex toy). La presunta oscenità ricercata dal regista come il pane quotidiano è schematica, turgida, forzata, compiaciuta e quindi sterile, innocua, più goffa che pungente, esattamente come il film. Da salvare l'efficace ricostruzione scenografica ambientale (le riprese si sono svolte principalmente a Montepulciano e a La Roque-d'Anthéron) e la credibile interpretazione delle attrici principali (Virginie Efira, Charlotte Rampling, Daphne Patakia). Tra un "amen" ed un "abiuro" resta la retorica domanda iniziale: era davvero necessario?
 
Voto:
voto: 2/5