martedì 18 gennaio 2022

Tre piani (2021) di Nanni Moretti

Tre piani di un palazzo signorile sul Lungotevere nel quartiere romano di Prati. Tre famiglie borghesi che vi abitano e le cui vicende si sovrappongono in percorsi di vita dolorosi e complicati. Tre atti narrativi e tre tempi separati da una distanza di 5 anni l'uno dall'altro. L'ultimo film di Nanni Moretti, da lui scritto insieme a Federica Pontremoli e Valia Santella, è l'adattamento del romanzo omonimo dell'israeliano Eshkol Nevo, con l'azione spostata da Tel Aviv a Roma, ed è la prima volta che il regista altoatesino, ma romano di adozione, dirige una pellicola tratta da un soggetto non suo. In questo film austero e corale si alternano le storie drammatiche di tre nuclei familiari che abitano in piani diversi del medesimo edificio. Lucio e Sara, giovani professionisti sempre impegnati, affidano abitualmente la loro piccola figlia ai vicini anziani, Giovanna e Renato. Fino a quando Renato, afflitto da una grave forma di demenza senile, scompare con la bambina per molte ore, innescando un atroce sospetto nell'impulsivo Lucio. L'ombrosa Monica ha una figlia neonata e un marito sempre assente per lavoro, soffre di ansia e di solitudine e "vede" un corvo nero che ne accompagna le malinconiche giornate. Dora e Vittorio, maturi magistrati che hanno vissuto all'insegna del rigore inflessibile, hanno un figlio ventenne tormentato e ribelle, Andrea, che investe ed uccide una passante mentre è ubriaco alla guida della sua auto. Vittorio, che non ne ha mai tollerato i comportamenti difformi dalla sua rigida etica esistenziale, decide di abbandonarlo al corso della giustizia, perchè sconti appieno la sua pena e paghi la sua colpa. Il 13° lungometraggio di Nanni Moretti regista, presentato in concorso al Festival di Cannes, è un asciutto dramma familiare intenso e tragico, totalmente privo di ironia e di evasioni grottesche, sorprendentemente apolitico (a parte una fugace "irruzione" un po' forzata che avviene nella seconda parte), concettualmente vicino (ma meno riuscito, meno rigoroso e meno brillante) alla sua pluripremiata opera del 2001, La stanza del figlio. Ha diviso la critica ed i fans dell'autore per il suo essere poco "morettiano", e quindi spiazzante, ambiguo, di non facile decifrazione, oltre che duramente serioso. Eppure, al netto di qualche ridondanza e di qualche passaggio a vuoto, è un film secco e incisivo sull'inerzia della borghesia, sulla crisi dei valori, sulla decadenza dei costumi, sui fallimenti esistenziali; un film che affronta con lucidità impietosa tematiche scottanti come la difficoltà delle relazioni umane, i sensi di colpa, i disastri genitoriali, le ossessioni psicologiche, la solitudine profonda ed i drammatici lasciti spirituali dei padri per i figli. E proprio il rapporto con i figli è il cuore intimo dell'opera, mettendo al centro la dinamica attraverso cui le azioni dei genitori si riflettano (prima o poi) inesorabilmente sulla vita dei loro discendenti diretti, in una sorta di effetto farfalla di crudele inevitabilità. Ma non abbiamo a che fare con una pellicola ideologicamente vecchia, pesante o bacchettona, come alcuni hanno invece vaneggiato, perchè il regista si dimostra ampiamente critico e disincantato verso la sua generazione (e in particolar modo verso il suo personaggio, il giudice Vittorio, al quale riserva una emblematica, e probabilmente auto-significativa, uscita di scena). E, non a caso, tutti i figli vengono tratteggiati come più saggi, più svegli, più pratici, più sensibili e più vicini alla realtà delle cose dei rispettivi genitori. Proprio in questo, oltre che nel senso del fotogramma finale, il cui climax viene ben preparato dalla surreale sequenza (questa sì decisamente "morettiana") del tango collettivo in strada, risiede un'ariosa luce di apertura verso il futuro (e verso i giovani), che spezza il cupo velo del pessimismo che pervade gran parte dell'opera. La metafora, presente nel romanzo ispiratore, dei tre piani come i tre aspetti psicoanalitici della personalità umana secondo Freud (Es, Io e Super Io), è traslata pedissequamente nel film ed è evidentemente riconducibile ai personaggi di Riccardo Scamarcio (Es), Alba Rohrwacher (Io) e Nanni Moretti (Super Io). Nel cast, in cui la recitazione generalmente "robotica" è chiaramente attribuile ad una precisa scelta stilistica, funzionale al tono asettico che l'autore voleva infondere al racconto, i più convincenti sono Margherita Buy e la giovane Denise Tantucci: donne fragili, problematiche, irrisolte, ma anche a tratti radiose e sempre straordinariamente vitali. La mancata vittoria della Palma d'Oro a Cannes, che molti auspicavano alla luce dell'ottimo feeling che sussiste da tempo tra Nanni Moretti ed i critici francesi, e la conseguente pubblica reazione del regista di fronte al premio assegnato a Titane di Julia Ducournau, è stato un divertente "quadretto" di irriverente ironia, tra l'altro tipica del grande autore e del personaggio che lui ha sempre amato cucirsi addosso, stimolando simultaneamente la simpatia dei suoi fans e l'astio dei suoi detrattori, numerosi in egual misura. E anche un progetto più "piccolo", più intimo, meno autarchico e più vicino alla drammaturgia convenzionale come questo, è sempre, a suo modo, un evento ed una garanzia di qualità, di autorialità e di indipendenza espressiva, come per tutte le opere firmate da Nanni Moretti.
 
Voto:
voto: 3,5/5

sabato 15 gennaio 2022

Ariaferma (2021) di Leonardo di Costanzo

Un vecchio carcere in stato di degrado, posto in una remota vallata tra boschi e colline, è prossimo alla chiusura con relativo trasferimento degli agenti e dei detenuti che vi alloggiano. A causa di un impedimento burocratico, 12 detenuti sono costretti a restare per un tempo prolungato non chiaramente definito nel sito, in attesa del via libera al loro cambiamento di sede. Ciò costringe un manipolo di una decina di guardie, guidate dall'esperto ispettore Gargiulo, a fermarsi malvolentieri nella prigione, fino a quando sarà necessario. La stranezza della situazione, l'atmosfera inquietante degli ambienti semivuoti e dell'austera struttura ottocentesca in stato di abbandono ed una serie di eventi imprevisti, faranno nascere un singolare rapporto di tensione tra agenti e carcerati, nelle cui opposte fazioni spiccano le personalità carismatiche di Gargiulo, da un lato, e dello scaltro boss Lagioia, dall'altro. Il terzo lungometraggio dell'ischitano Leonardo di Costanzo (da lui anche scritto insieme a Bruno Oliviero e Valia Santella) è un cupo dramma carcerario dallo stile asettico di rarefatta suggestione, sotto forma di affresco psicologico introspettivo di intimistica valenza che analizza nel profondo le dinamiche relazionali tra esseri umani in condizioni estreme. In questo caso la magnifica ambientazione raggelante nell'antica fortezza carceraria dall'aspetto tetramente monumentale rappresenta un elemento essenziale, un autentico protagonista aggiunto, capace di modulare e determinare il tono della pellicola con il suo clima da limbo sospeso, con i suoi silenzi severi, con la sua malia eterea, con il costante senso di minaccia incombente, restituendoci la forma concreta, che ci immerge sensorialmente a poco a poco, del concetto filosofico di attesa, declinandolo lucidamente attraverso un sommesso caos che cova sotto la cenere fatto di conflitti morali, pulsioni viscerali, sensi di colpa, sentimenti trattenuti, solitudine esistenziale, amaro disincanto. E, non ultimo e non meno importante, la costante evidenza della contraddizione che esiste tra un senso di giustizia necessario ma astratto e la sua reale applicazione pratica, con tutto il relativo carico annesso di denuncia sociale, critica politica, solidarietà umana e pietosa compassione. Senza fornire esplicite risposte alle questioni sollevate e senza mai alzare la voce, questo film di preziosa bellezza formale procede in maniera ovattata ma inesorabile, sussurrando i suoi temi con sobria compostezza, viaggiando sempre sul filo ambiguo di un'angoscia emotiva strisciante, nella costante sensazione che qualcosa di terribile potrebbe accadere da un momento all'altro. Non a caso, e giustamente, molti critici hanno evocato attinenze con il capolavoro Il deserto dei Tartari (1976) di Valerio Zurlini, che ha diverse affinità stilistiche e semantiche con il film di Leonardo di Costanzo. Girato nella imponente struttura carceraria dismessa di San Sebastiano, vicino Sassari, l'opera non esplicita mai chiaramente collocazioni o appartenenze geografiche precise ma preferisce, con fertile indecifrabilità, posizionarsi in una sorta di altrove surreale, indefinito ma realistico, con una continua alternanza di elementi naturalistici (vedi l'aspetto, il comportamento e le inflessioni dialettali dei personaggi) e di spunti metaforici, che trasfigurano il delicato conflitto etico tra delitto e castigo, tra colpa e punizione, in nome di un senso di umanità vigoroso e frastornante. Non di meno, il regista si sofferma, anche dal punto visivo con la costante ricerca di una prospettiva circolare (suggerita dallo scenario principale e assecondata dai movimenti della macchina da presa), sui contrasti interiori che nascono e si sviluppano non solo tra le due opposte fazioni, ma anche all'interno dei singoli gruppi teoricamente omogenei, come segno di una chiave di lettura complessa e inevitabilmente problematica. Nonostante la presenza di due attori protagonisti di grande spessore, Toni Servillo e Silvio Orlando, che con due eccellenti interpretazioni in sottrazione magnetizzano le attenzioni, la pellicola mantiene una valida struttura corale, anche grazie all'ottima squadra di caratteristi di supporto tra cui segnaliamo Fabrizio Ferracane, Salvatore Striano e Pietro Giuliano. Menzione doverosa anche per la notevole colonna sonora etnica e sperimentale di Pasquale Scialò, che riesce a regalare effetti di straniante vertigine nelle sequenze più importanti. Presentato fuori concorso al Festival di Venezia, è un film importante, rigoroso e sottilmente incisivo, per cinefili dal palato fino.

Voto:
voto: 4/5

venerdì 7 gennaio 2022

La terra dei morti viventi (Land of the Dead, 2005) di George A. Romero

In un futuro distopico la Terra è stata devastata dall'invasione degli zombie e gli esseri umani sopravvissuti vivono asserragliati in città fortezze, avamposti di resistenza in cui si sono replicate le brutte vecchie abitudini, ingiustizie, discriminazioni e conflitti sociali. In quel che resta di Pittsburgh, pochi fortunati ricchi e potenti, comandati dal leader tiranno Paul Kaufman, abitano all'interno di un lussuoso grattacielo fortificato (il Fiddler's Green), mentre il resto della popolazione patisce la fame e il disagio quotidiano per difendersi dall'orda dei morti viventi, che vengono quotidianamente sterminati da un micidiale carro armato, il Dead Reckoning, progettato dall'avventuriero Riley Denbo e finanziato da Kaufman. Durante le sue escursioni all'esterno a bordo del mezzo blindato alla ricerca di viveri e medicinali, Denbo si rende conto che alcuni zombie più dotati di altri emulano i comportamenti degli umani, sembrano avere memoria delle loro abitudini da vivi e dimostrano delle nuove capacità, tra cui sentimenti di vendetta. Questo horror apocalittico dalle evidenti implicazioni sarcastiche, allegoriche e politiche, è una grande metafora allucinata e polemica della società capitalistica dei nostri tempi, con l'attenzione rivolta principalmente allo scenario statunitense. Scritto e diretto dal maestro dell'horror George A. Romero con piglio mordace, rinnovato estro inventivo e la consueta crudeltà visiva (mai fine a sè stessa ma modulata in sintonia con l'impianto caustico figurativo dell'opera), questo film arrivato a ben 20 anni di distanza da Il giorno degli zombi (Day of the Dead, 1985), costituisce il quarto capitolo della saga romeriana sui morti viventi, iniziata nel 1968 con la pietra miliare La notte dei morti viventi (Night of the Living Dead, 1968) e conclusasi nel 2009 (anche a causa della scomparsa del regista) con Survival of the Dead - L'isola dei sopravvissuti (Survival of the Dead, 2009), seguendo un arco narrativo di 41 anni e sei episodi. In questo Land of the Dead, che alterna atmosfere intrise di malinconia crepuscolare a sequenze di efferata violenza, l'autore newyorkese prosegue, stratifica e connota di forte valenza politica il suo discorso di critica alla società americana, mettendo esplicitamente nel mirino la corruzione intrinseca al capitalismo, il modello consumistico come forza annichilente e obnubilante, la subdola manipolazione operata dai mass-media al servizio del potere, le discriminazioni razziali e sociali a danno delle classi meno abbienti e la conseguente emarginazione delle stesse in ghetti non solo ambientali ma anche culturali, ideologici e concettuali. Gli spettatori più attenti potranno anche cogliere le molteplici stoccate graffianti che Romero dispensa alla gerarchia governativa degli Stati Uniti, alla politica estera di George W. Bush, alla lotta al terrorismo, al problema dell'immigrazione ed agli interventi bellici occidentali nei paesi arabi. Nel cast segnaliamo Simon Baker, John Leguizamo, Dennis Hopper ed una puramente ornamentale Asia Argento. Questo è il primo film della saga-zombie di Romero in cui sono stati usati effetti digitali generati al computer, affiancati ai consueti effetti artigianali abilmente realizzati dal fedelissimo collaboratore Tom Savini, che fa anche un simpatico cameo nei panni di uno zombie motociclista armato di machete. Da citare anche il piccolo cameo di Simon Pegg ed Edgar Wright, autori della parodia L'alba dei morti dementi (Shaun of the Dead, 2004), che omaggia ironicamente le opere di Romero e verso cui quest'ultimo ha espresso pubblico apprezzamento, al punto da invitare i due artisti inglesi nel suo film.

Voto:
voto: 3,5/5

domenica 2 gennaio 2022

Valley of the Gods (2019) di Lech Majewski

Wes Tauros è l'uomo più ricco del mondo. Vive in una lussuosa reggia dagli sfarzosi interni settecenteschi costruita sul picco più alto della Valle degli Dei, tra i canyon e i deserti dello Utah, insieme ad un fedelissimo maggiordomo factotum che tiene tutto sotto controllo ed a tre levrieri. Il potente magnate intende trasformare l'intera area in un giacimento minerario per l'estrazione dell'uranio ma incontra l'opposizione dei nativi Navajos che considerano da sempre sacri quei luoghi, secondo le antiche credenze dei loro antenati. John Ecas è un giovane scrittore in profonda crisi dopo la separazione dalla moglie Laura, che decide di scrivere una biografia di Tauros. Ottiene un invito nella sua principesca residenza durante una serata di gala e qui si troverà immerso in un mondo misterioso che supera ogni sua immaginazione, in bilico tra il magico, il mistico e lo spaventoso. Il quinto lungometraggio del polacco Lech Majewski (che oltre alla regia ha anche scritto la sceneggiatura e curato fotografia e montaggio), il primo da lui girato negli Stati Uniti ed in lingua inglese, è un abbacinante affresco visionario che coniuga sapientemente il cinema fantastico, il dramma esistenziale, il racconto metafisico, la parabola filosofica, il mistery raffinato ed il viaggio onirico, immergendo il tutto in una dimensione evocativa spirituale di potente fascino visivo e di poetica astrazione. E' un grande film d'autore fatto di immagini stupefacenti, invenzioni di fantasia superiore ed uno stile così ricco che riesce già da solo a palesarsi come contenuto di alto spessore. Con un lavoro di fine equilibrismo estetico il regista sa mescolare in maniera credibile le ancestrali leggende dei nativi americani alla critica al capitalismo, con un senso magico della visione che si srotola davanti ai nostri occhi in una miriade di trovate, omaggi e citazioni ai grandi Maestri della settima arte: da Kubrick a Welles, da Fellini a Malick, in un puzzle di riferimenti audiovisivi che faranno la gioia dei cinefili. E ovviamente non è casuale (nè può passare sotto traccia) la presenza nel cast di un ottimo Keir Dullea, il David Bowman di 2001: Odissea nello spazio (1968), il cui iconico personaggio viene a sua volta omaggiato ripetutamente. Tra sequenze memorabili e momenti di rara suggestione simbolica, Majewski ci immerge, ci frastorna e ci ipnotizza in una conturbante esperienza emozionale che sarà difficile da dimenticare.
 
Voto:
voto: 4,5/5

La ragazza di Stillwater (Stillwater, 2021) di Tom McCarthy

Bill Baker, operaio del settore petrolifero dell'Oklahoma, uomo di poche parole dal passato difficile, sbarca a Marsiglia per far visita a sua figlia Allison, da 5 anni reclusa in prigione per l'omicidio di una sua coinquilina di cui lei si è sempre dichiarata innocente. Tormentato dai sensi di colpa, Bill si scontra con le differenze culturali e le barriere linguistiche di un mondo in cui si sente alieno, ma ottiene l'aiuto inatteso dell'attrice Virginie, che si offre di fargli da interprete e gli subaffitta una camera del suo appartamento. L'uomo allaccia una tenera relazione con la donna e con la sua piccola figlia Maya, mentre cerca di ricostruire il rapporto con Allison, iniziando a indagare per conto proprio al fine di dimostrare la sua innocenza. Intenso dramma intimistico di Tom McCarthy, ben scritto, diretto con asciutta efficacia e interpretato magnificamente da un cast eccellente in cui spicca un ottimo Matt Damon, che ci offre una della sue performance più mature e sofferte. Bravissime anche le tre interpreti femminili (Camille Cottin, Abigail Breslin, Lilou Siauvaud), perfettamente credibili e capaci di incarnare il rispettivo ruolo con toccante espressività. L'ambientazione "in trasferta" nel colorato crogiolo multietnico marsigliese, visto da una prospettiva rigorosamente americana, è di grande forza espressiva e costituisce uno dei capisaldi dell'opera per come riesce a tradurre in immagini il senso di alienazione del protagonista, straniero in terra straniera, che simboleggia la difficoltà di integrazione tra culture diverse che è uno dei temi principali del film. Innestando una sottotrama gialla in un dramma di natura familiare ed esistenziale, l'autore riesce nell'intento di raccontare senza enfasi, retorica o spettacolarizzazioni gratuite, una complessa vicenda che affronta temi delicati come colpa e redenzione, fallimento e riscatto, scontro tra civiltà diverse e ricerca di una seconda occasione, senza dimenticare il sottile relativismo di concetti come giustizia, bene e male, spesso talmente sfumati da risultare di arduo discernimento di fronte alla fragilità dell'essere umano. Presentato fuori concorso al 74° Festival di Cannes, il film ha ottenuto generali consensi da parte di critici e addetti ai lavori, e merita ampiamente la visione per il suo tono secco, il suo sguardo adulto e la sua prospettiva teneramente disincantata sulla difficoltà dei rapporti umani.
 
Voto:
voto: 3,5/5

Falling - Storia di un padre (Falling, 2020) di Viggo Mortensen

Willis Peterson è un vecchio testardo e collerico, affetto da demenza senile, un uomo spigoloso e scorbutico con cui è praticamente impossibile andare d'accordo: maschilista, omofobo, antiquato, razzista, greve nei modi, sboccato nel linguaggio e privo di ogni forma di empatia o sensibilità nei riguardi del prossimo. John è il suo figlio maggiore, che lo assiste con dedizione amorevole e ne tollera con incredibile pazienza gli scatti d'ira, le offese continue e le costanti provocazioni dovute alla sua omosessualità. Ma quando questi porta suo padre nella sua casa in California, dove vive felicemente con il suo compagno Eric e con la figlia adottiva Monica, il rapporto conflittuale diventa sempre più teso e la stoica resilienza di John viene messa a dura prova dagli atteggiamenti sgarbatamente sopra le righe di Willis. Esordio registico, a lungo rimandato, dell'attore (e artista a tutto tondo) Viggo Mortensen, americano di origini danesi, da sempre interprete sensibile e raffinato, caratterialmente schivo e renitente ai riflettori dello showbiz hollywoodiano. Mortensen si è lanciato anima e corpo in questo progetto di antica e complessa gestazione, in qualità di produttore, sceneggiatore, regista, autore della colonna sonora e attore coprotagonista, insieme ad uno straordinario Lance Henriksen, che interpreta magnificamente il torvo patriarca Willis con una performance da Oscar. Il risultato è un piccolo grande film indipendente, intimo, dolente e profondamente personale, in cui Mortensen ha inserito numerosi elementi autobiografici della sua infanzia, realizzando un toccante dramma familiare privo di retorica che ci parla di traumi insanabili, rapporti difficili, tolleranza, abnegazione, egoismo ed incomprensione, tratteggiando un formidabile duetto-duello tra un padre insopportabile ed un figlio devoto fino al limite dell'umiliazione. E' un film di attori in cui sono tutti bravissimi: Lance Henriksen mattatore a tutto tondo, Viggo Mortensen in uno sfumato esercizio di recitazione trattenuta, che lavora costantemente per sottrazione ma riesce ad esprimere attraverso lo sguardo tutta la tempesta interiore di emozioni tenute a freno con profonda sofferenza. E poi ancora Sverrir Gudnason nei panni del giovane Willis o Hannah Gross in quelli della madre di John (che ci vengono raccontati in flashback continuamente alternati agli eventi del presente), e senza dimenticare Laura Linney, che compare in una singola scena nel ruolo della seconda figlia di Willis ma che riesce a dimostrare ampiamente la sua notevole qualità espressiva. Sicuramente un'opera prima interessante ed un incoraggiante esordio per Mortensen regista, capace di affrontare tematiche complesse e delicate con classica misura, sottigliezza di sfumature e delicatezza di stile, e che non dimentica la sua riconoscenza verso il suo mentore David Cronenberg (incontrato in età matura ma artisticamente essenziale per la sua carriera), a cui concede un riuscito cameo nei panni di un medico proctologo.

Voto:
voto: 3,5/5

Cry Macho - Ritorno a casa (Cry Macho, 2021) di Clint Eastwood

Texas, 1979. Mike Milo, vecchia gloria dei rodei segnato da un tragico lutto familiare e da un grave incidente che gli ha compromesso schiena e carriera, riceve un delicato incarico dal suo capo, Howard Polk, a cui non può dire di no: andare in Messico per recuperare suo figlio Rafael, affidato da anni ad una madre indegna, e riportarlo da lui. Il vecchio Mike, sgualcito ma ancora indomito, parte da solo per mantenere la parola data, ma si imbatte in una serie di difficoltà impreviste che renderanno problematico il lungo percorso di ritorno verso casa: Rafael è un ragazzo ribelle cresciuto per strada che ha come unico "amico" un gallo da combattimento chiamato Macho che porta sempre con sè e sua madre è una donna di malaffare che sguinzaglia i suoi sgherri e la polizia federale sulle tracce dei due improvvisati compagni di viaggio pur di fermarli. Cry Macho è il 39° lungometraggio di Clint Eastwood regista e il 49° da attore protagonista. Nonostante i 91 anni ormai compiuti e le tante occasioni in cui ha annunciato il suo "never again" come interprete davanti alla macchina da presa, la leggenda vivente di Hollywood continua a stupirci incurante del tempo passato, rimettendosi ogni volta "di nuovo in gioco". Tratto dal romanzo omonimo di N. Richard Nash, autore anche della sceneggiatura insieme a Nick Schenk, questo road-movie oltre frontiera è una lenta ballata "western" che mette al centro il rapporto umano tra due personaggi apparentemente agli antipodi, un vecchio gringo sul viale del tramonto e un ragazzo messicano sbandato, diffidente ma bisognoso dell'affetto familiare che gli è sempre stato negato. Tra dialoghi secchi, paesaggi selvaggi, figure manichee e situazioni al limite della credibilità, Eastwood non mette in scena l'ennesimo canto del cigno malinconico sul mito del suo stesso personaggio (lo ha già fatto egregiamente in passato e non avrebbe senso rifarlo di nuovo), ma sceglie la via insidiosa dell'idillio pacificato e della speranza di una seconda occasione, per il giovane irruento che sogna una vita diversa al di là di quel border che è più che mai confine esistenziale oltre che geografico e per l'anziano leone stanco che cerca un porto salubre per gli ultimi squilli di romantica tranquillità. Purtroppo tutto appare un po' forzato, sgualcito, già visto e poco ispirato, come se il grande attore-regista si stesse avventurando in sentieri non esattamente consoni alla sua poetica. Tra sequenze di magica poesia alternate ad altre di artificiosa inverosimiglianza sul filo dell'autocelebrazione, il film avanza incerto, senza troppi sussulti, verso il finale atteso che lascia una chiara sensazione di incompiuto. Il messaggio filosofico di fondo, che demistifica criticamente l'icona concettuale del "macho", ridefinendola in virtù di una saggezza illuminata ormai raggiunta che sposta l'attenzione sulla forza dei sentimenti piuttosto che su quella dei muscoli, è indubbiamente forte e fa il suo sicuro effetto etico, specialmente se enunciato da un duro per eccellenza come il Clint Eastwood attore. Ma se la "novità" va salutata con interesse, non basta a risollevare del tutto le sorti di un'opera di flemmatico orientamento e di incerto spessore, in cui i lampi del grande autore, che tutti ben conosciamo e di cui per sempre gli saremo grati, s'intravedono solo a tratti.
 
Voto:
voto: 3/5

Widows - Eredità criminale (Widows, 2018) di Steve McQueen

Harry Rawlins è un rapinatore che agisce al servizio della famiglia Mulligan, dei gangster che da lungo tempo dominano le attività criminali a Chicago e che sono in guerra con i Manning, guidati dal nero Jamal che cerca di soffiargli il controllo del territorio e di farsi una carriera in politica. Durante una rapina finita in una strage, Harry perde la vita insieme a tutta la sua banda e lascia alla sua devota moglie Veronica una pesante eredità: risarcire i Mulligan ed i Manning del danno subito. L'ardimentosa donna non si perde d'animo, forma una sua squadra radunando tutte le vedove del gruppo di Harry e decide di organizzare un nuovo colpo grosso, partendo dai piani trovati su un quaderno di appunti del marito. Vibrante caper-movie di azione violenta di Steve McQueen, liberamente ispirato alla serie televisiva degli anni '80 "Le vedove" e sceneggiato dal regista insieme alla scrittrice Gillian Flynn, divenuta celebre per il best seller "Gone Girl" da cui David Fincher ha tratto l'omonimo thriller del 2014. Diretto con ritmo agile e stile raggelato, è un cupo film di genere impreziosito dal tocco autoriale che McQueen dispensa largamente in ogni sua opera, alternando sequenze brutalmente efferate a momenti intimi che approfondiscono sottilmente la psicologia dei personaggi principali, con un occhio di riguardo per quelli femminili che sono volutamente posti in rilievo, diventando i veri protagonisti. Oltre a raccontare una truce storia di violenza, di riscatto, di passione e di morte, il regista è principalmente interessato ad un duplice obiettivo: descrivere criticamente una ideale "mappa" di corruzione e degrado in cui crimine e politica colludono in un unico intreccio di ignobile marciume, e rappresentare come il mondo criminale declinato al femminile non sia meno spietato, meno risoluto e meno "efficace" dell'atavico corrispettivo maschile, storicamente più abituato a stare sotto i "riflettori" della cronaca, ma generalmente meno intuitivo e meno abile nel leggere le sfumature. Privo di ogni indulgenza ironica per mitigarne l'impatto, il film si avvale di un reparto tecnico di prim'ordine (tra cui citiamo la fotografia di Sean Bobbitt e le musiche di Hans Zimmer) e di un solido cast multietnico che annovera attori eccellenti come Viola Davis, Michelle Rodriguez, Elizabeth Debicki, Cynthia Erivo, Jacki Weaver, Carrie Coon, Colin Farrell, Daniel Kaluuya, Liam Neeson e Robert Duvall. Ovviamente non mancano i lunghi piani sequenza "silenziosi" e fortemente evocativi, autentico marchio di fabbrica dell'autore, come quello iniziale che ci offre una prospettiva via via più ampia del quartiere dove sorge la residenza dei Mulligan, che fornisce allo spettatore un immediato e pregnante quadro ambientale d'insieme che vale più di mille dialoghi.

Voto:
voto: 3,5/5

Matrix Resurrections (The Matrix Resurrections, 2021) di Lana Wachowski

Molti anni dopo la fine della guerra tra i ribelli di Zion e le macchine, un redivivo Thomas Anderson è stato reinserito nella realtà virtuale di una nuova versione di Matrix. Egli non ricorda più di essere Neo, l'eletto che ha guidato la rivolta degli umani sfuggiti al dominio delle macchine, ed è un brillante programmatore software che vive a San Francisco ed ha progettato una trilogia di videogiochi di enorme successo popolare chiamata "Matrix", basata sulla storia che abbiamo visto nei primi tre film. Mentre la sua mente vacilla confusa tra vaghi ricordi del suo passato, gli elementi del gioco da lui creato, gli incontri fugaci con una donna di nome Tiffany che è identica a Trinity e la metodica quotidianità sempre uguale che "vive" inconsapevolmente all'interno di Matrix, il nostro sente che qualcosa non quadra nella sua vita e cerca di trovare una soluzione in sedute psicoanalitiche con un austero Analista. Mentre la Warner Bros. gli commissiona un quarto capitolo del videogame "Matrix", Neo esegue una simulazione personalizzata dell'inizio del suo videogioco, in cui riesce a penetrare l'hacker Bugs, che comanda un manipolo di ribelli che sono riusciti ad evadere dal sistema. Sarà proprio l'intrepida Bugs a dare il via alla catena di eventi che porteranno alla nuova liberazione di Neo, facendogli recuperare la sua identità di "eletto". Quarto capitolo della popolare saga fantascientifica delle sorelle Wachowski (nate come Larry e Andy prima di diventare Lana e Lilly), diretto dalla sola Lana dopo il momentaneo forfait di Lilly e giunto a 18 anni di distanza da Matrix Revolutions. Con il ritorno di attori storici del franchise come Keanu Reeves, Carrie-Anne Moss, Jada Pinkett Smith e Lambert Wilson, che riprendono i rispettivi ruoli, e l'inserimento di nuovi interpreti come Jonathan Groff, Jessica Henwick, Yahya Abdul-Mateen II e Neil Patrick Harris, questo Matrix n. 4 è un sequel postmoderno autoironico, nostalgico, carico di elementi meta-cinematografici, di citazioni divertite ai capitoli precedenti e di inserti sul filo della satira che prendono in giro la deriva hollywoodiana che continua a sfornare seguiti, remake e reboot di pellicole di successo, senza risparmiare nemmeno sè stesso. E' questa la principale novità, il punto di forza ed il merito maggiore di questo film a lungo atteso dai fans della saga, che per tutta la sua prima parte (strutturata come una sorta di "remake" semiserio del primo capitolo del 1999) risulta di gradevole intrattenimento intelligente. Ma nella seconda tranche tutto peggiora e degrada in un grossolano accumulo di scene madri, sequenze d'azione ripetitive e non particolarmente riuscite, lunghe spiegazioni in bilico tra il cervellotico e il confuso, banalità sentimentali da romanzo d'appendice. Lana Wachowski lascia fuori fuoco le ellissi metaforiche di natura filosofica e religiosa dei capitoli passati e mette al centro della narrazione il sentimento, la storia d'amore tra Neo e Trinity, ribaltando e completando, in una sorta di par condicio femminista, quanto visto nei trascorsi episodi. L'estetica, lo stile, le ambientazioni sono pedissequamente fedeli alla connotazione cyber-punk che è divenuta l'iconografia della serie, con una maggiore spinta propulsiva orientata, sia concettualmente che visivamente, verso la fluidità dei generi ed il look "queer", in accordo all'ideologia transgender dell'autrice. Nel cast spiccano le new entry Jessica Henwick e Yahya Abdul-Mateen II, che affrontano i rispettivi ruoli con la giusta dose di fisicità, sex appeal e autoironia, il più maturo Keanu Reeves fa il suo senza strafare, Neil Patrick Harris e Jonathan Groff non hanno il carisma necessario per il peso dei loro personaggi (ad esempio si sente moltissimo la mancanza di Hugo Weaving) e Carrie-Anne Moss sembra riprendere gli iconici panni di Trinity senza troppa convinzione. In fin dei conti questo quarto capitolo è superiore ai deludenti episodi 2 e 3, ma lascia una generale sensazione di irrisolto per le tante pecche che emergono impietosamente nella seconda parte, a discapito di una prima in cui l'approccio era felicemente agile, saggiamente fresco e deliziosamente ironico.

Voto:
voto: 2,5/5