martedì 22 luglio 2014

Rapporto Confidenziale (Mr. Arkadin, 1955) di Orson Welles

Rapporto Confidenziale è un film del periodo europeo di Welles, girato nel 1954 in luoghi diversi del "vecchio" continente e con moltissime traversie nella realizzazione (cosa, tra l’altro, usuale per il geniale regista americano). I consueti problemi di budget costrinsero Welles ad una serie di compromessi e di approssimazioni (molte delle quali bene evidenti nella visione del film), soprattutto per quanto riguarda i costumi, le scenografie ed il trucco di scena. Tratto da uno script dello stesso Welles, il film non fu compreso alla sua uscita, e lo stesso regista lo ha sempre definito come la sua opera meno riuscita e da lui meno amata. Invero Welles ha sempre incolpato di questo fatto i numerosi tagli di montaggio, avvenuti in post produzione, che avrebbero (a suo dire) stravolto le sue intenzioni iniziali ed il senso stesso dell’opera. Ciononostante, e malgrado tutti i suoi limiti, il film resta un autentico gioiello nella straordinaria carriera di uno dei massimi geni della Storia del Cinema. Pur non possedendone né la perfezione stilistico narrativa né la grandiosa innovazione tecnica, questa pellicola costituisce un'evidente reinterpretazione, in chiave noir, del colossale Quarto Potere (Citizen Kane, 1941). Oltre alla similare stuttura narrativa, ingegnosamente tortuosa, sono infatti palesi le analogie tra il personaggio di Kane e quello di Arkadin. Entrambi sono uomini ricchi ed enigmatici, dalla personalità titanica e dall’ego smisurato. In entrambi i casi, tra l’altro, abbiamo due memorabili interpretazioni attoriali dello stesso Welles, nel tratteggiare due formidabili "villain", divenuti icone cinematografiche. Entrambi vivono in un volontario isolamento ed hanno un passato misterioso alle spalle, nonché più di un segreto nascosto. In entrambi i casi assistiamo ad un'indagine che vuol riportare alla luce gli eventi passati della vita del protagonista, per ricostruirne le dinamiche e decodificarne la personalità. Ma qui sta anche la principale differenza tra i due,  in quanto l’inchiesta giornalistica su Kane avviene alla sua morte, mentre quella su Arkadin è voluta da lui stesso ed ha scopi che, ovviamente, mi guarderò bene dallo svelare qui. Gregory Arkadin è un altro titanico cattivo da aggiungere alla grande galleria delle interpretazioni di Orson Welles, come Charles Foster Kane, Harry Lime o Hank Quinlan. Un faccendiere dall’aspetto diabolico e dalla personalità straripante, che vive recluso in un grande castello insieme alla figlia Raina (Paola Mori, futura moglie del regista), la sola persona verso cui sembra provare sentimenti sinceri. Egli trascorre il suo tempo organizzando feste in costume, durante le quali ama intrattenere i suoi ospiti con aneddoti ed aforismi dai toni istrionici. Memorabile, in tal senso, la parabola della rana e dello scorpione (divenuta poi retaggio di cultura popolare) come emblema dell’immutabilità del carattere e della natura più intima di ogni essere vivente, anche a costo di estreme e tragiche conseguenze. Qui le tematiche wellesiane sulla negatività del potere e sul suo fascino oscuro sono portate all’estremo, attraverso suggestioni kafkiane, opulenti barocchismi ed atmosfere Faustiane di matrice espressionista. E gli stilemi del noir e del melodramma vengono sapientemente stravolti in un'affascinante ed insolita commistione. Le atmosfere angoscianti incalzano lo spettatore, a mano a mano che viene svelata la personalità di Arkadin, attraverso il "rapporto confidenziale" dell’ingenuo Van Stratten, che dà il titolo italiano alla pellicola. Tra le tante sequenze mirabili va segnalata quella del ballo, con le maschere ispirate ai quadri di Goya. E' da non perdere come tutte le opere del regista.

Voto:
voto: 4,5/5

La conversazione (The Conversation, 1974) di Francis Ford Coppola

Negli anni '70 Francis Ford Coppola ha dato vita ad un ciclo straordinario ed irripetibile con quattro capolavori, quattro film memorabili che hanno segnato la Storia del Cinema in modo definitivo. Tra questi La conversazione è sicuramente il meno famoso, opera di nicchia che contrappone al gigantismo "barocco" delle altre tre un incisivo minimalismo che insinua nello spettatore uno strisciante senso d'angoscia per la tematica trattata: la paura di essere spiati. Sull'onda emotiva dello scandalo Watergate che aveva scosso l'America dalle fondamenta, vagamente ispirato al Blow-Up di Antonioni ed a Il lupo della steppa di Hesse, il film parla del misterioso ed impalpabile mondo delle intercettazioni audiofoniche. Il protagonista, Harry Caul (un formidabile Gene Hackman), è un esperto del settore: uomo solitario, introverso, misantropo e maniacale, che vive unicamente per il suo lavoro e che si concede, come unica evasione, il sassofono. Un giorno registra, su commissione, una conversazione tra un uomo e una donna in una piazza affollata ma, ascoltandone il contenuto, le sue presunte certezze e la sua stessa vita saranno messe in crisi. Thriller claustrofobico, potente e bellissimo, che gioca abilmente con il voyeurismo dello spettatore, da sempre connesso al mezzo cinematografico, e, in contraltare, con la paura atavica che qualcuno possa spiare le nostre vite, nascosto nell'ombra. E così le manie ossessive di Harry diventano le nostre, e questo film "sussurrato" riesce ad avere l'impatto di una deflagrazione. E' un'opera grigia, scomoda, tecnicamente superba, scritta egregiamente e con un cast formidabile che annovera Gene Hackman, John Cazale, Robert Duvall ed Harrison Ford. Anche in questo caso il grande Maestro italo-americano consegna alla Storia del Cinema alcune sequenze leggendarie, sia per perizia tecnica che per visionarietà: come quella dell'intercettazione nella piazza aperta (stupefacente per i movimenti di macchina e per il montaggio espressionista) o quella, celebre ed orrorifica, nel bagno dell'albergo fino al grottesco finale con Harry, seduto sul pavimento, che suona il sax nel suo appartamento smantellato a pezzi, mentre la camera lo riprende beffardamente dall'alto, come se fosse una telecamera di sorveglianza. Premiato a Cannes con la Palma d'Oro e candidato a 3 premi Oscar, è uno dei film più importanti e rappresentativi degli anni '70.

Voto:
voto: 4,5/5

giovedì 10 luglio 2014

Boogie Nights - L'altra Hollywood (Boogie Nights, 1997) di Paul Thomas Anderson

Straordinario affresco in chiaro scuro di un'epoca (i meravigliosi folli anni '70), di un mondo (l'industria nascente del cinema porno nella San Fernando Valley, sua futura "mecca") e di una generazione di visionari sbandati, aggressivi e teneri al tempo stesso, alla ricerca di una scorciatoia per il sogno americano, lontani dalle luci (riflesse) della Hollywood che conta. Il talentuoso P.T. Anderson, muovendosi sulla scia di Altman e Scorsese, dimostra di avere già le doti del grande narratore di storie corali e la personalità necessaria per metterle in scena con energia, cinismo e la giusta dose di caustica ironia agrodolce. Senza indulgere mai in mitizzazioni "romantiche", lo sguardo del regista si mantiene perennemente "incollato" ai suoi personaggi, pittoreschi ma amabili nella loro manifesta fragilità, evidenziando una nostalgica tenerezza verso un periodo unico ed irripetibile che, tra tanti eccessi e troppe chimere, ha prodotto i massimi risultati nel campo delle arti "popolari". Grande cast (in cui spiccano il gagliardo Burt Reynolds e la depressa Julianne Moore), possente sceneggiatura, fotografia psichedelica, montaggio intensamente espressivo, tecnica sopraffina, ricostruzione ambientale sontuosa per uno dei migliori film degli anni '90. Il pornodivo Dirk Diggler, inventato dal regista e interpretato da Mark Wahlberg, è evidentemente ispirato alle gesta del celebre John Holmes, icona maschile dei porn movies. Tra i tanti momenti alti del film ne voglio ricordare due: il rutilante incipit che omaggia pedissequamente, e con rinnovata energia, lo scorsesiano Goodfellas, rifacendo la mitica sequenza dell'ingresso di Henry e Karen nel night club, da dietro le quinte, con la camera che li bracca. Ed il passaggio dai 70's agli 80's, tragico e spettacolare, per rimarcare la brusca fine di un'età e di un sogno. Opera seminale nella filmografia del regista, è ben superiore al successivo, e generalmente più considerato, Magnolia.

Voto:
voto: 4,5/5

venerdì 27 giugno 2014

Cliffhanger - L'ultima sfida (Cliffhanger, 1993) di Renny Harlin

"Giocattolone" action d'altura in cui abbondano testosterone, brividi e spettacolarità. Per gli amanti dell'avventura hollywoodiana il divertimento è garantito, a patto di mantenere una notevole sospensione dell'incredulità. Tra le numerose (e quasi tutte maldestre) escursioni di "Sly" al di fuori dei suoi confini abituali (Rocky e Rambo), è una di quelle meglio riuscite. Nel cast, più del monolitico protagonista, emerge il villain di John Lithgow, caratterista inossidabile del cinema americano. I meriti indiscutibili del film sono gli effetti speciali straordinari e gli scenari naturali mozzafiato delle nostre Dolomiti in cui è stato girato, sebbene la vicenda sia ambientata, nella finzione scenica, sulle Montagne Rocciose. L'intensa scena iniziale, vero climax drammatico del film, è quella che resta più impressa prima di tuffarsi, a rotta di collo, nel mare di clichè del cinema d'azione. Ha avuto 3 nominations agli Oscar tecnici del 1994, restando però a bocca asciutta. Coloro che soffrono di vertigini farebbero bene ad evitare; quelli che nei film cercano il realismo innanzi tutto, pure.

Voto:
voto: 3/5

sabato 7 giugno 2014

Ultimo tango a Parigi (Last Tango in Paris, 1972) di Bernardo Bertolucci

Ritratto decadente e malinconico, ma incredibilmente sincero, di un'ossessione sessuale che trova senso e compimento in un appartamento vuoto e "chiuso", al riparo dal mondo esterno, dalle sue regole e dai suoi moralismi. L'appartamento del film è un non luogo interiore, in cui morale, ragione e conformismo non possono entrare ma restano chiuse fuori. Qui tutto è possibile e non ci sono nè regole nè buone maniere: i due amanti sono figure archetipe di un mondo istintuale e selvaggio che le convenzioni sociali cercano di reprimere e tenere nascosto. Ma sono loro ad essere chiusi dentro o è la società ad essere chiusa fuori ? Film scandalo per eccellenza, divenuto (suo malgrado) il simbolo della pedante ottusità della censura, ha dato a Bertolucci la fama mondiale ed ha reso eterni i due amanti, la giovane Schneider ed il vecchio Brando, come tante altre celebri coppie storiche prima di loro. Non sempre equilibrato e non sempre lucido, è un film che vive di vita propria, fatto di eccessi e di scompensi tutti giocati sulla metafora dentro/fuori alla base del suo intimo dilemma. Le parti ambientate "dentro" l'appartamento sono straordinarie per forza espressiva e valenza sovversiva, già solo per le vertigini morali che provocano, e dietro l'apparente volontà provocatrice aleggia sinistro il senso di morte in accordo ad un binomio vecchio quanto l'uomo. Le parti ambientate "fuori" sono meno convincenti, chiaramente ispirate alla Nouvelle Vague che è sempre stata un riferimento per il regista italiano nel suo periodo "Godard". Opera manifesto di un'epoca, densa di contenuti e simbolismi che ancora oggi divide e fa discutere. Memorabili l'interpretazione di Brando, che cannibalizza il film, e le musiche di Gato Barbieri.

Voto:
voto: 4/5

Crash (Crash, 1996) di David Cronenberg

Ossessionati dagli incidenti automobilistici, dal connubio sesso e morte e dal rischio letale come amplificatore del piacere erotico, un produttore cinematografico, sua moglie e la sua amante (che ha perso il marito in un sinistro stradale) si fanno ammaliare da un esperto in materia: il carismatico Vaughan, abile a ricostruire famosi incidenti. Gli allievi supereranno il maestro. Ennesima declinazione, in forma perversa e disturbante, del mito di Eros e Thanatos. Ispirata al romanzo omonimo di James Graham Ballard, quest'opera estrema, controversa già per concezione, potente e agghiacciante, conturbante e terribile, costituisce il punto di non ritorno della poetica di Cronenberg sull'esplorazione della mente umana e sulla mutazione della carne. Mutazione che qui assume, simbolicamente, la forma "metallica" della carrozzeria di un automobile, dilaniata da un incidente, una sorta di prolungamento meccanico del proprio io disturbato alla ricerca disperata del piacere. Si può odiare questo film ma non se ne può negare l'alta valenza simbolica, il fascino oscuro e la capacità di indagare con feroce lucidità mondi sotterranei che la gente "normale" sceglie di non vedere. Premiato al Festival di Cannes con il Premio della giuria, è un memorabile trattato di polimorfismo sessuale psicopatologico, un'atroce fiera di depravazioni feticistiche che spingono la poetica cronenberghiana della contaminazione ai limiti del parossismo. E', a suo modo, un punto di non ritorno e un corto circuito concettuale che lascia atterriti ma affascina. E, proprio per questo, lascia ancora più atterriti. Nel suo delirio masochista di morte e perversione è una delle opere di maggiore impatto degli anni '90. O si sale a bordo o si scende, nessun compromesso è possibile.

Voto:
voto: 4,5/5

Eyes Wide Shut (Eyes Wide Shut, 1999) di Stanley Kubrick

Opera ultima, e controversa, di uno dei massimi Maestri della settima arte, Stanley Kubrick, improvvisamente scomparso pochi mesi prima dell'uscita del film. E' liberamente tratto da Traumnovelle (1925), in italiano Doppio Sogno, di Arthur Schnitzler, scoperto da Kubrick attraverso il regista Max Ophüls, da lui molto ammirato, che aveva tratto La ronde dall'opera dello scrittore austriaco. In Traumnovelle Schnitzler, ispirandosi alle teorie rivoluzionarie del suo contemporaneo Freud, afferma il valore del sogno come momento supremo di manifestazione dell'inconscio, nel quale si spezzano le catene delle convenzioni, della morale e dei falsi perbenismi. Il grande merito di Schnitzler fu quello di cogliere e raccontare, nell'arte, le incoffessabili pulsioni sessuali (anche quelle più estreme) della sua società repressa. Eyes Wide Shut, come Traumnovelle, si svolge in un'atmosfera da sogno e questo spiega la vicenda straniante, le sue situazioni improbabili, il senso di minaccia incombente ma etereo, i personaggi conturbanti, la tentazione sempre dietro l'angolo, il mistero che sembra avvolgere tutto. E tutto sotto l'ala "protettrice" delle teorie di Freud che vedono il sogno come un momento di libertà e di autentica rivelazione dell'inconscio. Quindi il film di Kubrick è tutto un sogno, o meglio un sogno ad occhi aperti, come il titolo stesso dice chiaramente. Kubrick, nella sua trasposizione dalla Vienna post asburgica alla New York moderna (il maggiore simbolo della decadenza dei nostri tempi), rimpiazza la grande valenza provocatoria del racconto origine con un erotismo audace, ma algido. Da cui la scelta della Kidman, simbolo vivente della bellezza fredda e "distante". Senza rinunciare a mostrare o a suggerire, Kubrick rimane alquanto fedele a Traumnovelle, adattando il tutto ad una diversa percezione delle cose imposta dalla differenza di epoca storica. Ecco quindi i desideri segreti, il sesso mercificato, le maschere che coprono le convenzioni sociali o il compromesso di falsità su cui si basa il quotidiano rapporto di coppia. Ma va anche detto che se Traumnovelle è un racconto breve e semplice nella struttura, Eyes Wide Shut è un apologo potente, enorme e sontuosamente impaginato. E' così denso di richiami culturali, implicazioni psicanalitiche, sociali ed antropologiche che ad ogni visione successiva se ne possono cogliere aspetti nuovi e diversi. Le dicerie sorte intorno alla lavorazione di questo film e la prematura morte del regista ne hanno aumentato l'aura misteriosa, santificandolo a prescindere. Di certo non è il miglior Kubrick ma è la degna conclusione di una carriera straordinaria.

Voto:
voto: 4/5

Ecco l'impero dei sensi (Ai no korîda, 1976) di Nagisa Oshima

Disturbante apologo sul sesso inteso come forma estrema di possesso (e, quindi, di potere) e sulla sua prossimità alla morte, se spinto ai limiti. Famoso film scandalo giapponese, evidentemente influenzato da suggestioni sadiane di matrice francese, che ha la forma, simbolica, di un novello manuale delle trasgressioni erotiche. Nonostante le situazioni "scabrose" la messa in scena è algida, asettica, mai compiaciuta, una sorta di ineluttabile rituale rappresentato con elegante distacco, esteticamente più vicino alla pittura che al cinema, confermando l'indubbio talento figurativo del regista Oshima, perennemente attratto dalla sperimentazione sulle immagini. Ed il contrasto tra la rigida "etica" stilistica e la totale amoralità delle situazioni narrate è il punto di forza dell'opera, che ne sancisce l'indubbio status autoriale. In Italia fu massacrato dalla censura e la versione integrale si è resa disponibile solo negli anni '90. E' una tappa obbligata di qualunque itinerario nel cinema erotico d'autore.

Voto:
voto: 4/5

Betty Blue (37°2 le matin, 1986) di Jean-Jacques Beineix

Zorg, aspirante scrittore che vive e lavora in un villaggio balneare, viene letteralmente "travolto" dall'incontro con Betty, un ciclone di erotismo di spudorata vitalità. All'insegna di una passione sfrenata i due si amano e vivono l'uno per l'altra, fino a quando, una gravidanza andata male, fa cadere la ragazza in un abisso di depressione con pericolose tendenze autodistruttive. Tratto dal romanzo omonimo di Djian Philippe, è un melodramma erotico a tinte forti che racconta le stagioni di un amore con registri e toni cromatici diversi, passando dal fiammeggiante al plumbeo, dal sensuale al tragico. Cromaticamente è un film a due colori: il rosso e il blu. Nonostante qualche eccesso e qualche schematismo è accattivante, conturbante e struggente proprio come la sua protagonista, una Béatrice Dalle (specializzata in ruoli "estremi") bravissima e bellissima. Grande successo di pubblico e critica in Francia dove è uscito con il ben più suggestivo titolo 37°2 le matin, ovvero la temperatura corporea media di una donna incinta al momento del risveglio. Dal punto di vista emotivo è un'esperienza intensa ed indimenticabile, un esempio di cinema vero ed acuto come i francesi sanno fare alla grande. Splendida colonna sonora di Gabriel Yared.

Voto:
voto: 4/5