domenica 4 aprile 2021

Dolor y Gloria (2019) di Pedro Almodóvar

Salvador Mallo è un famoso regista spagnolo entrato in profonda crisi esistenziale e artistica a causa di una serie di malattie, sia fisiche che psicologiche, che gli impediscono di lavorare e di essere felice. Fortemente depresso, minato nel corpo e nello spirito, il nostro si trascina tra i ricordi della gloria passata e degli amori perduti, l'uso di droghe per alleviare le sofferenze e l'incapacità di inventare nuove storie per il grande schermo. E intanto la sua mente vaga tra le dolci memorie di un'infanzia povera in un piccolo paese rurale, un suo film passato che non aveva mai amato e il peso dolente di scelte sbagliate e occasioni perdute. Splendido dramma autobiografico di Almodóvar, che si mette totalmente a nudo raccontando sè stesso, le sue ansie, le sue fragilità e la sua arte attraverso il personaggio di Salvador Mallo, che è il regista stesso interpretato dal suo attore feticcio Antonio Banderas, che ci offre un'interpretazione di accorata sensibilità. Eliminando ogni freno emotivo l'autore si abbandona in uno struggente flusso di reminiscenze, immagini, sogni, delusioni, manie e malinconie, tutte filtrate attraverso la lente sublime dell'arte, elemento catartico e magico, scintilla divina e musa incantatrice, capace di regalare l'eternità, rendendo più tollerabile il male di vivere ed elevando i suoi adepti al di sopra delle miserie umane. Sincero e toccante, sempre misurato nell'esposizione dei sentimenti, scevro di tutti gli eccessi trasgressivi che hanno caratterizzato la sua carriera giovanile, questo film compendio è un disarmante e lucido diario emozionale di una vita e di una carriera, la forma compiuta del suo personale . Arte e vita, cinema e realtà che s'intrecciano indistinguibili in un appassionato viaggio introspettivo, doloroso ma non lamentoso, commovente ma non patetico, pacificato ma non rassegnato rispetto all'ineluttabile trascorrere del tempo. I flashback dell'infanzia, con la figura dolcemente totalizzante della madre (interpretata da Penelope Cruz) e la folgorante scoperta del desiderio sessuale, sono un perfetto esempio di "poesia visiva", carnale e palpitante, alla maniera di Almodóvar. Un film importante, a suo modo definitivo, probabilmente inevitabile, che si colloca come opera omnia e come probabile spartiacque della carriera del regista.
 
Voto:
voto: 4,5/5

Joker (2019) di Todd Phillips

Arthur Fleck è un uomo disturbato e depresso, che vive ai margini della società, insieme alla vecchia madre, in uno squallido appartamento dei bassifondi di una metropoli sporca e violenta. Affetto da uno strano disturbo nervoso, che lo fa ridere in maniera smodata e incontrollata quando prova stress o emozioni, vive alla giornata tra visite psicologiche e travestimenti da clown per sbarcare il lunario. Vilipeso e malmenato da una società crudele e indifferente, il nostro sogna di diventare una stella del cabaret e di partecipare allo show televisivo condotto dal famoso Murray Franklin, che lui segue costantemente in modo compulsivo. Dopo lo scontro con tre giovani teppisti yuppies in metropolitana, Fleck, stanco dei soprusi subiti, reagisce violentemente, dando così inizio a una lunga scia di sangue che getterà la città nel caos, tra la polizia che gli dà la caccia e la gente che lo venera come eroico giustiziere metropolitano, una sorta di diabolico "profeta" mascherato che guida il riscatto dei deboli contro il sistema oppressivo che li ha sempre emarginati. Il Joker, celebre super criminale dei fumetti DC Comics, è stato sempre un personaggio perfetto per il cinema, un cattivo affascinante e carismatico, amato anche al di fuori della schiera dei lettori di comics, e con cui si sono già confrontati attori come Jack Nicholson e Heath Ledger, offrendo interpretazioni scintillanti. Vista la natura del personaggio e visti i precedenti eccellenti, con i quali il confronto sarebbe stato automatico, era inevitabile la scelta di Joaquin Phoenix per un ruolo così iconico, tra l'altro cucito a pennello per le sue grandi capacità di attore. Una scelta inevitabile e fondamentale perchè, in un prodotto del genere, scegliere il protagonista giusto vuol dire già assicurarsi metà film. Ma se la performance di Phoenix è stata oggettivamente straordinaria, superando di gran lunga i suoi illustri predecessori e facendo man bassa di tutti i premi che si potevano vincere (Oscar compreso), va anche detto che la "sua" metà del film è sicuramente quella migliore. La saggia scelta del regista è quella di fare un film diverso su un Joker diverso, un racconto crudo e allucinato delle sue origini, una storia di follia, di degrado, di disperazione, di solitudine, di ingiustizia e di brutalità. Una scelta stilistica vincente che rende questo "Joker 2019" un film "serio" e drammatico, violento e angosciante, che ha ben poco a che fare con le abituali pellicole sui super eroi, se non l'ambientazione (Gotham) e qualche riferimento ai personaggi tipici di quel mondo. C'erano quindi tutti gli elementi per realizzare il primo autentico capolavoro ispirato ai comics, cosa che invece questo film non è, nonostante una messa in scena da incubo psichedelico perfettamente coerente con le premesse iniziali. Le note dolenti arrivano, infatti, dal ricalco eccessivo di due evidenti fonti d'ispirazione verso cui questo Joker di Todd Phillips è chiaramente debitore (Taxi Driver e Re per una notte di Martin Scorsese), al punto da risultare troppo derivativo e poco originale. E questo è un vero peccato perchè il film è generalmente molto buono, ricco di sequenze cult, di stimolanti ambiguità, di momenti raggelanti, tutti al servizio del mattatore assoluto Joaquin Phoenix (dimagrito di quasi 20 kg. per il ruolo). Da citare anche l'utilizzo, calibrato e funzionale, di due grandi classici musicali come "Smile" e "That's Life", che si rivestono di "nuova linfa" nel folle universo del Joker. Grande successo di pubblico e critica, 11 candidature agli Oscar 2020 e due statuette vinte: miglior attore a Joaquin Phoenix e migliore colonna sonora a Hildur Guðnadóttir. Ma un pizzico di delusione, per quello che poteva essere, resta.
 
La frase: "Sai cos'è buffo, cosa mi fa veramente ridere? Ho sempre pensato che la mia vita fosse una tragedia, ma adesso mi rendo conto che è una cazzo di commedia"
 
Voto:
voto: 3,5/5

Il signor Diavolo (2019) di Pupi Avati

Nel 1952 Furio Momenté, giovane funzionario del ministero di Grazia e Giustizia, viene inviato dai suoi superiori in un piccolo paese della provincia veneta per indagare, con discrezione, su un terribile fatto di sangue. Un quattordicenne di nome Carlo ha ucciso un suo coetaneo, Emilio, ritenendo che questi fosse il diavolo, influenzato da dicerie e superstizioni dei suoi compaesani. Il piccolo Emilio, bambino taciturno e dall'aspetto inquietante, a causa di una malformazione che gli rende la dentatura simile a quella di un maiale, è stato sempre accompagnato da sinistre maldicenze: come quella di aver sbranato la sorellina appena nata nella culla per invidia o di essere il frutto diabolico di un aberrante rapporto sessuale tra sua madre ed un verro selvatico. La madre di Emilio, donna ricca e potente discendente di una nobile famiglia, ha sempre sostenuto con generose donazioni la causa della Democrazia Cristiana e, quindi, in prossimità delle imminenti elezioni, il compito di Momenté è quello di evitare ad ogni costo che la chiesa risulti coinvolta nel delitto e nella conseguente indagine giudiziaria. Una volta giunto a destinazione l'uomo si troverà davanti una realtà complessa e misteriosa, fatta di segreti e antiche leggende, e dovrà affrontare in prima persona una serie di agghiaccianti avvenimenti. Cinefili a parte, forse non tutti sanno che il regista Pupi Avati, celebre per le sue commedie malinconiche e delicate, ha sempre avuto una sincera predilezione per il genere horror, declinandolo secondo la sua personale percezione artistica e visione del mondo. Un genere con cui si è già diverse volte confrontato, dando vita a film eccellenti, tra i migliori della sua ricca filmografia. Non è scorretto dire che Avati ha inventato un nuovo tipo di horror, che potrebbe essere definito come "gotico padano", non solo per la collocazione geografica (la "Bassa" Padana è da sempre il luogo del cuore dell'autore) ma anche per altre caratteristiche originali come la solarità degli scenari, l'ambientazione rurale, provinciale e solitamente d'epoca, il legame simbiotico con quel vasto sottobosco di credenze spaventose tipiche degli ambienti di paese. Il regista ha espressamente dichiarato di essersi ispirato per questo film (tratto dal romanzo omonimo scritto da lui stesso) ai vecchi racconti che i nonni facevano davanti al camino nelle case di campagna per terrorizzare i nipoti. Il signor Diavolo rispecchia pienamente questi canoni e segna un felice ritorno dell'autore bolognese al suo secondo amore cinematografico: l'horror. Anche stavolta ci troviamo di fronte a una pellicola densa di suggestioni macabre, di atmosfere inquietanti, di elementi arcani, avvolti in uno scenario minaccioso e reticente che si muove al confine tra reale e soprannaturale, religioso e superstizioso. Cupo e raffinato nella messa in scena d'antan, il film procede seguendo la prospettiva del protagonista e della sua indagine, di cui lo spettatore viene reso partecipe nel progressivo disvelarsi dell'oscuro segreto che si nasconde dietro alla vicenda. Un mistero che verrà risolto, come al solito, con un finale a sorpresa. Gli attori e i caratteristi (molti dei quali sono degli habitué dei film di Avati) hanno tutti la faccia "giusta" per il rispettivo ruolo. Tra questi ricordiamo Gabriel Lo Giudice, Chiara Caselli, Alessandro Haber, Gianni Cavina, Chiara Sani e Lino Capolicchio. Un ulteriore punto di forza del film è l'interessante analisi sull'antica associazione tra il demoniaco e la deformità fisica, tipica di molti ambienti gretti e ignoranti delle nostre province rurali. Consigliato a tutti gli amanti dei brividi nostrani.
 
Voto:
voto: 4/5

sabato 3 aprile 2021

Loro (2018) di Paolo Sorrentino

Vita pubblica e privata di Silvio Berlusconi nel periodo compreso tra il 2005 e il 2009, ovvero il tramonto del suo lungo impero politico e di quel "movimento" ideologico, mediatico, sociale e di costume che viene solitamente definito "berlusconismo". Quando il regista Paolo Sorrentino ha annunciato di voler realizzare un film su Berlusconi, figura emblematica e catalizzante della storia recente italiana, in molti sono rimasti perplessi e si sono posti la naturale domanda: è davvero necessario? Che altro si potrà mai dire di nuovo, di interessante, di originale su un personaggio così famoso, discusso, controverso, amato e odiato, adulato e criticato, scimmiottato e vilipeso, specchio scintillante e opaco (a seconda dei punti di vista) di vizi e virtù della nostra "italietta" carica di contraddizioni? Affidandosi alle spalle larghe del suo attore feticcio, Toni Servillo, ancora una volta abilissimo nell'indossare una "maschera" nazional-popolare rimanendo sempre in bilico sull'orlo tra la macchietta e la credibilità, il regista napoletano si è avventurato in questo ginepraio biografico, probabilmente fuori tempo massimo, avvalendosi di un cast di prim'ordine in cui, bisogna riconoscerlo, tutti sono bravi: dal mattatore Servillo all'intensa Elena Sofia Ricci, da Fabrizio Bentivoglio ad Anna Bonaiuto, senza dimenticare quel grande professionista di Ugo Pagliai e persino Kasia Smutniak, che dimostra di avere il physique du rôle per interpretare "l'ape regina". L'unica nota stonata appare invece il solito inespressivo ed onnipresente Riccardo Scamarcio, nei panni di Sergio Morra. Come suona evidente già dal titolo quest'ottavo lungometraggio di Sorrentino, più che un film su Berlusconi, è un film sul "berlusconismo", e sui berlusconiani (i "loro" del titolo). E qui si gioca, con graffiante ironia, sulla dicotomia loro-noi e, quindi, su quell'ipocrisia tutta italiana secondo la quale tantissimi, in quegli anni, si chiedevano chi mai potesse votare per Berlusconi, quasi "vergognandosi" di averlo fatto loro stessi, abbagliati dalle promesse affabulatrici di un uomo di successo, abilissimo nell'alimentare il suo stesso mito, fino a diventare il modello del desiderio dell'italiano medio. Un uomo capace come nessun altro di "vendere" sè stesso a tutti noi, come in una televendita delle sue reti commerciali. Il film ci mostra dunque tutto quello che ci aspettiamo e che già sappiamo, mettendo in risalto, per tutta la sua prima metà, quel triste e scellerato "circo" di nani, ballerine, adulatori, faccendieri, parassiti, ruffiani e lacchè che vivevano all'ombra del cavaliere, per accaparrarsi avidamente fugaci lampi di luce riflessa o le briciole dell'opulento baccanale. L'idea di far entrare in scena  Berlusconi/Servillo dopo quasi un'ora (tra l'altro in una sequenza di indubbio effetto comico farsesco), dopo che questi era stato costantemente nominato ed evocato tramite l'appellativo "LUI", è stata sicuramente vincente. Tutta la parte iniziale del film ne ha giovato, assumendo una prospettiva sarcasticamente originale. Peccato che poi tutto diventi più canonico e prevedibile, con troppe scene cabaret e troppa sarabanda di "veline" nude, scadendo spesso nel kitsch e nell'eccesso clownesco. Si salvano però gli scarti surreali, impreziositi dallo stile del regista che è sempre visivamente insigne, e il dialogo-confessione con la Lario che costituisce il cuore politico del film. Il finale "cristologico" sullo sfondo delle macerie del terremoto dell'Aquila appare invece di un effettismo esasperato. In sala è stato inizialmente distribuito diviso in due parti, poi successivamente riunite in un unico film. E la domanda iniziale ritorna, più che mai pertinente dopo la visione: era davvero necessario?
 
Voto:
voto: 3/5

Baarìa (2009) di Giuseppe Tornatore

La storia italiana che passa sullo sfondo di un paese siciliano, Bagheria, in provincia di Palermo, che fa da palcoscenico vivente, spettatore austero e complice conviviale di eventi e mutamenti, arbitro di destini e di amori, di utopie e di speranze disilluse. Un luogo geografico ma anche un luogo dell'anima, del cuore, della memoria. Attraverso le vicende di diverse generazioni della famiglia Torrenuova, si parte dai primi del '900 attraversando il ventennio fascista, la guerra, il referendum repubblicano, le lotte sindacali, la riforma agraria, le elezioni politiche del 1972. E si finisce con un epilogo surreale ambientato ai giorni nostri, un inserto onirico fantastico che chiude il cerchio dei ricordi e si ricongiunge con il prologo. Il protagonista è Peppino, figlio di un pastore con il vezzo della grande letteratura, che sarà prima bracciante, poi soldato e poi comunista militante, con la passione per la politica e per la bella Mannina, da lui sposata, contro il volere della famiglia di lei, grazie alla classica "fuitina" siciliana. Baarìa è il più ambizioso, il più costoso e anche il più controverso dei film di Giuseppe Tornatore, narratore di razza alla perenne ricerca della dimensione mitica, dell'elegia nostalgica, della celebrazione sentimentale, della poesia del quotidiano. Tutti elementi ovviamente ben presenti in questo suo opus n.11, quello che (per sua stessa ammissione) intendeva essere il film della sua vita, la summa della sua arte e della sua estetica, un kolossal omaggio alla sua Sicilia, trasfigurata attraverso il filtro sentimentale dei ricordi, delle ossessioni e dell'amore per il cinema che sono tipici dell'autore. Sono altresì presenti (e in abbondanza) i difetti tipici del regista: magniloquenza, ridondanza, pedante esasperazione espressiva. La ricerca di elementi magici, poetici, epici per elevare la dimensione delle tante (troppe?) vicende che si alternano come coloriti bozzetti, risulta efficace in alcuni casi, ma finisce anche per girare a vuoto in altri, accartocciandosi su sè stessa in uno sterile effettismo autoreferenziale. E' un film corale, altalenante e poco equilibrato, con molte luci e molte ombre, con una messa in scena grandiosa e alcune scene magistrali, ma anche politicamente pavido, storicamente riottoso e incerto sulla direzione da prendere. Dramma storico, satira di costume o affresco collettivo? E' di tutto un po', ma non abbastanza. Cast imponente con una lunga serie di brevi apparizioni "speciali", tra cui ricordiamo (oltre ai protagonisti Francesco Scianna e Margareth Madè): Lina Sastri, Ángela Molina, Ficarra e Picone, Aldo Baglio, Beppe Fiorello, Leo Gullotta, Luigi Lo Cascio, Michele Placido, Monica Bellucci. Girato in gran parte in Tunisia, dove è stata ricostruita la Bagheria antica, con un ingente numero di comparse e figuranti, ha anche avuto traversie giudiziarie per una sequenza di presunta crudeltà su animali e innumerevoli strascichi polemici per la mancata ammissione nella cinquina degli Oscar. In Sicilia e nel mondo è stato distribuito nella versione originale in dialetto siciliano con sottotitoli, nel resto d'Italia è invece stato doppiato in un siciliano "addolcito". Musiche di Ennio Morricone, più "laccate" e derivative rispetto ai suoi elevatissimi standard.
 
Voto:
voto: 3/5

La solitudine dei numeri primi (2010) di Saverio Costanzo

Alice e Mattia sono due giovani torinesi che condividono un trauma infantile che, in modi e tempi diversi, li ha segnati entrambi nel profondo. Più volte le loro esistenze si incrociano, si sfiorano, si toccano. I due sono evidentemente attratti reciprocamente, ma il tormento interiore che si portano nel cuore li spinge sempre lontani l'uno dall'altra. Dal romanzo omonimo di Paolo Giordano (che ha collaborato anche in qualità di cosceneggiatore), Saverio Costanzo (figlio del celebre Maurizio) ha tratto un dramma psico-sentimentale a tinte horror, un angoscioso racconto per immagini le cui atmosfere rimandano direttamente ai grandi maestri del genere (da Argento a Polanski, senza dimenticare Mario Bava). Distaccandosi più volte dal racconto ispiratore, in una maniera che denota una chiara personalità artistica, Costanzo abbraccia uno stile visivo "di genere" di pregnante connotazione e sceglie, coraggiosamente, una narrazione destrutturata attraverso la continua alternanza dei piani temporali, con un montaggio espressivo che intende sovrapporre quello che accade fuori con quello che accade dentro i protagonisti: due angeli "maledetti", vittime di un'infanzia crudele e carnefici inconsapevoli del proprio destino. Lo schema espositivo non lineare mira a suggerire, molto ambiziosamente, il processo psicoanalitico con cui si persegue la ricerca (e successiva presa di coscienza) di quel rimosso nascosto nel buio della psiche che è effetto di un evento traumatico e origine del male di vivere.  Il tema centrale, proprio come nel libro, è quello della famiglia come elemento cruciale di imprinting, a volte con conseguenze così castranti da rendere una dolorosa via crucis ogni tentativo di successivo affrancamento individuale. Grandi interpretazioni di Alba Rohrwacher e Luca Marinelli ed ottimo riscontro generale da parte della critica. E proprio grazie a questo film (che è una delle migliori pellicole nostrane del suo decennio) la Rohrwacher si avvierà a grandi passi verso quel ruolo, che ormai tutti le riconoscono, di emblema del cinema italiano di qualità.
 
Voto:
voto: 4/5

Parasite (Gisaengchung, 2019) di Bong Joon Ho

L'incontro tra due famiglie agli antipodi nell'odierna Seul darà il via ad un'incredibile catena di situazioni tragicamente grottesche. I Kim (padre, madre e due figli adolescenti molto svegli) sono dei proletari molto uniti tra loro, che vivono in un lercio seminterrato periferico e sopravvivono, arrangiandosi, tra sussidi ed espedienti non sempre ortodossi. I Park appartengono all'alta borghesia rampante, ricca e raffinata, e abitano in una lussuosa villa con giardino che è un autentico capolavoro architettonico. Il capofamiglia è uno zelante direttore d'azienda e la moglie una donna ingenua che si occupa della crescita dei figli: una femmina adolescente sognante ed un piccolo maschietto capriccioso. Spacciandosi per altri i quattro Kim riescono, con estrema furbizia, a intrufolarsi nella vita benestante dei Park, facendosi assumere tutti uno alla volta e senza rivelare il loro legame. Il padre come autista, la madre come cameriera, il figlio come insegnante d'inglese e la figlia come esperta di terapia artistica. La silenziosa invasione dei "parassiti" Kim provoca il licenziamento della vecchia governante di casa, la signora Gook, che però ha un oscuro inconfessabile segreto da nascondere. Splendida commedia nera di Bong Joon Ho, che realizza una straniante parabola moderna sulla lotta di classe attraverso l'agile contaminazione di generi diversi, passando dalla farsa kafkiana al thriller tragico, dal dramma sociale all'horror, senza mai perdere un colpo o una battuta, dimostrando ammirevole equilibrio, coerenza e lucidità dello sguardo. Districandosi abilmente tra eccessi improvvisi, squarci surreali, momenti di autentica suspense e situazioni paradossali, il film riesce ad appassionare, inquietare e sorprendere, ci regala più di una sequenza memorabile e ci offre un'acida visione della società capitalistica contemporanea (coreana, ma non solo) e delle idiosincrasie sia sociali che familiari. Con una messa in scena magnifica e glaciale, analizza nel profondo la natura umana nelle sue declinazioni tribali e collettive, rivolgendosi particolarmente al miraggio ossessivo della "scalata economica" e mettendo in antitesi l'ipocrisia dello "schiavismo gentile" (la moderna forma di controllo dei ricchi sui poveri) e la furiosa rapacità del sottoproletariato, disposto persino ad una sanguinosa lotta intestina pur di realizzare il sogno congenito di quel riscatto sociale, vanamente promesso dall'utopia del nuovo liberismo. Emblematico in tal senso il dialogo in cui i Kim, mentre gozzovigliano senza ritegno nel mega salone della casa in cui si sono subdolamente insediati, si chiedono se i ricchi sono tali perchè gentili o se sono gentili perchè ricchi. E' un film autorevole, solido, metaforico, denso di implicazioni e spunti di riflessione, ed anche saggiamente equanime nel parteggiare per l'uno o l'altro dei "contendenti". E' anche un tentativo (perfettamente riuscito) di conciliare il grande cinema d'autore (solitamente ostico per il pubblico di massa) con quello popolare di qualità. Plebiscitario successo di critica in tutto il mondo e inattesa incetta di premi importanti, indubbiamente meritati: Palma d'Oro al Festival di Cannes (con voto unanime della giuria) e quattro Oscar "pesanti" (miglior film, miglior film straniero, miglior regia e migliore sceneggiatura originale). E' stato il primo film non anglofono a vincere l'Oscar più ambito. Un traguardo storico.
 
Voto:
voto: 4,5/5

martedì 30 marzo 2021

Dogman (2018) di Matteo Garrone

Il mite Marcello è un omino dall'animo sensibile amante dei cani, che accudisce premurosamente nel suo piccolo negozio di toelettatura, e di sua figlia Alida, con cui deve accontentarsi di un rapporto part-time a causa della separazione dalla moglie. Circondato dal degrado del ghetto periferico in cui vive, è costretto a tollerare e scendere a compromessi con persone violente e attività criminose, in nome del quieto vivere a cui aspira. Tra questi c'è Simone, il bullo locale, fisico da pugile e modi brutali, che lo costringe a sopportare continue vessazioni appellandosi ad un'antica "amicizia" in cui lui è il carnefice e Marcello la vittima. Ma una serie di tragici eventi faranno cambiare le cose. Capolavoro di Garrone e miglior film italiano dell'anno 2018, incredibilmente snobbato agli Oscar ma premiato al Festival di Cannes con il Prix d'interprétation masculine per uno straordinario e commovente Marcello Fonte, e omaggiato in sala da 10 minuti di applausi spontanei a fine proiezione. Liberamente ispirato ad uno dei più agghiaccianti eventi della cronaca nera italiana (il "delitto del Canaro della Magliana", avvenuto negli anni '80 e salito alla ribalta nazionale per le sue efferate modalità), ne prende immediatamente le distanze, eliminando ogni sospetto di spettacolarizzazione morbosa e rinunciando ad ogni pretesa di cruda biografia neorealista, ma diventando qualcos'altro. Una magistrale lezione di cinema sobrio e metafisico, un apologo crepuscolare (e universale) sulla natura umana, intriso di realismo magico, violenza simbolica, toccante poesia, senso profondo. Si va oltre la critica sociale, l'analisi antropologica o la descrizione di un microcosmo criminale di ordinario squallore, realizzando un magnifico racconto per immagini che eleva una storia, semplice e tragica, ambientata in un non-luogo grigio, sporco e piovoso, verso una dimensione mitica (Davide contro Golia), facendone una metafora di riscatto, oltre che una superba riflessione su temi quali la dignità umana e la spaventosa complessità del nostro animo, in cui concetti assoluti come bene e male sono assolutamente fluidi, relativi, intercambiabili, inestricabili. Una "favola" nera ed etologica (in accordo alla poetica dell'autore) che vira costantemente verso elementi fantastici, allegorie archetipe, elementi onirici, gesti rituali. Basti pensare al meraviglioso finale ambiguamente "sospeso" che ci trasmette tutta la potenza e l'angoscia del film e rimane indelebilmente impresso nella memoria. E, ancora una volta, Garrone torna a girare in una dei "suoi" luoghi (il Villaggio Coppola di Castel Volturno), tratteggiandolo come un "inferno" spettrale e desolato, di sinistra fascinazione, simbolo pregnante dei mali e delle contraddizioni sociali di un paese. O, probabilmente, di tutti i paesi. Tra Dogville, Antonioni e Dostoevskij, Garrone ci mette davanti allo specchio (oscuro) della miseria umana, ma anche della sua forza ancestrale che ambisce al decoro, al riscatto, al riconoscimento. Elementi contrastanti che convivono in un rapporto simbiotico, proprio come quello tra Marcello e Simone. La forza del cinema dell'autore è, come sempre, tutta impressa nelle immagini, nelle ambientazioni, nelle atmosfere, nei volti. E quello scavato e sofferente di Marcello Fonte ne costituisce una nuova e definitiva icona da consegnare alla storia.
 
Voto:
voto: 4,5/5

L'uomo del labirinto (2019) di Donato Carrisi

Una giovane donna, Samantha Andretti, si risveglia in stato confusionale in un letto d'ospedale. I suoi ricordi sono confusi a causa di una droga che è stata costretta ad assumere durante la sua lunga prigionia durata 15 anni. Samantha fu rapita, ancora adolescente, da uno psicopatico mascherato da coniglio e adesso riesce a ricordare di una sinistra prigione, che lei chiama "labirinto", e di un aguzzino che l'ha sottoposta a terribili torture psicofisiche nel corso degli anni. Il Dottor Green è l'uomo che deve aiutarla a recuperare la memoria per cercare di risalire all'identità del suo persecutore. Intanto l'investigatore Bruno Genko, uomo tormentato, disincantato e prossimo alla morte per una grave malattia, riprende le sue indagini sul caso Andretti. Un caso che, molti anni prima, lo aveva a lungo ossessionato ma non era mai riuscito a risolvere. Ha così inizio un'angosciante "caccia al tesoro", sempre più misteriosa, dentro e fuori la mente di Samantha. Secondo film da regista di Donato Carrisi (dopo "La ragazza nella nebbia"), ancora una volta tratto dal suo omonimo romanzo (e bestseller). E, nuovamente, ci troviamo di fronte ad un thriller psicologico con inquietanti atmosfere da mistery che ruota intorno ad una serie di personaggi ambigui e dall'animo travagliato, la cui progressiva messa a fuoco, tra flashback e colpi di scena, porterà alla risoluzione finale, con immancabile sorpresa annessa. Ma stavolta il risultato è un film più sfilacciato e confuso, penalizzato dalla ricerca programmatica di un effettismo narrativo, volto a stupire lo spettatore, che risulta claudicante e non all'altezza delle evidenti ambizioni dell'intero progetto. Anche l'impostazione del racconto su due linee parallele (l'indagine poliziesca di Bruno Genko/Toni Servillo e quella psicologica di Green/Dustin Hoffman) appare, alla lunga, stancante e poco equilibrata. Sicuramente migliore (anche dal punto di vista visivo) la parte con Servillo rispetto a quella di un  Dustin Hoffman incerto e fuori contesto. Molto brava invece Valentina Bellè che è la nota più lieta di quest'opera seconda di Donato Carrisi. Un "gigante" dai piedi d'argilla infarcito di citazioni pop.
 
Voto:
voto: 2,5/5