martedì 30 maggio 2017

The Game - Nessuna regola (The Game, 1997) di David Fincher

Nicholas Van Orton, ricco magnate della finanza di San Francisco, ossessionato dal controllo e dal doloroso ricordo di un padre suicida, riceve, per i suoi 48 anni, un insolito regalo dal fratello Conrad, più giovane e scapestrato. Il regalo consiste nell’iscrizione ad un club elitario e misterioso che organizza giochi sofisticati e personalizzati per rendere eccitanti le vite monotone di ricchi annoiati. Dopo aver aderito, con qualche titubanza, al gioco, Nicholas si ritrova a vivere in un pericoloso incubo, incapace di distinguere i confini tra il gioco e la realtà. Accattivante thriller ansiogeno di Fincher, ricco di suspense e di mistero, tetra metafora del cinema e delle sue finzioni, forte di invenzioni visive che mantengono lo spettatore costantemente col fiato sospeso. Se ci si abbandona totalmente al gioco (e al film) disconnettendo per due ore il cervello, è un grande spettacolo di tensione adrenalinica in cui, ad ogni svolta, la domanda è: che succederà adesso ? Se, invece, si adotta la mezza misura e ci si pone qualche domanda in più, appare evidentemente esagerato lo squilibrio tra il fine e i mezzi, a meno di non evocare ulteriori cervelloticità macchinose (tipo un gioco nel gioco). La sensazione finale è quella di una regia vivace, dinamica e creativa al servizio di una sceneggiatura (di John Brancato e Michael Ferris) un bel po’ stiracchiata nei suoi intrecci arzigogolati. Nel cast l’ambiguo Sean Penn è assai più bravo di un imbellettato Michael Douglas, che ormai sembra essersi cucito addosso il ruolo di ricco arrogante potente e viziato. E’ un Fincher minore ma comunque con diversi motivi d’interesse, per un thriller d’azione che resta, in ogni caso, ben sopra la media del genere.

Voto:
voto: 3,5/5

I duellanti (The Duellists, 1977) di Ridley Scott

In età napoleonica due ufficiali francesi degli ussari, Armand D’Hubert e Gabriel Feraud, ossessionati da una reciproca rivalità nata per futili motivi, danno vita ad un eterno duello che poi diventa guerra privata e che si protrae per ben 15 anni, in luoghi e momenti diversi. Il primo lungometraggio di Ridley Scott, tratto dal racconto “Il duello” di Joseph Conrad, è un elegante dramma storico pervaso da una furiosa energia selvaggia che intende collocare, figurativamente e metaforicamente, l’eterno duello tra i due ufficiali in una dimensione mitologica che forse allude al fallimento dell’utopia napoleonica, mettendo anche in discussione la legittimità del duello per lavare un’onta subita. Cupa favola morale, sontuosa nella ricostruzione storico ambientale delle atmosfere d’epoca, mette a confronto le personalità di due uomini profondamente diversi: D’Hubert, che per colpa di una fatalità viene trascinato suo malgrado in questo scontro infinito, e Feraud, irriducibile e irrazionale sostenitore del codice d’onore militare, che alimenta la sua animalesca animosità nei confronti del rivale. Nonostante qualche ridondanza narrativa, qualche forzatura ideologica ed un’eccessiva ripetitività schematica, i duelli sono molto appassionanti e girati con feroce dinamismo, in particolare il primo, che avviene nel 1800 e che mette alla luce il talento del giovane regista britannico. Nel cast brillano particolarmente i due protagonisti Keith Carradine e Harvey Keitel, accompagnati a supporto da Albert Finney ed Edward Fox. Il film fu premiato al Festival di Cannes come migliore opera prima ed è per molti un piccolo cult degli anni ’70.

Voto:
voto: 3,5/5

Fuga per la vittoria (Victory, 1981) di John Huston

A Parigi, nel 1943, durante l’occupazione nazista, un generale tedesco, grande appassionato di calcio, organizza una partita tra la nazionale teutonica ed una rappresentativa di prigionieri alleati, principalmente composta da inglesi, canadesi e americani. Lo scopo dell’ufficiale è ovviamente propagandistico, per dimostrare pubblicamente la superiorità ariana rispetto a tutti gli altri popoli. Gli alleati raccolgono prontamente la sfida e si allenano alacremente sotto la guida del Cap. John Colby, ex calciatore di talento che ha persino militato nella nazionale inglese. La resistenza francese approfitta dell’evento per preparare un complesso piano che consentirà la fuga di tutti i prigionieri alleati partecipanti all’incontro, attraverso un tunnel scavato sotto lo spogliatoio degli ospiti che verrà aperto alla fine del primo tempo, durante l’intervallo. Nel fatidico giorno della partita gli alleati lottano in campo come leoni, ma la migliore preparazione tecnico tattica dei germanici sembra avere la meglio. Il primo tempo si chiude 4-1 per i tedeschi, con gli alleati che però hanno un incoraggiante accenno di reazione nel finale. Durante l’intervallo, di fronte al tunnel ormai aperto che conduce alla libertà, alcuni tra i calciatori alleati vengono colti da un atroce dubbio: scappare e darla vinta ai tedeschi o tornare in campo per dimostrare fino in fondo il loro valore ? Appassionante e divertente film sportivo di John Huston, liberamente ispirato ad un reale evento analogo accaduto a Kiev nel 1942 tra una rappresentativa di soldati tedeschi ed una di calciatori della Dynamo, fu un grande successo di pubblico anche grazie alla presenza nel cast di attori famosi (Sylvester Stallone, Michael Caine, Max von Sydow) ed ex grandi divi del calcio (Pelé, Bobby Moore, Osvaldo Ardiles). E’ un abile concentrato un po’ ruffiano di retorica sportiva, sentimenti edificanti, stereotipi bellici, eroismo dozzinale e tutta la suspense accattivante tipica delle pellicole sulle evasioni. E’ un’evidente “vacanza” del grande regista americano nel cinema commerciale di largo richiamo, con qualche evidente problema di miscasting per sfruttare l’onda lunga del successo di Rocky (Stallone nel ruolo del portiere fa tenerezza ma non si può proprio tollerare!). Però il film è effettivamente divertente, garantisce un gradevole intrattenimento e trova il suo massimo tripudio nelle splendide sequenze della partita, che entusiasma davvero grazie alle giocate degli assi del pallone. Memorabile la scena, al rallenty, della rovesciata finale di Pelé, che leggenda vuole fu girata una volta sola (buona la prima!). Enfatiche e trionfali, come al solito, le musiche di Bill Conti per una pellicola in cui le emozioni vere non arrivano dal cinema ma dal calcio.

La frase: "Hatch, se scappiamo ora, perdiamo più che una partita."

Voto:
voto: 3,5/5

Moby Dick - La balena bianca (Moby Dick, 1956) di John Huston

Il giovane marinaio Ismaele, inesperto e timoroso, si imbarca sulla baleniera Pequod. Il capitano della nave è il vecchio fanatico Achab che è ossessionato dalla ricerca di una inafferrabile balena bianca, Moby Dick, che molti anni prima gli ha strappato una gamba. Achab promette una moneta d’oro a chiunque avvisterà per primo il cetaceo e, in breve, trasmette a tutto l’equipaggio la sua ossessione, instillando inquietudine in tutti i suoi uomini. Quando i marinai del Pequod si troveranno di fronte il leggendario “mostro” marino capiranno di dover fronteggiare un avversario feroce e insuperabile, che sembra l’incarnazione stessa del diavolo emerso dagli abissi marini. Potente trasposizione di Huston del celebre capolavoro letterario di Herman Melville (adattato ben nove volte per il cinema o per la televisione), sotto forma di grande epopea avventurosa marinaresca con risvolti teologico filosofici in merito alla rivolta dell’uomo contro Dio, ma anche grande metafora psicologico esistenziale sull’alterigia umana nella lotta contro i propri demoni interiori. La riduzione in immagini del testo letterario di Melville fa perdere, in parte, la tesa densità concettuale della prosa, ma fa guadagnare in potenza visionaria attraverso sequenze memorabili di possente impatto figurativo. Il risultato è un film solido e compatto, sostenuto da un potente respiro epico, da un austero senso tragico, dalla bella fotografia spettrale di Oswald Morris e da stupefacenti effetti speciali artigianali che rendono possibile l’impossibile (la maggior parte delle scene con la balena furono girate in una vasca artificiale usando dei modelli parziali del cetaceo, visto che la ricostruzione a grandezza naturale, lunga 23 metri, non funzionava bene). Nel grande cast svettano Gregory Peck (che tratteggia un Achab fosco e tormentato) e Orson Welles, che si mangia il film in una breve apparizione di dieci minuti. Al loro fianco citiamo Richard Basehart, Leo Genn, James Robertson Justice, Harry Andrews e Friedrich von Ledebur. Gregory Peck e John Huston ebbero forti contrasti quando l’attore venne a sapere che non era lui la prima scelta del regista nel ruolo di Achab, ma che la sua presenza nel cast fu imposta dalla produzione. Leggenda vuole che il dissidio fu insanabile e i due non si parlarono mai più. Steven Spielberg è stato notevolmente influenzato dal romanzo di Melville e da questo film per la realizzazione di Jaws, in un’intervista ha anche dichiarato che avrebbe voluto girare una scena in cui il personaggio di Quint guarda per televisione il Moby Dick di Huston, ma poi l’idea fu accantonata.

La frase: "Dal cuore dell'Inferno, io ti trafiggo! In nome dell'odio, sputo il mio ultimo respiro su di te, o maledetta bestia!"

Voto:
voto: 4/5

La regina d'Africa (The African Queen, 1951) di John Huston

Africa orientale, durante la prima guerra mondiale: un rude avventuriero alcolizzato, Charlie Allnut, e una tenace missionaria inglese un po’ bigotta, Rose Sayer, viaggiano insieme, non senza scontri e contrasti, su un vecchio battello in disarmo, discendendo il corso di un fiume per sfuggire ai tedeschi. A mano a mano che la loro avventura prosegue, i due caratteri bellicosi e apparentemente inconciliabili, partoriscono un piano folle e coraggioso: affondare una cannoniera tedesca di stanza in un lago utilizzando dell’esplosivo. Brillante miscela di avventura e commedia romantica, con un pizzico di ironia critica nei confronti delle pellicole avventurose hollywoodiane. Divertente, grintoso e appassionante, tratto dal romanzo omonimo di Cecil S. Forester, è un grande spettacolo visivo in Technicolor che esalta la bellezza aspra e selvaggia degli scenari d’Africa ed il memorabile duetto recitativo di due leggende di Hollywood, sulle cui spalle il regista appoggia il peso del film: Humphrey Bogart e Katharine Hepburn. Lo scontro perenne tra due personalità forti e antitetiche, lui grezzo e irsuto, lei petulante e bacchettona, diventa l’emblema dell’eterno dualismo maschio-femmina, a cui l’ambientazione esotica agli antipodi conferisce un senso straniante e tragicomico. Ovviamente la nascita dell’amore ed il lieto fine saranno inevitabili in questa briosa commedia per famiglie dal grande respiro avventuroso, in cui il perenne battibecco tra i due divi, stracolmi di carisma e di appeal, è l’assoluto punto di forza. Trattasi di intrattenimento leggero di grande qualità, con qualche brivido e colpo di scena, tanto per mischiare un po’ le carte. Fu un enorme successo di pubblico e critica, riscosse vasti consensi internazionali e la travagliata lavorazione del film ispirò il libro “Cacciatore bianco, cuore nero” di Peter Viertel (che collaborò alla sceneggiatura insieme a John Huston e James Agee), da cui poi Clint Eastwood trasse il film omonimo nel 1990. La regina d'Africa ebbe quattro candidature agli Oscar ma vinse soltanto il premio per il miglior attore protagonista a Humphrey Bogart (al suo primo e unico Oscar vinto), assolutamente straordinario come, del resto, anche la sua collega Katharine Hepburn. Alcuni critici hanno definito il film come una pièce teatrale in movimento che mette in scena due interpreti formidabili e il palcoscenico è la barca su cui si svolge l’azione principale. Una definizione pittoresca ma non troppo lontana dalla realtà.

Voto:
voto: 4/5

lunedì 29 maggio 2017

Aguirre, furore di Dio (Aguirre, der Zorn Gottes, 1972) di Werner Herzog

Nel 1560 una spedizione di conquistadores spagnoli, guidata da Gonzalo Pizarro, intraprende la difficile discesa del versante peruviano della Cordigliera delle Ande alla ricerca del mitico El Dorado. La giungla selvaggia e impenetrabile ne impedisce il passaggio e allora Pizarro decide di inviare una pattuglia di esploratori, provvisti di zattere, lungo il corso del fiume Urubamba, sotto il comando di Pedro de Urrua. Minacciati da pericoli e avversità di ogni tipo, dai gorghi alle piene del temibile fiume, fino agli attacchi dei feroci indigeni locali, gli esploratori vengono messi a dura prova, fino a quando Urrua decide di abbandonare e tornare indietro. Ma il suo braccio destro, l’ambizioso e spietato Lope de Aguirre, non è d’accordo, ne usurpa il comando, imprigiona e processa Urrua come traditore e intraprende una folle lotta contro le avversità, decidendo di portare avanti la missione ad ogni costo, convertire i selvaggi indios e trovare l’oro leggendario. Vittima della sua insana megalomania e del suo nevrotico desiderio di conquista, Aguirre condurrà i suoi uomini alla morte e resterà da solo, ormai completamente pazzo, sulla zattera alla deriva a strillare ordini esagitati verso un branco di scimmie. Capolavoro storico biografico di Werner Herzog, liberamente ispirato alle vicende (ampiamente romanzate dall’autore) del vero Lope de Aguirre nella sua lunga ricerca di El Dorado, di cui ci è giunta traccia attraverso le memorie scritte del frate Gaspar de Carvajal. E’ un film di potente respiro epico e di mirabile fascinazione visiva, girato con scarsi mezzi nella giungla peruviana in condizioni estreme e pericolose, pur di garantire il totale verismo narrativo. Assolutamente memorabile la lunga sequenza iniziale, rimasta nella Storia del Cinema, con la natura selvaggia, ostile e meravigliosa che sembra in lotta contro sé stessa: un fiume “infuriato” per la piena, vette impervie e aguzze immerse nella nebbia ed una lunga fila di uomini che discende faticosamente lungo un ripido versante, quasi animando la nuda roccia e l’asprezza di un paesaggio immutabile da migliaia da anni. Nella incredibile location del Machu Pichu, di cui però cogliamo solo alcuni aspetti, il film si apre con una inquadratura di straordinaria potenza visiva e di abbacinante fascino figurativo. Una sequenza da togliere il fiato che vale, già da sola, il prezzo del biglietto. La Natura di Herzog, bellissima e terribile, è più di uno scenario o di uno sfondo scenografico. E’ un autentico protagonista, vivo, palpitante, minaccioso, realisticamente immersivo nel suo tripudio di immagini e di suoni, un essere immutabile sempre pronto a ucciderti o a tenerti in vita, senza mai giudicarti. Questo capolavoro di Herzog dalla lunga e tormentata lavorazione riscosse immediatamente un vasto consenso di critica e segnò l’inizio del proficuo e burrascoso sodalizio professionale tra il regista e il suo attore feticcio, il “suo nemico più caro”, Klaus Kinski, che già su questo set diede vita a violenti litigi con Herzog al punto che i due arrivarono addirittura a minacciarsi di morte. Ma, nonostante il risaputo caratteraccio, Kinski diede il meglio di sé sotto la direzione di Herzog, dando vita a personaggi e interpretazioni memorabili, come questo Aguirre tormentato e maledetto. Come tutti i capolavori anche questa complessa pellicola è interpretabile a vari livelli: grande avventura pseudostorica che vale come allegoria satirica contro il colonialismo, il razzismo e le oppressioni commesse in nome di Dio o della civiltà; parabola luciferina sull’alterigia umana attraverso la tragedia di un eroe del male, tratteggiato in forma mitologica come emblema dell’egocentrismo e della solitudine; viaggio metafisico nella follia umana e nel delirio di onnipotenza, per ribadire la pochezza e l’ingiustizia dell’azione (profanatoria) umana nei confronti della natura. L’estetica dell’opera è onirica e allucinata, una sorta di incubo esoterico attraversato da una sottile malia oscura che produce vertigini e annichilisce lo spettatore attraverso uno straniamento epico di matrice brechtiana. Aguirre è uno di quei film da vedere obbligatoriamente almeno una volta nella vita, per consegnarsi totalmente e lasciarsi trasportare dall’aspro incanto della visione, prigionieri affascinati e impotenti di un incubo che ti resta dentro anche quando le luci si accendono sui titoli di coda. Abbagliante e fulminante, è un’opera unica che ha profondamente influenzato autori come Coppola e Malick e che, ancora oggi, costituisce un viaggio estremo e memorabile al confine tra cinema e follia.

Voto:
voto: 5/5

L'enigma di Kaspar Hauser (Jeder für sich und Gott gegen alle, 1974) di Werner Herzog

Il 26 maggio 1828 a Norimberga viene ritrovato un giovane lacero, tonto, abbandonato, inebetito, incapace di parlare a parte un’unica frase che ripete ossessivamente e abile a scrivere solo il suo nome: Kaspar Hauser. Egli ha in mano una lettera anonima dove è scritto che è stato abbandonato dalla madre e allevato da un contadino. In breve si accende la curiosità intorno al ragazzo selvaggio, che diventa oggetto di studi: per alcuni è un fenomeno da baraccone, per altri è figlio illegittimo di qualche nobile famoso, per altri ancora è un poveraccio da ospitare nel tentativo di educarlo e di fargli conoscere il mondo. La personalità di Kaspar è misteriosa, ribelle, reticente ma anche affascinante: a parte gli enigmi sulla sua identità egli dimostra di possedere doti artistiche in balia di un puro istinto, senza alcuna capacità di controllo razionale. Passando attraverso mille peripezie e umiliazioni, il nostro finirà ucciso da un vagabondo e gli studi continueranno anche sul suo cadavere, nel morboso tentativo di fare finalmente luce sull’enigma. Ma chi era veramente Kaspar Hauser ? Ispirandosi ad un fatto storico realmente accaduto ed al relativo caso che, nel corso dei secoli, ha interessato diverse personalità della scienza e della cultura, Herzog ha tratto un formidabile apologo ermetico e visionario sul tema dell’identità, sulla paura del diverso, sul confine sottile tra morbosità e compassione e sul relativismo del giudizio scientifico, morale e ideologico e da come questo dipenda fortemente dalle norme sociali, religiose e giuridiche del tempo e del luogo. Ambiguo e spiazzante, provocatorio e sfuggente, il Kaspar Hauser di Herzog è un diabolico sermone sull’inganno e sull’indeterminazione, ma anche un sottile atto di accusa verso l’uomo e i suoi dogmi, i suoi schematismi che spesso agiscono a danno del prossimo in nome della ricerca della verità. Tra suggestioni cristologiche e naturalismo onirico, l’autore traccia un’oscura parabola di angoscia e di morte, che fissa lo sguardo su un’anomalia per raffigurare l’imprevisto e l’inadeguatezza del metodo positivistico rispetto al mistero ineffabile della natura umana. Straordinaria interpretazione del tedesco Bruno Schleinstein, realmente cresciuto orfano tra riformatori e carceri, nel ruolo di Kaspar e memorabile la sequenza del confronto tra i due pastori luterani e il professore di matematica. E’ un film magistrale e di sottile profondità psicologica, vincitore di tre premi al Festival di Cannes del 1975, ma che potrebbe sicuramente apparire ostico al pubblico mainstream poco avvezzo ai tempi e ai modi del cinema d’autore. La vicenda di Kaspar Hauser è stata oggetto di diverse rappresentazioni artistiche e letterarie, non ultima una stravagante pellicola italiana di Davide Manuli, La leggenda di Kaspar Hauser (2012), con Vincent Gallo, Claudia Gerini, Silvia Calderoni, Elisa Sednaoui e Fabrizio Gifuni.

Voto:
voto: 4,5/5

Un mercoledì da leoni (Big Wednesday, 1978) di John Milius

Tre inseparabili amici surfisti (Matt Johnson, Jack Barlowe e Leroy Smith) danno libero sfogo alla loro incontrollabile energia giovanile sulle spiagge della California degli anni ‘60, nell’attesa perenne della “grande onda” con cui confrontarsi, sfidare la morte e dimostrare il loro valore. Intanto il tempo passa, le vicende della vita sembrano dividerli ma, puntualmente, le grandi mareggiate li riuniscono, facendoli ritrovare tutti e tre sulla stessa spiaggia, con la tavola sotto braccio, pronti a sfidare nuovamente la furia dell’oceano. La vicenda scorre attraverso quattro diverse stagioni temporali (estate ’62, autunno ’65, inverno ’68 e primavera ’74) che si sovrappongono a quattro famose mareggiate e ad altrettanti terremoti politici a fare da sfondo (gli omicidi dei due Kennedy, il Vietnam, il Watergate). Memorabile dramma sportivo sotto forma di grande affresco epico generazionale, struggente e malinconico, come accorata celebrazione dell’amicizia virile, della nostalgia del tempo perduto e dei sogni infranti di una generazione americana che ha sacrificato la sua innocenza sull’altare del malaffare politico. Esaltanti e spettacolari le sequenze acquatiche, eseguite da veri surfisti di Malibù, e girate con spericolata energia tra la California meridionale e le isole Hawaii. Poco conosciuto nel nostro paese, è uno dei film più belli e importanti dell’anno 1978, capace di miscelare abilmente la mistica eroica del gesto sportivo estremo con l’amaro disincanto (autobiografico) di una classe profondamente disillusa di cui lo stesso regista (che nei suoi anni giovanili fu anche un buon praticante di surf) fa parte. Efficace il cast con Jan-Michael Vincent, William Katt e Gary Busey nei panni dei tre amici protagonisti. E’ un inno alla vita, ai valori dell’amicizia e dello sport, girato con furiosa tensione emotiva e senza un briciolo di retorica (tenuta coerentemente a freno anche nei momenti più nostalgici). Il tempo gli ha restituito il credito che meritava, dopo il passaggio in sordina alla sua uscita, e oggi viene unanimemente considerato come un cult del cinema sportivo e del genere buddy movie.

Voto:
voto: 4/5

Il fantasma della libertà (Le fantôme de la liberté, 1974) di Luis Buñuel

Film a episodi, apparentemente sconnessi, ma in realtà correlati attraverso la struttura dell’effetto domino, con i personaggi che, più o meno casualmente, entrano in scena introducendo il segmento successivo. Si parte con un prologo storico ambientato nel 1808, con i soldati napoleonici che invadono la Spagna e fucilano dei patrioti e si prosegue con una grottesca rapsodia dell’assurdo: un uomo che mostra ai bambini foto oscene dei monumenti parigini, un prefetto che riceve telefonate dalla sorella morta, preti che giocano a poker con i santini, un folle che spara sulla gente e poi firma autografi come una star, una scolaresca di gendarmi che si comportano come bimbi monelli, un pranzo tra borghesi in cui si mangia voracemente in solitudine per poi socializzare nel momento di defecare. Il penultimo film del grande vecchio di Calanda è uno dei suoi lavori più ostici, spigolosi, dissacranti, spiazzanti, ma anche geniali, corrosivi, divertenti, impietosamente tragicomici nel ribadire impudentemente la mancanza di senso, il trionfo dell’illogico e il fallimento dei modelli sociali borghesi, persi nella futilità di un vacuo conformismo. Provocatorio e dissennato, aspramente inconciliato (e inconciliabile), ma anche serafico nella calma olimpica della saggezza illuminata, va letto come un potente e giocoso divertissement del vecchio Maestro, che attraverso la struttura a gag (alcune delle quali di irresistibile forza farsesca), fa un riepilogo (in pillole) di tutti i suoi temi, con un umorismo graffiante che si muove costantemente sul filo del paradosso surreale in un ultimo supremo sberleffo alla logica benpensante. Profanando dogmi, abbattendo luoghi comuni, rinnegando l’approccio razionale, rovesciando le convenzioni sociali, trasformando il senso in “contro-senso” e sdoganando i tabù inconfessabili, Buñuel insegue (da sempre) il proprio sembiante (fantasma) di libertà. Libertà artistica, ideologica, politica, religiosa, stilistica. Libertà di rinnegare (e negare) persino il suo stesso concetto e, al tempo stesso, di inneggiare al suo valore attraverso coraggiosi atti di profanazione, di disallineamento, di dissenso, di affermazione di un (dis)ordine altro rispetto alla dottrina ufficiale. E, alla fine, è nei piccoli insignificanti gesti irrazionali che l’uomo riesce a cogliere autentici lampi di libertà, intesa come autentica espressione del proprio io a discapito di sovrastrutture limitanti imposte dall’esterno. Come il signor Foucault che si perde nella contemplazione di un ragno o il carro armato che insegue la volpe nella campagna. La vera libertà sta, forse, nel non limitare la propria fantasia, nel rifiutare i limiti, per perdersi in un altrove irrazionale dove poter cogliere fugaci barlumi di vero attraverso esperienze sensoriali che esulano il controllo della ragione e della morale. Ed è proprio questo che Buñuel sembra dirci, freudianamente, in questo film allegoricamente dissennato, ma, forse, ben più semplice di quello che potrebbe apparire ad una visione superficiale. Nel ricco cast internazionale segnaliamo Adriana Asti, Julien Bertheau, Jean-Claude Brialy, Adolfo Celi, Michael Lonsdale, Monica Vitti, Michel Piccoli, Milena Vukotic e Jean Rochefort. E’ un film affascinante ed impervio per amanti irriducibili del surrealismo estremo. I mainstreamers possono tranquillamente stare alla larga.

Voto:
voto: 4/5