lunedì 5 aprile 2021

L'Immortale (2019) di Marco D'Amore

"Gomorra - La serie" è un celebre serial italiano per la TV di grande successo, liberamente ispirato all'omonimo romanzo di Roberto Saviano. Punta di diamante della produzione televisiva nostrana di qualità, esportata in tutto il mondo con una pioggia di elogi e consensi, ha costruito la sua fortuna su alcuni elementi cruciali: il crudo realismo delle ambientazioni, della lingua e delle situazioni, affiancato alla messa in scena di personaggi cinici e spietati, in un mondo dove nessuno è innocente o privo di lati oscuri. I tormentati "antieroi" di Gomorra, per quanto divenuti molto popolari, sono dei cattivi imperdonabili senza alcuna possibilità di redenzione o di riscatto, espressioni crudeli di un mondo barbaro, votati al male e condannati all'autodistruzione. Questo film per il cinema diretto e interpretato da Marco D'Amore (una delle star dello show) rappresenta un curioso esperimento di spin-off, collocato temporalmente tra le stagioni 3 e 4, ma che vuol essere anche l'ideale trampolino di lancio per la prossima (e fortunatamente ultima) stagione della serie, preparando il terreno per il clamoroso ritorno di Ciro Di Marzio, ufficialmente morto nel finale della season 3. E proprio all'iconico personaggio di Ciro Di Marzio, detto "l'immortale", questo film è dedicato, mostrando in montaggio alternato la sua infanzia ed "educazione" criminale negli anni '80, ed il prosieguo della vicenda odierna dopo la sua incredibile "resurrezione". Delle due parti la migliore è la prima, con una riuscita ricostruzione della Napoli post terremoto (il film si apre proprio con il tragico sisma che devastò la Campania il 23 novembre 1980) e dei personaggi pienamente credibili. Menzione speciale per il piccolo Giuseppe Aiello (il Ciro bambino) e la giovanissima Martina Attanasio. La tranche relativa al Ciro adulto redivivo si svolge invece in Lettonia, dove il nostro è costretto a nascondersi, ed è un crime movie convenzionale e prevedibile nei colpi di scena. Complessivamente non è un film brutto ma è un film sbagliato già nelle premesse, perchè infrange il dogma principale che era alla base della qualità della serie: il realismo. Il twist del ritorno alla vita di Ciro Di Marzio, dopo aver ricevuto un proiettile al cuore sparato da distanza ravvicinata ed esser stato gettato al largo del golfo di Napoli in piena notte, è totalmente implausibile e inaccettabile, specialmente da uno show come Gomorra, e offende l'intelligenza sia dei fans che degli spettatori in generale. L'espediente narrativo, tipico di certe serie dozzinali d'oltre oceano, è stato evidentemente "necessario" per risollevare le sorti del serial, in evidente affanno e calo di ascolti nella quarta stagione, in modo da giocarsi il tutto per tutto nella quinta. Gomorra all'americana? No, grazie.
 
Voto:
voto: 2,5/5

domenica 4 aprile 2021

Il traditore (2019) di Marco Bellocchio

All'inizio degli anni '80 l'impero del crimine mafioso in Sicilia è diviso tra le "famiglie" palermitane, fedeli al boss Stefano Bontate, e la fazione dei così detti "corleonesi", guidati dal sanguinario Totò Riina. Tommaso Buscetta, uomo di Bontate legato ai codici della "vecchia mafia", fiutando l'esplosione imminente di una guerra tra i due schiarimenti decide di emigrare in Brasile. La faida scoppierà violenta e sanguinosa, lasciando sul campo decine di morti, tra cui due figli di Buscetta. Arrestato nella sua residenza brasiliana ed estradato in Italia, Buscetta sarà strigliato dal giudice Falcone e diventerà il primo storico pentito di Cosa Nostra. Le sue rivelazioni saranno la base principale del maxi processo di Palermo del 1986, di cui egli sarà testimone chiave e principale accusatore dei suoi "nemici". Costretto a una vita in fuga, in paesi stranieri, sotto costante protezione e con false identità, riuscirà a vivere fino a 72 anni, morendo di morte naturale. E portandosi nella tomba tanti oscuri segreti ancora non svelati, specialmente riguardo alle relazioni tra mafia e politica. Straordinario dramma di denuncia sociale di Marco Bellocchio che, dopo il "caso Moro", torna a rivisitare la cronaca nera italiana, raccontando, con lo sguardo del grande narratore impegnato, uno dei periodi più tragici e controversi della nostra storia recente. Bellocchio riesce a fare, come sempre, grande cinema pur muovendosi dentro i confini stringenti di un genere fortemente tipizzato come il gangster movie, anteponendo su tutto la sua visione di artista ribelle e anticonformista, offrendoci tocchi visionari e stranianti, e regalandoci diverse sequenze memorabili sullo sfondo di una ricostruzione storica precisa e calibrata. Senza enfasi, senza cedimenti alla fascinazione del male e senza esprimere giudizi morali netti, l'autore ci racconta Buscetta, splendidamente interpretato da un mimetico Pierfrancesco Favino, nelle sue nefandezze di criminale e nelle sue fragilità di uomo, senza mai ometterne il carisma, l'intelligenza strategica, gli aspetti ambigui e i lati oscuri. Un ritratto a tutto tondo, realistico e credibile, che, probabilmente, non sarebbe stato possibile senza la scelta dell'attore giusto. Il titolo provocatorio, che ovviamente allude al punto di vista mafioso, si sposa perfettamente con l'essenza di un film bifronte, ambivalente come la proiezione della figura di Tommaso Buscetta nell'immaginario popolare: per alcuni un eroe coraggioso, per altri un viscido opportunista. Una figura emblematica di un'epoca ma anche di un sistema di potere (mafioso, ma non solo) che Bellocchio mette sulla graticola insieme a tutti gli imputati del maxi processo, stabilendo un pungente parallelo tra l'ipocrisia di uno stato assente e la ferocia del crimine organizzato. Tra le pieghe di una rievocazione rigorosa e lucida, l'autore cela il senso intimo del film, modulandolo sulle confessioni e sui silenzi del suo protagonista, rendendolo una figura decadente e tragica, le cui contraddizioni inestricabili aprono luci sul presente ma gettano anche ombre inquietanti sul futuro. Tommaso Buscetta, "boss dei due mondi". Un film bifronte, per l'appunto.
 
Voto:
voto: 4/5

Dolor y Gloria (2019) di Pedro Almodóvar

Salvador Mallo è un famoso regista spagnolo entrato in profonda crisi esistenziale e artistica a causa di una serie di malattie, sia fisiche che psicologiche, che gli impediscono di lavorare e di essere felice. Fortemente depresso, minato nel corpo e nello spirito, il nostro si trascina tra i ricordi della gloria passata e degli amori perduti, l'uso di droghe per alleviare le sofferenze e l'incapacità di inventare nuove storie per il grande schermo. E intanto la sua mente vaga tra le dolci memorie di un'infanzia povera in un piccolo paese rurale, un suo film passato che non aveva mai amato e il peso dolente di scelte sbagliate e occasioni perdute. Splendido dramma autobiografico di Almodóvar, che si mette totalmente a nudo raccontando sè stesso, le sue ansie, le sue fragilità e la sua arte attraverso il personaggio di Salvador Mallo, che è il regista stesso interpretato dal suo attore feticcio Antonio Banderas, che ci offre un'interpretazione di accorata sensibilità. Eliminando ogni freno emotivo l'autore si abbandona in uno struggente flusso di reminiscenze, immagini, sogni, delusioni, manie e malinconie, tutte filtrate attraverso la lente sublime dell'arte, elemento catartico e magico, scintilla divina e musa incantatrice, capace di regalare l'eternità, rendendo più tollerabile il male di vivere ed elevando i suoi adepti al di sopra delle miserie umane. Sincero e toccante, sempre misurato nell'esposizione dei sentimenti, scevro di tutti gli eccessi trasgressivi che hanno caratterizzato la sua carriera giovanile, questo film compendio è un disarmante e lucido diario emozionale di una vita e di una carriera, la forma compiuta del suo personale 8½. Arte e vita, cinema e realtà che s'intrecciano indistinguibili in un appassionato viaggio introspettivo, doloroso ma non lamentoso, commovente ma non patetico, pacificato ma non rassegnato rispetto all'ineluttabile trascorrere del tempo. I flashback dell'infanzia, con la figura dolcemente totalizzante della madre (interpretata da Penelope Cruz) e la folgorante scoperta del desiderio sessuale, sono un perfetto esempio di "poesia visiva", carnale e palpitante, alla maniera di Almodóvar. Un film importante, a suo modo definitivo, probabilmente inevitabile, che si colloca come opera omnia e come probabile spartiacque della carriera del regista.
 
Voto:
voto: 4,5/5

Joker (2019) di Todd Phillips

Arthur Fleck è un uomo disturbato e depresso, che vive ai margini della società, insieme alla vecchia madre, in uno squallido appartamento dei bassifondi di una metropoli sporca e violenta. Affetto da uno strano disturbo nervoso, che lo fa ridere in maniera smodata e incontrollata quando prova stress o emozioni, vive alla giornata tra visite psicologiche e travestimenti da clown per sbarcare il lunario. Vilipeso e malmenato da una società crudele e indifferente, il nostro sogna di diventare una stella del cabaret e di partecipare allo show televisivo condotto dal famoso Murray Franklin, che lui segue costantemente in modo compulsivo. Dopo lo scontro con tre giovani teppisti yuppies in metropolitana, Fleck, stanco dei soprusi subiti, reagisce violentemente, dando così inizio a una lunga scia di sangue che getterà la città nel caos, tra la polizia che gli dà la caccia e la gente che lo venera come eroico giustiziere metropolitano, una sorta di diabolico "profeta" mascherato che guida il riscatto dei deboli contro il sistema oppressivo che li ha sempre emarginati. Il Joker, celebre super criminale dei fumetti DC Comics, è stato sempre un personaggio perfetto per il cinema, un cattivo affascinante e carismatico, amato anche al di fuori della schiera dei lettori di comics, e con cui si sono già confrontati attori come Jack Nicholson e Heath Ledger, offrendo interpretazioni scintillanti. Vista la natura del personaggio e visti i precedenti eccellenti, con i quali il confronto sarebbe stato automatico, era inevitabile la scelta di Joaquin Phoenix per un ruolo così iconico, tra l'altro cucito a pennello per le sue grandi capacità di attore. Una scelta inevitabile e fondamentale perchè, in un prodotto del genere, scegliere il protagonista giusto vuol dire già assicurarsi metà film. Ma se la performance di Phoenix è stata oggettivamente straordinaria, superando di gran lunga i suoi illustri predecessori e facendo man bassa di tutti i premi che si potevano vincere (Oscar compreso), va anche detto che la "sua" metà del film è sicuramente quella migliore. La saggia scelta del regista è quella di fare un film diverso su un Joker diverso, un racconto crudo e allucinato delle sue origini, una storia di follia, di degrado, di disperazione, di solitudine, di ingiustizia e di brutalità. Una scelta stilistica vincente che rende questo "Joker 2019" un film "serio" e drammatico, violento e angosciante, che ha ben poco a che fare con le abituali pellicole sui super eroi, se non l'ambientazione (Gotham) e qualche riferimento ai personaggi tipici di quel mondo. C'erano quindi tutti gli elementi per realizzare il primo autentico capolavoro ispirato ai comics, cosa che invece questo film non è, nonostante una messa in scena da incubo psichedelico perfettamente coerente con le premesse iniziali. Le note dolenti arrivano, infatti, dal ricalco eccessivo di due evidenti fonti d'ispirazione verso cui questo Joker di Todd Phillips è chiaramente debitore (Taxi Driver e Re per una notte di Martin Scorsese), al punto da risultare troppo derivativo e poco originale. E questo è un vero peccato perchè il film è generalmente molto buono, ricco di sequenze cult, di stimolanti ambiguità, di momenti raggelanti, tutti al servizio del mattatore assoluto Joaquin Phoenix (dimagrito di quasi 20 kg. per il ruolo). Da citare anche l'utilizzo, calibrato e funzionale, di due grandi classici musicali come "Smile" e "That's Life", che si rivestono di "nuova linfa" nel folle universo del Joker. Grande successo di pubblico e critica, 11 candidature agli Oscar 2020 e due statuette vinte: miglior attore a Joaquin Phoenix e migliore colonna sonora a Hildur Guðnadóttir. Ma un pizzico di delusione, per quello che poteva essere, resta.
 
La frase: "Sai cos'è buffo, cosa mi fa veramente ridere? Ho sempre pensato che la mia vita fosse una tragedia, ma adesso mi rendo conto che è una cazzo di commedia"
 
Voto:
voto: 3,5/5

Il signor Diavolo (2019) di Pupi Avati

Nel 1952 Furio Momenté, giovane funzionario del ministero di Grazia e Giustizia, viene inviato dai suoi superiori in un piccolo paese della provincia veneta per indagare, con discrezione, su un terribile fatto di sangue. Un quattordicenne di nome Carlo ha ucciso un suo coetaneo, Emilio, ritenendo che questi fosse il diavolo, influenzato da dicerie e superstizioni dei suoi compaesani. Il piccolo Emilio, bambino taciturno e dall'aspetto inquietante, a causa di una malformazione che gli rende la dentatura simile a quella di un maiale, è stato sempre accompagnato da sinistre maldicenze: come quella di aver sbranato la sorellina appena nata nella culla per invidia o di essere il frutto diabolico di un aberrante rapporto sessuale tra sua madre ed un verro selvatico. La madre di Emilio, donna ricca e potente discendente di una nobile famiglia, ha sempre sostenuto con generose donazioni la causa della Democrazia Cristiana e, quindi, in prossimità delle imminenti elezioni, il compito di Momenté è quello di evitare ad ogni costo che la chiesa risulti coinvolta nel delitto e nella conseguente indagine giudiziaria. Una volta giunto a destinazione l'uomo si troverà davanti una realtà complessa e misteriosa, fatta di segreti e antiche leggende, e dovrà affrontare in prima persona una serie di agghiaccianti avvenimenti. Cinefili a parte, forse non tutti sanno che il regista Pupi Avati, celebre per le sue commedie malinconiche e delicate, ha sempre avuto una sincera predilezione per il genere horror, declinandolo secondo la sua personale percezione artistica e visione del mondo. Un genere con cui si è già diverse volte confrontato, dando vita a film eccellenti, tra i migliori della sua ricca filmografia. Non è scorretto dire che Avati ha inventato un nuovo tipo di horror, che potrebbe essere definito come "gotico padano", non solo per la collocazione geografica (la "Bassa" Padana è da sempre il luogo del cuore dell'autore) ma anche per altre caratteristiche originali come la solarità degli scenari, l'ambientazione rurale, provinciale e solitamente d'epoca, il legame simbiotico con quel vasto sottobosco di credenze spaventose tipiche degli ambienti di paese. Il regista ha espressamente dichiarato di essersi ispirato per questo film (tratto dal romanzo omonimo scritto da lui stesso) ai vecchi racconti che i nonni facevano davanti al camino nelle case di campagna per terrorizzare i nipoti. Il signor Diavolo rispecchia pienamente questi canoni e segna un felice ritorno dell'autore bolognese al suo secondo amore cinematografico: l'horror. Anche stavolta ci troviamo di fronte a una pellicola densa di suggestioni macabre, di atmosfere inquietanti, di elementi arcani, avvolti in uno scenario minaccioso e reticente che si muove al confine tra reale e soprannaturale, religioso e superstizioso. Cupo e raffinato nella messa in scena d'antan, il film procede seguendo la prospettiva del protagonista e della sua indagine, di cui lo spettatore viene reso partecipe nel progressivo disvelarsi dell'oscuro segreto che si nasconde dietro alla vicenda. Un mistero che verrà risolto, come al solito, con un finale a sorpresa. Gli attori e i caratteristi (molti dei quali sono degli habitué dei film di Avati) hanno tutti la faccia "giusta" per il rispettivo ruolo. Tra questi ricordiamo Gabriel Lo Giudice, Chiara Caselli, Alessandro Haber, Gianni Cavina, Chiara Sani e Lino Capolicchio. Un ulteriore punto di forza del film è l'interessante analisi sull'antica associazione tra il demoniaco e la deformità fisica, tipica di molti ambienti gretti e ignoranti delle nostre province rurali. Consigliato a tutti gli amanti dei brividi nostrani.
 
Voto:
voto: 4/5

sabato 3 aprile 2021

Loro (2018) di Paolo Sorrentino

Vita pubblica e privata di Silvio Berlusconi nel periodo compreso tra il 2005 e il 2009, ovvero il tramonto del suo lungo impero politico e di quel "movimento" ideologico, mediatico, sociale e di costume che viene solitamente definito "berlusconismo". Quando il regista Paolo Sorrentino ha annunciato di voler realizzare un film su Berlusconi, figura emblematica e catalizzante della storia recente italiana, in molti sono rimasti perplessi e si sono posti la naturale domanda: è davvero necessario? Che altro si potrà mai dire di nuovo, di interessante, di originale su un personaggio così famoso, discusso, controverso, amato e odiato, adulato e criticato, scimmiottato e vilipeso, specchio scintillante e opaco (a seconda dei punti di vista) di vizi e virtù della nostra "italietta" carica di contraddizioni? Affidandosi alle spalle larghe del suo attore feticcio, Toni Servillo, ancora una volta abilissimo nell'indossare una "maschera" nazional-popolare rimanendo sempre in bilico sull'orlo tra la macchietta e la credibilità, il regista napoletano si è avventurato in questo ginepraio biografico, probabilmente fuori tempo massimo, avvalendosi di un cast di prim'ordine in cui, bisogna riconoscerlo, tutti sono bravi: dal mattatore Servillo all'intensa Elena Sofia Ricci, da Fabrizio Bentivoglio ad Anna Bonaiuto, senza dimenticare quel grande professionista di Ugo Pagliai e persino Kasia Smutniak, che dimostra di avere il physique du rôle per interpretare "l'ape regina". L'unica nota stonata appare invece il solito inespressivo ed onnipresente Riccardo Scamarcio, nei panni di Sergio Morra. Come suona evidente già dal titolo quest'ottavo lungometraggio di Sorrentino, più che un film su Berlusconi, è un film sul "berlusconismo", e sui berlusconiani (i "loro" del titolo). E qui si gioca, con graffiante ironia, sulla dicotomia loro-noi e, quindi, su quell'ipocrisia tutta italiana secondo la quale tantissimi, in quegli anni, si chiedevano chi mai potesse votare per Berlusconi, quasi "vergognandosi" di averlo fatto loro stessi, abbagliati dalle promesse affabulatrici di un uomo di successo, abilissimo nell'alimentare il suo stesso mito, fino a diventare il modello del desiderio dell'italiano medio. Un uomo capace come nessun altro di "vendere" sè stesso a tutti noi, come in una televendita delle sue reti commerciali. Il film ci mostra dunque tutto quello che ci aspettiamo e che già sappiamo, mettendo in risalto, per tutta la sua prima metà, quel triste e scellerato "circo" di nani, ballerine, adulatori, faccendieri, parassiti, ruffiani e lacchè che vivevano all'ombra del cavaliere, per accaparrarsi avidamente fugaci lampi di luce riflessa o le briciole dell'opulento baccanale. L'idea di far entrare in scena  Berlusconi/Servillo dopo quasi un'ora (tra l'altro in una sequenza di indubbio effetto comico farsesco), dopo che questi era stato costantemente nominato ed evocato tramite l'appellativo "LUI", è stata sicuramente vincente. Tutta la parte iniziale del film ne ha giovato, assumendo una prospettiva sarcasticamente originale. Peccato che poi tutto diventi più canonico e prevedibile, con troppe scene cabaret e troppa sarabanda di "veline" nude, scadendo spesso nel kitsch e nell'eccesso clownesco. Si salvano però gli scarti surreali, impreziositi dallo stile del regista che è sempre visivamente insigne, e il dialogo-confessione con la Lario che costituisce il cuore politico del film. Il finale "cristologico" sullo sfondo delle macerie del terremoto dell'Aquila appare invece di un effettismo esasperato. In sala è stato inizialmente distribuito diviso in due parti, poi successivamente riunite in un unico film. E la domanda iniziale ritorna, più che mai pertinente dopo la visione: era davvero necessario?
 
Voto:
voto: 3/5

Baarìa (2009) di Giuseppe Tornatore

La storia italiana che passa sullo sfondo di un paese siciliano, Bagheria, in provincia di Palermo, che fa da palcoscenico vivente, spettatore austero e complice conviviale di eventi e mutamenti, arbitro di destini e di amori, di utopie e di speranze disilluse. Un luogo geografico ma anche un luogo dell'anima, del cuore, della memoria. Attraverso le vicende di diverse generazioni della famiglia Torrenuova, si parte dai primi del '900 attraversando il ventennio fascista, la guerra, il referendum repubblicano, le lotte sindacali, la riforma agraria, le elezioni politiche del 1972. E si finisce con un epilogo surreale ambientato ai giorni nostri, un inserto onirico fantastico che chiude il cerchio dei ricordi e si ricongiunge con il prologo. Il protagonista è Peppino, figlio di un pastore con il vezzo della grande letteratura, che sarà prima bracciante, poi soldato e poi comunista militante, con la passione per la politica e per la bella Mannina, da lui sposata, contro il volere della famiglia di lei, grazie alla classica "fuitina" siciliana. Baarìa è il più ambizioso, il più costoso e anche il più controverso dei film di Giuseppe Tornatore, narratore di razza alla perenne ricerca della dimensione mitica, dell'elegia nostalgica, della celebrazione sentimentale, della poesia del quotidiano. Tutti elementi ovviamente ben presenti in questo suo opus n.11, quello che (per sua stessa ammissione) intendeva essere il film della sua vita, la summa della sua arte e della sua estetica, un kolossal omaggio alla sua Sicilia, trasfigurata attraverso il filtro sentimentale dei ricordi, delle ossessioni e dell'amore per il cinema che sono tipici dell'autore. Sono altresì presenti (e in abbondanza) i difetti tipici del regista: magniloquenza, ridondanza, pedante esasperazione espressiva. La ricerca di elementi magici, poetici, epici per elevare la dimensione delle tante (troppe?) vicende che si alternano come coloriti bozzetti, risulta efficace in alcuni casi, ma finisce anche per girare a vuoto in altri, accartocciandosi su sè stessa in uno sterile effettismo autoreferenziale. E' un film corale, altalenante e poco equilibrato, con molte luci e molte ombre, con una messa in scena grandiosa e alcune scene magistrali, ma anche politicamente pavido, storicamente riottoso e incerto sulla direzione da prendere. Dramma storico, satira di costume o affresco collettivo? E' di tutto un po', ma non abbastanza. Cast imponente con una lunga serie di brevi apparizioni "speciali", tra cui ricordiamo (oltre ai protagonisti Francesco Scianna e Margareth Madè): Lina Sastri, Ángela Molina, Ficarra e Picone, Aldo Baglio, Beppe Fiorello, Leo Gullotta, Luigi Lo Cascio, Michele Placido, Monica Bellucci. Girato in gran parte in Tunisia, dove è stata ricostruita la Bagheria antica, con un ingente numero di comparse e figuranti, ha anche avuto traversie giudiziarie per una sequenza di presunta crudeltà su animali e innumerevoli strascichi polemici per la mancata ammissione nella cinquina degli Oscar. In Sicilia e nel mondo è stato distribuito nella versione originale in dialetto siciliano con sottotitoli, nel resto d'Italia è invece stato doppiato in un siciliano "addolcito". Musiche di Ennio Morricone, più "laccate" e derivative rispetto ai suoi elevatissimi standard.
 
Voto:
voto: 3/5

La solitudine dei numeri primi (2010) di Saverio Costanzo

Alice e Mattia sono due giovani torinesi che condividono un trauma infantile che, in modi e tempi diversi, li ha segnati entrambi nel profondo. Più volte le loro esistenze si incrociano, si sfiorano, si toccano. I due sono evidentemente attratti reciprocamente, ma il tormento interiore che si portano nel cuore li spinge sempre lontani l'uno dall'altra. Dal romanzo omonimo di Paolo Giordano (che ha collaborato anche in qualità di cosceneggiatore), Saverio Costanzo (figlio del celebre Maurizio) ha tratto un dramma psico-sentimentale a tinte horror, un angoscioso racconto per immagini le cui atmosfere rimandano direttamente ai grandi maestri del genere (da Argento a Polanski, senza dimenticare Mario Bava). Distaccandosi più volte dal racconto ispiratore, in una maniera che denota una chiara personalità artistica, Costanzo abbraccia uno stile visivo "di genere" di pregnante connotazione e sceglie, coraggiosamente, una narrazione destrutturata attraverso la continua alternanza dei piani temporali, con un montaggio espressivo che intende sovrapporre quello che accade fuori con quello che accade dentro i protagonisti: due angeli "maledetti", vittime di un'infanzia crudele e carnefici inconsapevoli del proprio destino. Lo schema espositivo non lineare mira a suggerire, molto ambiziosamente, il processo psicoanalitico con cui si persegue la ricerca (e successiva presa di coscienza) di quel rimosso nascosto nel buio della psiche che è effetto di un evento traumatico e origine del male di vivere.  Il tema centrale, proprio come nel libro, è quello della famiglia come elemento cruciale di imprinting, a volte con conseguenze così castranti da rendere una dolorosa via crucis ogni tentativo di successivo affrancamento individuale. Grandi interpretazioni di Alba Rohrwacher e Luca Marinelli ed ottimo riscontro generale da parte della critica. E proprio grazie a questo film (che è una delle migliori pellicole nostrane del suo decennio) la Rohrwacher si avvierà a grandi passi verso quel ruolo, che ormai tutti le riconoscono, di emblema del cinema italiano di qualità.
 
Voto:
voto: 4/5

Parasite (Gisaengchung, 2019) di Bong Joon Ho

L'incontro tra due famiglie agli antipodi nell'odierna Seul darà il via ad un'incredibile catena di situazioni tragicamente grottesche. I Kim (padre, madre e due figli adolescenti molto svegli) sono dei proletari molto uniti tra loro, che vivono in un lercio seminterrato periferico e sopravvivono, arrangiandosi, tra sussidi ed espedienti non sempre ortodossi. I Park appartengono all'alta borghesia rampante, ricca e raffinata, e abitano in una lussuosa villa con giardino che è un autentico capolavoro architettonico. Il capofamiglia è uno zelante direttore d'azienda e la moglie una donna ingenua che si occupa della crescita dei figli: una femmina adolescente sognante ed un piccolo maschietto capriccioso. Spacciandosi per altri i quattro Kim riescono, con estrema furbizia, a intrufolarsi nella vita benestante dei Park, facendosi assumere tutti uno alla volta e senza rivelare il loro legame. Il padre come autista, la madre come cameriera, il figlio come insegnante d'inglese e la figlia come esperta di terapia artistica. La silenziosa invasione dei "parassiti" Kim provoca il licenziamento della vecchia governante di casa, la signora Gook, che però ha un oscuro inconfessabile segreto da nascondere. Splendida commedia nera di Bong Joon Ho, che realizza una straniante parabola moderna sulla lotta di classe attraverso l'agile contaminazione di generi diversi, passando dalla farsa kafkiana al thriller tragico, dal dramma sociale all'horror, senza mai perdere un colpo o una battuta, dimostrando ammirevole equilibrio, coerenza e lucidità dello sguardo. Districandosi abilmente tra eccessi improvvisi, squarci surreali, momenti di autentica suspense e situazioni paradossali, il film riesce ad appassionare, inquietare e sorprendere, ci regala più di una sequenza memorabile e ci offre un'acida visione della società capitalistica contemporanea (coreana, ma non solo) e delle idiosincrasie sia sociali che familiari. Con una messa in scena magnifica e glaciale, analizza nel profondo la natura umana nelle sue declinazioni tribali e collettive, rivolgendosi particolarmente al miraggio ossessivo della "scalata economica" e mettendo in antitesi l'ipocrisia dello "schiavismo gentile" (la moderna forma di controllo dei ricchi sui poveri) e la furiosa rapacità del sottoproletariato, disposto persino ad una sanguinosa lotta intestina pur di realizzare il sogno congenito di quel riscatto sociale, vanamente promesso dall'utopia del nuovo liberismo. Emblematico in tal senso il dialogo in cui i Kim, mentre gozzovigliano senza ritegno nel mega salone della casa in cui si sono subdolamente insediati, si chiedono se i ricchi sono tali perchè gentili o se sono gentili perchè ricchi. E' un film autorevole, solido, metaforico, denso di implicazioni e spunti di riflessione, ed anche saggiamente equanime nel parteggiare per l'uno o l'altro dei "contendenti". E' anche un tentativo (perfettamente riuscito) di conciliare il grande cinema d'autore (solitamente ostico per il pubblico di massa) con quello popolare di qualità. Plebiscitario successo di critica in tutto il mondo e inattesa incetta di premi importanti, indubbiamente meritati: Palma d'Oro al Festival di Cannes (con voto unanime della giuria) e quattro Oscar "pesanti" (miglior film, miglior film straniero, miglior regia e migliore sceneggiatura originale). E' stato il primo film non anglofono a vincere l'Oscar più ambito. Un traguardo storico.
 
Voto:
voto: 4,5/5