domenica 25 gennaio 2015

Ombre malesi (The Letter, 1940) di William Wyler

Robert e Leslie vivono in una piantagione in Malesia e sono una coppia apparentemente solida e felice. Ma Robert è spesso assente e Leslie nasconde un’antica infelicità coniugale ed un’amante inglese, Hammond. Innamorata follemente di Hammond e gelosa di sua moglie, una donna indigena, Leslie uccide il suo amante con un colpo di rivoltella. Per difendersi dall’arresto inventa una storia di tentativo di stupro e di legittima difesa, ma la moglie dell’inglese ha una lettera che dimostra la relazione sessuale tra la vittima e l’assassina. Dal racconto omonimo di William Somerset Maugham, già adattato per il cinema da Jean de Limur nel 1929, Wyler ha tratto un melodramma morboso, di grande fascino estetico, atmosfere ambigue, appassionante nell’intreccio e denso di suggestioni torbide. Questo noir tropicale, sebbene poco conosciuto, è l’opera migliore, più tesa e matura del regista americano, conosciuto principalmente per le sue pellicole pluripremiate e di grande successo, come Ben-Hur, Vacanze romane, La signora Miniver e I migliori anni della nostra vita. Il senso più intimo del film, celato sotto la coltre di melò criminale, è politico: la crisi irreversibile del colonialismo britannico, simboleggiata dalla vicenda di Robert e Leslie che, sotto una facciata impeccabile, nascondono un cuore di tenebra, in un avamposto estremo della “civiltà”, in cui però, simbolicamente, l’atto più civile sarà quello di un’indigena locale. Fenomenale la regia, con una cura maniacale dei dettagli, una sapiente enfatizzazione delle atmosfere sordide ed un rigoroso scandaglio psicologico dei personaggi. Ma l’apice del lavoro di Wyler è nella memorabile sequenza iniziale: il delitto nella piantagione, introdotto da una panoramica di particolari in primo piano, sotto la luce spettrale della luna piena. Alcuni critici non gradirono il finale punitivo, che però non è affatto lieto né dissonante col tono dell’opera, probabilmente imposto dalla produzione, in rispetto del dogmatico “codice Hays”, incubo di molti registi hollywoodiani del periodo “classico”. Bravissima, come sempre, Bette Davis, che ci regala un’altra gemma nella sua invidiabile collezione di cattive straordinarie e che, sul set, ebbe un rapporto tempestoso, ma proficuo, con il regista. Il film ebbe sette candidature agli Oscar, tra cui la quarta alla Davis, senza vincere alcun premio. Nella versione italiana l’avvocato John Withers, interpretato da Bruce Lester, è doppiato da un giovane Alberto Sordi.

Voto:
voto: 4,5/5

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