martedì 23 novembre 2021

Buffalo Bill e gli indiani (Buffalo Bill and the Indians or Sitting Bull's History Lesson, 1976) di Robert Altman

William F. Cody, passato alla storia come Buffalo Bill, si è ritirato da un pezzo e si è dato al mondo dello spettacolo, dirigendo un circo in cui rievoca tutte le sue imprese tra gli applausi del pubblico. Per ravvivare lo show e trovare un valido interlocutore in opposizione, Cody ingaggia il famoso capo indiano Toro Seduto, ma il rapporto tra i due sarà sempre complicato e portatore di caos. Dietro le quinte si aggira l'impresario e mente dell'operazione, Ned Buntline, che ha saputo trasformare un rozzo cacciatore di bisonti in un mito popolare, ingigantendone i meriti e inventando di sana pianta molte delle sue eroiche azioni. Forse è proprio per questo che Cody lo respinge, e forse intimamente lo odia, perchè non riesce più a reggere il peso ingombrante di Buffalo Bill, un eroe leggendario che in realtà non esiste. Pungente anti-western iconoclasta di Robert Altman, scritto dal regista insieme ad Alan Rudolph, liberamente ispirato alla commedia teatrale "The Indians" di Arthur Kopit, prodotto ad alto budget da Dino De Laurentiis e interpretato da un cast di stelle come Paul Newman, Burt Lancaster e Harvey Keitel. Come già fatto ampiamente nell'altro suo capolavoro western I compari (McCabe & Mrs. Miller, 1971), il "diabolico" autore, grazie ad una lucida operazione di rilettura in chiave perfidamente realistica, distrugge la mitologia hollywoodiana del western eroico, focalizzandosi su una delle radici fondanti del mito: l'eroe per eccellenza della vecchia frontiera, Buffalo Bill. Attraverso la perfetta interpretazione di Paul Newman, Altman lo rappresenta come un uomo stanco e volubile, pieno di manie e di fragilità, schiacciato dalla sua fama che sente di non sopportare e di non meritare, decretando così il clamoroso falso storico. E' inevitabile che la memoria del cinefilo vada immediatamente alla celeberrima frase su storia e leggenda contenuta nell'epilogo del capolavoro fordiano L'uomo che uccise Liberty Valance (The Man Who Shot Liberty Valance, 1962), che già aveva riassunto, concettualmente, il nocciolo della questione. Ma Altman va ben oltre questo, realizzando un autentico trattato teorico, dalle suggestioni brechtiane, sul rapporto ambiguo tra realtà e finzione, e, di conseguenza, sull'operazione di manipolazione e di mistificazione che sta alla base della correlazione. E il discorso non va ristretto solo a Buffalo Bill o al genere western, ma, probabilmente, al cinema stesso. Cos'altro è in fondo il cinema se non il falso per eccellenza? la necessità di "abbellire" una storia per renderla più interessante e quindi degna di essere raccontata, provocando emozioni nel pubblico? Lo stesso Altman dichiarò pubblicamente in un'intervista che, a suo avviso, Buffalo Bill fosse la prima star ante litteram dello showbiz americano, il progenitore di quello che poi diventerà Hollywood. E' per questo che definire questo film semplicemente un "western" è del tutto riduttivo. Trattasi invece di un saggio ideologico che demistifica e fa autocritica sull'essenza stessa del concetto di "spettacolo", partendo dal famoso cacciatore di bisonti e finendo alla fabbrica dei sogni per eccellenza. Un'operazione che solo il geniale "demonio" chiamato "Bob" poteva pensare di realizzare. Il film è stato premiato con l'Orso d'oro al Festival di Berlino e venne generalmente più apprezzato in Europa che negli Stati Uniti.

Voto:
voto: 4,5/5

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