lunedì 8 novembre 2021

The Report (2019) di Scott Z. Burns

Daniel Jones è un elemento di spicco dello staff della senatrice Dianne Feinstein, incaricato di indagare sui presunti metodi di interrogatorio disumani da parte della CIA nei confronti dei terroristi di Al Qaeda dopo l'11 settembre. Quello che Jones scopre è sconcertante, ancora peggiore delle "voci di corridoio" che erano trapelate sui mass media: torture, abusi di ogni tipo, violazione costante dei diritti umani sono praticamente la norma delle pratiche di "convincimento" adottate dai servizi segreti e dai militari per estorcere confessioni ai prigionieri. Quando le alte sfere del potere vengono a conoscenza del Report investigativo prodotto da Daniel, cercano in tutti i modi di fermarlo, per insabbiare la cosa e impedire la pubblicazione dei risultati. Di fronte alle resistenze dell'uomo, zelante e integerrimo, il governo cerca di infangarne la reputazione, accusandolo di attività di hackeraggio informatico. Dramma di denuncia politica scritto e diretto da Scott Z. Burns, che si muove sulla scia del grande cinema americano di impegno civile e di critica sociale che ebbe il suo apogeo nel periodo della New Hollywood. Con uno stile asciutto e ruvido, piantagrane nel tono e minimale nella forma, il regista sacrifica ogni elemento "accessorio" della narrazione cinematografica alla tesi morale che intende perseguire, avvicinandosi più al resoconto cronachistico che al racconto per immagini. Il risultato è un film freddo e cerebrale, indignato e importante, un attacco frontale al potere politico che non fa sconti, non fa prigionieri e non risparmia nessuno, tirando in ballo il governo, la presidenza, la CIA, i giornalisti e persino quelle opere letterarie o cinematografiche che avrebbero implicitamente "accettato" il sistema di interrogatorio tramite torture come un male "necessario", perchè portatore di risultati dal punto di vista investigativo. Se la legittimità etica dell'opera è indiscutibile e non negoziabile, bisogna anche ammettere che un approccio così netto, assolutistico ed antiemozionale finisce per diventare stucchevole, fazioso, poco lucido e poco equanime, un turgido panegirico ideologico privo di sfumature e quindi sensazionalistico nell'essenza, poco interessante dal punto di vista dello stimolo riflessivo che dovrebbe indurre nello spettatore. Eccellenti le interpretazioni dei due attori principali, Adam Driver e Annette Bening, mentre il resto del cast appare più ingessato, più convenzionale e non alla loro altezza espressiva. Il messaggio finale della pellicola, veemente e condivisibile ma declinato con estrema rigidità, è che la tortura non è soltanto sbagliata, immorale e umanamente inaccettabile, ma anche inutile ai fini strettamente inquisitivi, perchè spinge i prigionieri a dire false verità pur di far cessare il tormento psicofisico. Ergo, non solo il fine non giustifica i mezzi, ma questi mezzi non conducono a nessun fine.

Voto:
voto: 3/5

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