giovedì 18 novembre 2021

Un matrimonio all'inglese (Easy Virtue, 2008) di Stephan Elliott

John Witthaker, giovane rampollo di una famiglia inglese nobile e bacchettona, incontra in Costa Azzurra la bella americana Larita, un uragano biondo che trasuda sensualità, emancipazione e anticonformismo. In breve i due s'innamorano e si sposano, con John che è letteralmente pazzo di lei. Arriva però il momento di presentarla alla sua famiglia, che vive "mummificata" nelle sue rigide tradizioni in una grande villa nella campagna britannica. L'incontro sarà causa di molte scintille e ben presto tutte le donne Witthaker si metteranno implicitamente contro la spigliata ragazza venuta da Detroit. Ma Larita sa il fatto suo, ha la pellaccia dura e troverà anche un inatteso "complice". Brillante commedia sentimentale di Stephan Elliott, che ha liberamente adattato la pièce teatrale "Easy Virtue" di Noël Coward del 1924, già portata sul grande schermo da Alfred Hitchcock nell'omonimo film muto del 1928. Dopo un'assenza forzata di quasi 10 anni a causa di un grave incidente sciistico, il bravo regista australiano fa il suo rientro in scena con un film brioso, audace, elegantissimo e sardonico, tutto costruito sui contrasti: America contro Inghilterra, nuovo (mondo) contro vecchio (mondo), indipendenza contro conformismo, sincerità contro ipocrisia, innovazione contro tradizione. Forte di una messa in scena sontuosa, di uno stile raffinato, di una sottile carica pepata contro la falsità del perbenismo, di sequenze che alternano perfido sarcasmo a gioioso umorismo e di un cast in grande spolvero che ha le sue punte di diamante in Jessica Biel e Colin Firth, e poi a seguire Kristin Scott Thomas, Kimberley Nixon, Ben Barnes e Katherine Parkinson, questo piccolo gioiello al vetriolo è ben più sottile e acuminato di quello che potrebbe apparire ad una visione superficiale. Firth detta i tempi ed emana autorevolezza, ma la Biel, al suo primo ruolo da protagonista assoluta, è sorprendente, oltre che ciclonica, radiosa e bellissima, soprattutto per la sua insospettabile verve ironica che, finora, aveva tenuto tutta per sè. Rispetto alla pellicola hitchcockiana del '28 questa versione di Stephan  Elliott (autore anche della sceneggiatura insieme a Sheridan Jobbins) presenta due sostanziali differenze: si focalizza sulla seconda parte del racconto (la prima metà del film di Hitchcock era dedicata alla vita di Larita prima di incontrare Witthaker, al suo precedente matrimonio e alla morte del suo primo marito, eventi che qui vengono solo raccontati). E poi il finale è diverso (con una netta preferenza per quello di Elliott), così come alcuni aspetti del passato di Larita. E' davvero un gradito ritorno quello del regista di Sydney, che ci delizia con quest'opera fresca, graffiante, energica e prodiga di charme e di frecciate a profusione.

Voto:
voto: 3,5/5

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