Per
sfuggire ad una guerra imprecisata, una coppia di violinisti, Eva e Jan
Rosenberg, si rifugia su un’isola appartata, scegliendo una vita campestre ed
egoisticamente lontana dai problemi sociali. Ma la loro tranquillità non durerà
a lungo perché l’artiglio feroce della guerra li raggiunge anche in quel remoto
angolo di mondo, dove i due si illudevano di poter vivere al riparo dall’orrore.
Aspro dramma bellico di Bergman che vuol essere, nella sua costante
oscillazione tra naturalismo realistico e simbolismo astratto, un duro monito
contro la guerra, che qui viene raffigurata come un demone archetipo, un
concetto ancestrale, un male primordiale contagioso che affligge la Storia e accende
gli istinti brutali dell’essere umano. E’ un film duro e crudo, di grande
potenza figurativa, che trova il modo di incastonare il consueto conflitto strindberghiano
di coppia in uno sfondo storico e sociale di ampia portata tragica, con
immagini possenti e terribili che virano nel fosco affresco funereo.
Straordinari gli attori, con menzione speciale per Liv Ullmann, Max von Sydow e
Gunnar Björnstrand, e assolutamente memorabile la sequenza finale, con la barca
sul mare pieno di cadaveri, da inserire a pieno diritto in un’ideale antologia
di visioni bergmaniane. Generalmente poco apprezzato dalla critica italiana e,
più in generale, europea, fu fortemente osteggiato in Svezia, mentre venne
assai apprezzato oltre oceano, dove raccolse consensi quasi unanimi. Il regista
si è espresso chiaramente sul film nel suo libro “Immagini” del 1992, dicendo: “La
prima parte, dedicata alla guerra, è brutta, la seconda parte, sugli effetti
della guerra, è bella”. Un pensiero/giudizio forse troppo intransigente ma
non privo di un suo fondamento di verità.
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