giovedì 3 agosto 2017

Jungle Fever (Jungle Fever, 1991) di Spike Lee

Flipper Purify, giovane architetto di colore, uomo di successo, felicemente sposato e con una figlia che adora, si prende una sbandata per la sua nuova segretaria, Angie Tulli, bianca, di origine italiana, succube di un padre autoritario e di due fratelli a cui è costretta a fare da "serva". Per quanto la stessa Angie sia sentimentalmente impegnata, la passione scoppia incontrollabile e i due vivranno una storia d'amore intensa e tormentata. Infatti i rispettivi ambienti, sia familiari sia sociali, si dimostreranno apertamente ostili verso l'altro (soprattutto per pregiudizi razziali), provocando una crescente frustrazione ai due amanti. E quando la "febbre" dell'attrazione sarà scemata, Flipper e Angie si troveranno a tracciare un amaro bilancio della loro storia e finiranno per tornare mestamente alla loro vecchia vita. Il quinto lungometraggio di Spike Lee è un lucido dramma sociale che affronta con veemenza due problemi che al regista stanno particolarmente a cuore: quello del razzismo (ovvero delle difficoltà che ancora oggi i rapporti interrazziali sono costretti ad affrontare) e quello della droga. Con il suo approccio veracemente carnale ed una certa frenesia narrativa, l'autore cerca sempre di catturare l'altra faccia di New York, quella solitamente nascosta e lontana dai riflettori, quella dei sobborghi degradati e dei compromessi quotidiani, cercando di stanare il verme che si annida nel cuore della "grande mela". L'argomento droga si risolve in una secca condanna inappellabile, mentre quello del pregiudizio razziale (che ha sempre ossessionato il regista newyorchese) vede l'alternarsi di una caustica denuncia e di un eccesso di risentimento, come se l'artista Lee, evidentemente troppo coinvolto, non riuscisse ad attuare il giusto distacco emotivo dalla materia trattata, perdendo quindi di obiettività e rendendo la sua critica troppo astiosa. Al di là di questo il film ha energia, concretezza, solidità e anche la giusta dose di sarcastico umorismo, posto al servizio dei personaggi egregiamente rappresentati nella loro connotazione simbolica. Ottime le musiche scritte da Stevie Wonder e splendida la squadra d'interpreti tra cui citiamo Wesley Snipes, Annabella Sciorra, Spike Lee, Samuel L. Jackson (premiato a Cannes come miglior attore non protagonista), Ossie Davis, John Turturro e Anthony Quinn.

Voto:
voto: 3,5/5

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