martedì 1 agosto 2017

Salvate la tigre (Save the Tiger, 1973) di John G. Avildsen

Harry Stoner, imprenditore e presidente di una ditta di abbigliamento femminile, è come una tigre: una specie rara in via di estinzione. Stoner è un uomo tutto d'un pezzo, che crede ancora nell'onestà individuale, nella meritocrazia e nel lavoro come mezzo di benessere collettivo anziché  personale. Carico di nostalgia per i vecchi tempi passati quando erano in tanti quelli come lui, il nostro vive con estremo disagio il cambiamento della società, ormai dominata da compromessi, inganni, egoismo, materialismo e mancanza di scrupoli. Ma quando la sua azienda entra in grave crisi finanziaria e rischia la chiusura, con conseguente perdita del lavoro da parte dei suoi dipendenti, Stoner dovrà fare un'ardua scelta: seguire i suoi principi morali o adeguarsi al malcostume dei tempi moderni. Perfido dramma sociale di John G. Avildsen, fatto su misura, come un elegante abito sartoriale, per il suo splendido protagonista, un Jack Lemmon intenso e spiazzante come non mai, premiato in maniera sacrosanta con l'Oscar al miglior attore protagonista. Tra le pieghe di un racconto nostalgico sulla dicotomia tra presente e passato, si nasconde una parabola acida sull'ipocrisia del conformismo borghese, sulla tentazione che fa l'uomo ladro e sulla congenita debolezza della natura umana. La trasformazione del protagonista nella seconda parte è a rischio di cortocircuito narrativo, se non fosse per Lemmon che riesce a rendere credibile e naturale (e quindi molto inquietante) il percorso di cambiamento del personaggio. Quello che la pellicola intende mettere nel mirino (ma non sempre coglie in pieno il bersaglio) è quel meccanismo vorace e perverso insito nel capitalismo occidentale che tende all'appiattamento della morale, all'obnubilamento delle coscienze, all'ottundimento del libero pensiero ed alla giustificazione implicita dell'intrallazzo in nome del profitto. Non c'è da sorprendersi che il film piacque poco al pubblico americano che, a differenza di quello nostrano, non ama affatto specchiarsi nelle proprie meschinità. A parte Lemmon di cui abbiamo già parlato, è ottima l'intera squadra di interpreti, con Jack Gilford (premiato con l'Oscar come miglior attore non protagonista), Lara Parker e Thayer David. La pellicola si aggiudicò anche una terza statuetta, alla sceneggiatura di Steve Shagan.

Voto:
voto: 3,5/5

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