lunedì 21 agosto 2017

Stanno tutti bene (Stanno tutti bene, 1990) di Giuseppe Tornatore

Matteo Scuro, anziano vedovo siciliano di saldi principi morali da uomo all'antica, decide di fare un viaggio per andare a trovare i suoi cinque figli (a cui ha dato nomi altisonanti tratti da opere liriche), che vivono in cinque diverse città italiane. Fa quindi tappa a Napoli dove gli dicono che Alvaro è in viaggio premio per meriti lavorativi e quindi riparte senza vederlo. Poi arriva a Roma dove incontra Canio, che lui crede un futuro politico ma che invece è un umile collaboratore di partito che scrive discorsi per un famoso parlamentare. A Firenze si reca da Tosca, che per lui è un'attrice mentre la ragazza tira a campare come modella di intimo per crescere un figlio di padre ignoto. A Milano fa visita a Guglielmo che sognava di diventare un grande direttore d'orchestra ma che si accontenta di suonare la grancassa in un anonimo complesso con malcelata insoddisfazione. L'ultima tappa è Torino dove c'è Norma, che è in crisi matrimoniale e lavora come centralinista addetta ai telegrammi, mentre, nell'ingenuo immaginario paterno, è una dirigente della compagnia telefonica nazionale. Tutti i suoi figli hanno vite problematiche, sono afflitti e delusi, ma preferiscono (mettendosi d'accordo tra loro) raccontare al vecchio padre quello che lui vorrebbe sentirsi dire da loro, allo scopo di fargli vivere una serena vecchiaia, tacendogli persino la scomparsa di Alvaro, che risulta disperso in mare da alcuni mesi. Ma Matteo non è uno stupido e il suo ritorno in Sicilia sarà carico di amarezza, anche se lui stesso preferirà raccontare una bugia "a fin di bene" sulla tomba dell'amata moglie. Pretenzioso e magniloquente dramma familiare di Tornatore che, nel suo viaggio simbolico attraverso lo stivale italiano da sud verso nord, mette a confronto due concezioni diverse di intendere la vita: da un lato ci sono i valori, gli ideali e la fierezza della vecchia generazione patriarcale che è sopravvissuta alla guerra ed ha cercato di ricostruire il paese affinché i figli trovassero un mondo migliore. Dall'altro c'è lo smarrimento e la depressione di coloro che la guerra l'hanno solo sentita nei racconti e che, cresciuti con l'illusione del benessere e col miraggio del successo, si ritrovano a fare i conti con le delusioni che la vita ha sempre dispensato, ma privi dei necessari anticorpi. L'ambizioso progetto narrativo, pur impreziosito dall'ottima interpretazione di un intenso Marcello Mastroianni, finisce però per perdersi tra retorica e sentimentalismo, in un accumulo costante di scene madri che ricercano la facile commozione facendo leva sulle emozioni più banali. L'amarezza della parabola metaforica sull'Italia di oggi è fin troppo greve ed effettistica nel suo programmatico dolorismo che intende suscitare la malinconia del passato ed il fin troppo semplicistico "si stava meglio quando si stava peggio". Nonostante il grande sforzo produttivo, la buona impaginazione estetica, la performance di un fuoriclasse della recitazione come Mastroianni e le (solite) belle musiche del Maestro Morricone, ci troviamo di fronte a uno dei film più scialbi e deludenti del regista siciliano, vittima eccellente della sua stessa pomposità concettuale. In America ne hanno anche tratto un insipido remake con Robert De Niro: Stanno tutti bene - Everybody's Fine (Everybody's Fine, 2009) di Kirk Jones.

Voto:
voto: 2,5/5

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