venerdì 4 agosto 2017

Moebius (Moibi-useu, 2013) di Kim Ki-duk

Una moglie rabbiosa intende punire duramente il marito per il suo ennesimo tradimento e cerca di evirarlo ripetutamente, ma non ci riesce. Per vendetta trasversale decide allora di evirare il figlio per poi fuggire e dileguarsi nel nulla. I due uomini restano sopraffatti dal dolore, con il padre che si sente in colpa e il figlio che soffre per la menomazione fisica e la perdita di una vita sessuale. Il padre tenta di riparare, prima cercando di far provare al ragazzo l'orgasmo attraverso il dolore fisico, usando le tecniche del sadomasochismo, e poi facendo trapiantare il proprio pene al figlio, che, intanto, è diventato vittima di abusi di ogni tipo da parte dei bulli del quartiere. Proprio mentre il giovane si rallegra dell'inatteso "regalo", la madre torna a casa e sarà l'inizio di una tragedia ancora più grande. L'opus numero 19 di Kim Ki-duk è il suo film più estremo, radicale, disturbante e provocatorio. Un punto di non ritorno, una svolta inattesa, una summa di morbosa astrazione della sua poetica della carne e del sangue, il lato oscuro del precedente (e già controverso) Pietà, una storia di una banalità irritante e di una crudeltà sconcertante, la cui velenosa dimensione simbolica stordisce più della forza scioccante delle cruente immagini, ma stimola parimenti la psiche con una miriade di suggestioni torbide: sessualità, istinti primordiali, onanismo, complesso di Edipo, tragedia greca, incesto, rapporto tra piacere e dolore, guerra tra i sessi, perversioni, annichilimento. L'intento urticante dell'autore è chiaro fin dalla prima scena a causa dell'alto sperimentalismo formale che nega completamente il dialogo (nel film i personaggi non parlano mai, ma si esprimono attraverso gesti, espressioni, rumori, suoni gutturali, urla e linguaggio del corpo) e abbraccia un'estetica rozza e sporca, con un utilizzo volutamente grezzo del digitale, che fa pensare ad un porno amatoriale giapponese. Già in questa scelta straniante (specie se confrontata all'alta rarefazione stilistica e alla bellezza delle immagini delle sue opere migliori), il regista esterna il suo proposito di realizzare un'opera di rottura, un'allegoria mordace del desiderio sessuale (non a caso il membro maschile è l'elemento centrale della narrazione), una riflessione filosofica sulla subdola relazione tra erotismo e violenza che trova il suo nefasto compimento teorico nel disfacimento del corpo. Perchè è il corpo il vero protagonista del film, attraverso tutte le sue emanazioni (sangue, sperma, sudore, lacrime). Il corpo diventa il macabro talamo di tutte le pulsioni belluine, il palcoscenico del cortocircuito distruttivo messo in atto da Kim Ki-duk con un'audace metafora sottilmente autoironica. Il corpo del padre, il corpo della madre, il corpo del figlio, il corpo come archetipo e, quindi, il suo stesso corpo. Ma anche il corpo inteso come "cinema", perchè Moebius è una pellicola iconoclasta e salace, una commedia nerissima e crudele che intende distruggere per scioccare, resettare per poi ripartire, ricominciando da capo. Siamo di fronte ad una nuova alba per la "settima arte" ? Il cinema "3.0" ? Forse è un po' troppo, ma di certo la presunzione narcisistica non manca al regista coreano, così come il genio visionario. La messa in scena fortemente cruenta è "alleggerita" dall'esasperato antirealismo delle situazioni e dal tono grottesco che vira nella farsa irridente e sanguinaria, tendendo ad un tragicomico delirio slapstick di malsana astrazione psicosessuale. Nella sua aspra parabola granguignolesca, sotto la carica brutale delle immagini, il film nasconde un doloroso e primordiale percorso di purificazione spirituale (tipico delle opere di Ki-duk), definitivo e aberrante, ma anche necessario per il totale azzeramento simbolico conseguito attraverso la progressione sesso-violenza-psicologia-castrazione-catarsi. Al riguardo dell'opera l'autore ha detto: "Io sono il padre, la madre è me e la madre è il padre. In origine nasciamo nel desiderio e ci riproduciamo nel desiderio. Quindi siamo collegati in un tutt'uno come il nastro di Moebius e io finisco per invidiare, odiare e amare me stesso". E tutto questo conduce, programmaticamente, all'annullamento assoluto del corpo, inteso in senso auto psicoanalitico e artistico, ovvero morte dell'artista e del suo vecchio modo di fare cinema. Massacrato dalla censura internazionale, che ha imposto numerosi tagli, e presentato in anteprima (tra pochi applausi e molti strepiti di orrore o di scherno) al Festival di Venezia, è uscito in sala in pochissime copie nel nostro paese (venendo snobbato e subito ritirato) ed è una pellicola per cinefili preparati e scafati, assolutamente sconsigliata ai più sensibili o al pubblico mainstream, che fuggirebbe a gambe levate dopo pochi minuti. Eppure questa furiosa raffigurazione dell'insana decadenza dei rapporti sessuali e degli oscuri meandri dell'animo umano, che non concede un attimo di respiro allo spettatore con il suo tetro masochismo sarcastico, possiede molto della purezza libera e selvaggia del grande cinema d'autore, pretenzioso ma anche intrepido nella sua ricerca ossessiva di una poesia di efferata "redenzione". E', ovviamente, difficile mantenere una posizione neutrale rispetto ad un'opera così apertamente trasgressiva, ma viene piuttosto da chiedersi al riguardo: Capolavoro ? No. Pornografia del sadismo ? Neppure. Masturbazione psicologica ? Si. Incubo fallocentrico e allegorico di annientamento dei tabù sessuali ? Senza dubbio. Per la cronaca il titolo allude al "nastro di Moebius", che in topologia rappresenta un modello di superficie non orientabile, per la quale non è possibile stabilire la demarcazione tra faccia superiore (o esterna) e inferiore (o interna), proprio come nell'idea astratta di un corpo che sia uno (e quindi simbolo dell'ego) e trino (padre-madre-figlio, ovvero al di là delle barriere sessuali).

Voto:
voto: 4/5

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