lunedì 9 agosto 2021

Judy (2019) di Rupert Goold

Gli ultimi mesi di vita della celebre attrice Judy Garland, un tempo leggenda dell'età dell'oro della vecchia Hollywood e oggi in caduta libera, come donna e come artista: sola e depressa, affetta da insonnia cronica, in difficoltà economiche, con 4 matrimoni falliti alle spalle e una voce calante che è l'ombra di quella di una volta, le è rimasto solo il nome da sfruttare ancora. Per i suoi figli accetta un tour canoro a Londra, ma il ritorno sul palco, davanti al pubblico, fa riemergere i suoi demoni interiori: quelli di una ragazzina travolta dal successo troppo presto e priva dei necessari "anticorpi" per reggerne il peso estenuante. Dramma biografico di Rupert Goold, tratto dalla pièce teatrale "End of the Rainbow" di Peter Quilter, sul doloroso viale del tramonto di Judy Garland, di cui il film ci mostra principalmente il lato umano, le fragilità interiori, le nevrosi compulsive, la delusione profonda, l'amarezza di chi è stata sopraffatta, sedotta e poi abbandonata dalla perfida chimera del successo, una donna intimamente disperata, schiava dell'applauso del pubblico e del suo stesso mito ingombrante. Attraverso una serie di flashback sul passato della Judy adolescente, divenuta all'improvviso una star mondiale dopo l'oceanico successo de Il mago di Oz (1939), che la consacrò all'immaginario collettivo come formidabile cantante-attrice, ci vengono mostrati i sacrifici e le pressioni subite dallo spietato ambiente dello showbiz per curare la sua immagine (decisamente troppi per una ragazzina di 16 anni del tutto impreparata a gestire quel peso e quella fama) ed il patto col diavolo-Hollywood da lei sottoscritto per salire nell'effimero "Olimpo" delle stelle del cinema. Non sono temi affatto nuovi in un film, ci sono già stati numerosi (ed eccelsi) esempi di pellicole che ci hanno mostrato il lato oscuro dello scintillante mondo della "fabbrica dei sogni" per eccellenza, e quest'opera di Rupert Goold non spicca di certo nè per originalità, nè per meriti particolari in tal senso. Il suo lato più riuscito e interessante è l'analisi psicologica del personaggio della Garland e del suo lato fragile, messo in scena con efficacia e tenera partecipazione emotiva, senza abusare di retorica, di effettismi mielosi e di ricatti pietistici nei confronti dello spettatore. Il merito va, soprattutto, alla intensa e dolente interpretazione della protagonista, una Renée Zellweger matura ed espressiva, che ha abbandonato le smorfiette e i gridolini di gioventù per abbracciare un ruolo totalmente drammatico e cercare di cogliere l'anima del personaggio. Operazione riuscita, con il plauso e il riconoscimento di critici e addetti ai lavori, che le hanno tributato tutti i premi maggiori (tra cui l'Oscar alla miglior attrice protagonista). Di questo dramma esistenziale, di matrice e stile teatrale, resterà principalmente la bella prova attoriale della Zellweger.
 
Voto:
voto: 3/5

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