venerdì 27 agosto 2021

Leviathan (Leviafan, 2014) di Andrey Zvyagintsev

Kolya è un ex militare che vive a Teriberka, piccola cittadina rurale del nord della Russia sul Mare di Barents. Sposato con la giovane Lilya e con un figlio avuto da un precedente matrimonio, l'uomo gestisce un'officina meccanica e si sente appagato dalla sua vita. Ma Vadim, il sindaco corrotto e prepotente della comunità, vuole mettere le mani sulle sue proprietà e, dopo il netto rifiuto da parte di Kolya, agisce con la forza attraverso un atto di espropriazione illegale, protetto dalla connivenza della Chiesa ortodossa locale. Ma Kolya ha un carattere bellicoso e non intende subire passivamente il sopruso: con l'aiuto di un avvocato, suo ex compagno d'armi, intraprende un'aggressiva azione legale contro il sindaco per dimostrarne il comportamento illegale. Ma quando le cose sembrano volgere al meglio emergono altri problemi imprevisti. Il quarto lungometraggio di Andrey Zvyagintsev è il suo capolavoro indiscusso, un possente dramma politico contro il potere, chiaramente rivolto alla condizione sociale della Russia contemporanea, che denuncia gli abusi di uno stato arrogante, l'omertà della chiesa opportunista e le debolezze meschine del popolo (alcolismo, ignoranza, disinteresse) che favoriscono l'azione "tossica" dei primi due nei confronti della collettività. E' un film cupo, graffiante e solenne, magnificamente giocato sullo stridente contrasto tra la bellezza abbacinante delle immagini (le lande desolate e selvagge del nord della Russia incorniciate dalla fotografia "da Oscar" di Michail Kričman) e la miseria umana, la disperazione profonda e la solitudine esistenziale dei protagonisti. La messa in scena è di epica imponenza per la magnificenza visiva e per il senso di grande parabola etica che il regista infonde alla storia, seppure in una visione fieramente laica e cinica, in cui ancestrali temi biblici come quello agostiniano del perchè esiste il male, vengono riproposti esacerbandoli di ogni velleità mistica e di ogni speranza teologica. Il regista fa capire chiaramente che Dio è assente, la Chiesa è ignava (o, ancor peggio, marcia) e il Male non deriva da Satana ma dall'uomo, dalla sua debolezza intrinseca e dalle sue azioni scellerate. Ispirazioni parziali colte, da cui Zvyagintsev ha liberamente tratto alcuni elementi inseriti nella pellicola, sono state il saggio filosofico "Leviatano" (1651) di Thomas Hobbes, il racconto "Michael Kohlhaas" (1808) di Heinrich von Kleist e il "Libro di Giobbe" della Bibbia. L'immagine simbolo del film, il gigantesco scheletro di balena che rimanda al Leviatano del titolo, è un riferimento esplicito a Hobbes, che lo descrive come l'animale più potente al mondo e lo utilizza come simbolo dello Stato tiranno, del potere centrale oligarchico che sottomette gli oppositori con la forza. Questo magnifico film artico, naturalistico e filosofico è indubbiamente cinema d'autore di altissimo livello, di quelli che ormai è possibile vedere solo nei festival o nelle rassegne per cinefili. E' stato premiato per la migliore sceneggiatura al Festival di Cannes ed ha vinto il Golden Globe per il miglior film straniero. Agli Oscar, dove è entrato in lizza nella cinquina finale, è stato battuto (un po' a sorpresa) dal polacco Ida (2013) di Paweł Pawlikowski. Magnifico il cast, non molto conosciuto in Italia, con attori come Aleksey Serebryakov, Vladimir Vdovičenkov, Roman Madjanov e Elena Ljadova. L'iconica sequenza, metaforica e definitiva, del "mostro" biblico scheletrico che si eleva nell'immensa desolazione del paesaggio, è l'immagine della Russia odierna secondo la visione dell'autore: un relitto imponente e decadente, schiacciato dalle sue ambizioni di potere.

Voto:
voto: 4,5/5

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