I
Jarret, famiglia borghese di Chicago, vengono sconvolti da una tragedia
improvvisa: il figlio primogenito Buck muore annegato in un incidente in barca
a vela e il secondo figlio Conrad, che si sente responsabile dell’accaduto,
tenta il suicidio. Dopo un periodo trascorso in una clinica psichiatrica il
giovane Conrad non si sente accettato dagli altri, anche per colpa
dell’atteggiamento rigido della madre, ma troverà conforto nell’aiuto del dottor
Berger, uno psichiatra sensibile e premuroso che individua il problema del
ragazzo come sindrome del sopravvissuto. L’affetto del padre e la costanza del
medico sapranno risollevare l’animo turbato di Conrad per provare così a
sconfiggere i sensi di colpa. Esordio registico del liberale Robert Redford con
un dramma familiare intimista tratto dal romanzo “Gente senza storia” di Judith Guest del 1979. Debole sul versante
dell’analisi psicologica, timido nella critica alla società americana e
mellifluo nel suo incedere sul filo del lacrimevole, è un film modesto ed
incerto, che non va mai veramente in fondo alle questioni ma si limita a
svolazzarci intorno. Da salvare la buona ricostruzione ambientale della
famiglia statunitense medio borghese e qualche intenso dialogo tra padre e
figlio. Nel cast tra Donald Sutherland, Mary Tyler Moore, Scott Doebler, Judd
Hirsch ed Elizabeth McGovern, spicca Timothy Hutton nel sofferto ruolo di Conrad
che fu premiato con l’Oscar come miglior attore non protagonista. Assolutamente
esagerati, e fuori luogo, gli altri tre Oscar “pesanti” vinti dalla pellicola:
miglior film, regia e sceneggiatura. Una delle più clamorose cantonate prese
dall’Academy Awards. Agli americani a volte piace specchiarsi nelle proprie
debolezze e questo drammone zuccheroso un po’ inamidato deve aver dato proprio questa
sensazione ai membri votanti dell’Accademia. E’ uno dei film più sopravvalutati
degli anni ’80.
Voto:

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