In
occasione del 65° compleanno del patriarca Harvey Pollitt, severo proprietario
terriero del Mississippi ammalato di cancro, la famiglia si riunisce per
festeggiarlo, ma emergono rapidamente antiche tensioni e vecchi rancori mai
sopiti. I principali motivi del dissidio derivano dalla totale insoddisfazione
del padre nei confronti dei suoi due figli: Cooper, rude e avido, e Brick, ex
giocatore di football, alcolizzato, depresso cronico e impassibile di fronte ai
tentativi di seduzione della sua splendida moglie Margaret, la “gatta” a cui
allude il titolo. Quando Brick rivela al padre i motivi per cui trascura
sessualmente la moglie esplode la tragedia. Intenso dramma familiare, tratto
dall’omonima pièce teatrale di Tennessee
Williams (che ebbe un enorme successo di pubblico e critica a Broadway),
opportunamente edulcorato, secondo le consuetudini dell’epoca, degli elementi
più scottanti relativi all’omosessualità di Brick. All’epoca dell’uscita del
film vigeva il temuto Codice Hays, ovvero un insieme di regole di censura che
impediva, tra le altre cose, ogni allusione a “perversioni sessuali”, tra le
quali rientravano anche i rapporti gay. Per questo motivo gli sceneggiatori Richard
Brooks e James Poe dovettero fare i salti mortali per eliminare dalla trama
l’elemento scatenante del dramma, inventandosi un’arzigogolata soluzione che
convince solo in parte e finisce per indebolire il senso intimo dell’opera. Al
di là di questo importante sacrificio al moralismo imperante, che rende il film
monco, va comunque riconosciuto che la pellicola riesce a mantenere buona parte
delle atmosfere morbose, delle frustrazioni represse, delle fobie sessuali e
dei dialoghi audaci del testo originario di Williams, diventandone una non
indegna versione “addomesticata”. Fondamentale in tal senso l’oculato lavoro di
cesello del regista e la performance
di un cast eccezionale in stato di grazia, in cui svetta uno straordinario Paul
Newman nel complesso ruolo del tormentato Brick, seguito a ruota da Burl Ives, Jack
Carson, Judith Anderson e la sensuale “gatta” Elizabeth Taylor, bella da fare
male. Delle sei nomination all’Oscar il film non vinse alcun premio, anche se Newman
lo avrebbe meritato per la sua intensa e dolente interpretazione: un vulcano
ribollente che trattiene a malapena la rabbia, portando costantemente sul volto
i segni dello sconforto esistenziale.
Voto:

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