martedì 13 giugno 2017

Il gigante (Giant, 1956) di George Stevens

Bick Benedict, ricco allevatore di bestiame texano che discende da una famiglia facoltosa, sposa la bella Leslie. Jett è un umile bracciante da sempre innamorato senza speranza di Leslie, che per pura fortuna, eredita un piccolo pezzo di terreno che si rivela ricco di petrolio. Dopo molti anni Jett diventa ricchissimo e, per consumare la sua vendetta, inizia a corteggiare la terza figlia di Benedict, Luz. Imponente e ambizioso dramma epico di George Stevens, tratto da un romanzo di Edna Ferber, che intende ritrarre un affresco storico sociale del cambiamento della società americana, attraverso la vorticosa crescita economica del più grande dei suoi stati, il Texas (ovvero il gigante a cui allude il titolo). E' un'opera potente e intensa, con un poderoso ritmo narrativo che rende agevole la visione nonostante la sua lunga durata (201 minuti), una grande saga familiare che mescola storia e melodramma, una sorta di nuovo Via col Vento in salsa texana che spazia attraverso un'ampia gamma di temi: razzismo, rapacità economica, contrasti generazionali, prevaricazione sociale, moralismo, conformismo, tormenti esistenziali giovanili. Grande fotografia a colori di William C. Mellor che sottolinea l'epicità delle ambientazioni, calibrata e asciutta la regia, splendida colonna sonora di ampio respiro sinfonico di Dimitri Tiomkin e grande cast in cui, tra Elizabeth Taylor e Rock Hudson, svetta James Dean che si mangia il film con la sua naturale presenza scenica e con almeno due sequenze memorabili. Nonostante alcune parti squilibrate in cui la densità narrativa perde in coerenza, è un film leggendario, anche grazie ai tragici eventi che lo caratterizzarono: fu l'ultima interpretazione di James Dean, che morì in un incidente stradale prima della fine delle riprese. E' un film che appartiene di diritto alla mitologia di Hollywood e all'iconografia popolare che elesse il compianto Dean (fulgida meteora indelebile transitata troppo in fretta nel firmamento della settima arte) come simbolo imperituro del disagio giovanile. Su dieci nomination agli Oscar vinse solo il premio alla regia per George Stevens, che conquistò così la sua seconda statuetta dopo quella ottenuta per Un posto al sole.

Voto:
voto: 4,5/5

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