martedì 13 giugno 2017

Un posto al sole (A Place in the Sun, 1951) di George Stevens

George Eastman, giovane provinciale di scarsi mezzi ma privo di scrupoli, cerca a tutti i costi la scalata al successo economico. Quando conquista l’amore di una ricca e bella donna dell’alta società il nostro sembra aver trovato la chiave di accesso alle sue mire di grandezza sociale ma, per poter agire liberamente, deve prima liberarsi di una ingombrante fidanzata, povera come lui e per giunta incinta. Eastman progetta di ucciderla durante una gita in barca ma poi non ne trova il coraggio. Per uno strano scherzo del destino la ragazza scivola in acqua da sola durante un litigio e muore annegata, senza che lui muova un dito per aiutarla. Adesso Eastman deve affrontare un processo per omicidio. Ispirato al romanzo “Una tragedia americana” di Theodore Dreiser, già portato al cinema da Sternberg nel 1931, questo cupo melodramma che stinge nel noir è un sottile apologo sull’ambiguità psicologica, sul relativismo morale e sull’arrivismo sociale tipicamente americano. Limando notevolmente i graffi polemici sociopolitici del romanzo ispiratore, l’autore si sofferma principalmente sullo scandaglio interiore del tormentato protagonista, con un’analisi affascinante sotto il segno di una fertile ambivalenza che non rende mai del tutto chiare le sue autentiche motivazioni. Come trattato sul dubbio, sul rapporto causa-effetto e sulla legittimità della pena rispetto alla reale colpa è un film notevole, che induce numerose vertigini morali e che dà origine a una miriade di riflessioni non banali. Il pubblico ne apprezzò principalmente l’aspetto romantico ed il lato oscuro del protagonista che, al tempo stesso, affascina e respinge per la sua ordinaria banalità. Straordinari i tre interpreti principali: Montgomery Clift (capace di tratteggiare un George Eastman malinconico, poliedrico, sfuggente, introspettivo, subdolo e fragile), Elizabeth Taylor (la cui luminosa bellezza spesso oscura la sua bravura) e Shelley Winters (perfetta nei panni della povera vittima designata). Premiato con sei premi Oscar, miglior regia, sceneggiatura, fotografia, montaggio, costumi e colonna sonora, (ma anche Clift e la Winters lo avrebbero probabilmente meritato) è divenuto rapidamente un cult del genere sentimentale “nero”, molto conosciuto anche dal pubblico mainstream moderno.

Voto:
voto: 4/5

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